Sentenza del Tribunale di Milano sui sei operai della Breda Fucine uccisi dal tumore.

Se l’amianto uccide gli operai, il «fatto non sussiste».

Tutti assolti per la Breda

«Vergogna, li avete uccisi un’altra volta», «Sono morti per un tozzo di pane», «Assassini, bastardi». Queste sono state le prime reazioni degli operai della Breda e dei familiari delle vittime alla lettura della sentenza di assoluzione per i due dirigenti Vito Schirone ed Umberto Marino, accusati di omicidio colposo per la morte di sei lavoratori e le lesioni gravissime di un settimo. Assolti perché il fatto non sussiste, come ha deciso il giudice Elena Bernante.

La situazione è subito degenerata, con gli ex compagni di lavoro delle vittime che hanno invaso l’emiciclo, mentre Digos e carabinieri provavano a farli indietreggiare. Gli operai, lutto al braccio e spilla bianca al petto (in ricordo dell’amianto), portavano con sè due striscioni e riuscivano, sotto la scritta «La legge è uguale per tutti», ad esporne uno che recitava: «Operai Breda uccisi due volte: dai padroni e dai giudici».

L’altro striscione veniva srotolato pochi metri dietro, sempre dentro l’aula, e diceva: «Breda Fucine, 60 morti per amianto, decine di malati, ma la magistratura assolve i padroni». Intanto alcuni di loro alzavano i maglioni e le camicie, per far vedere le cicatrici, i segni indelebili che i tumori, i tumori da amianto, gli hanno lasciato addosso. E loro sono fortunati, perché possono essere ancora lì a mostrarle.

Si è concluso così, nel modo più difficile da accettare, il processo che doveva fare giustizia per le troppi morti da cancro alla Breda. Il dibattimento, durato quattordici mesi circa, invece è servito «soltanto» a mettere a nudo la totale mancanza di sicurezza in cui operavano i lavoratori della Breda Fucine di Sesto San Giovanni.

Costretti a lavorare a stretto contatto con l’amianto, minacciati di licenziamento quando si lamentavano per le loro condizioni, la proprietà non forniva loro nemmeno le mascherine per non ingerire le polveri di amianto ed i guanti per non toccare il materiale altamente cancerogeno. La Breda però, beffa finale, dava agli operai esposti al pericolo un bicchiere di latte, spiegando che «contro l’amianto basta questo».

Ad arrivare a questa sentenza ha contribuito in modo decisivo l’atteggiamento del pm Giulio Benedetti, che dall’inizio delle udienze è parso più interessato a dimostrare la mancanza di nesso tra l’amianto ed i tumori, che a provare le responsabilità dei due dirigenti processati. La sua richiesta di assoluzione aveva già fatto capire come si sarebbe concluso il dibattimento. I tempi si sono allungati perché il giudice Bernante ha chiesto un supplemento di perizie, ma la fine del processo, quel «liberi tutti» che tanto si temeva, è arrivato lo stesso.

Così agli operai della ex Breda, ai familiari delle vittime ed all’avvocato di parte civile Sandro Clementi non resta altro che la rabbia.

«Una sentenza infame» commenta proprio Clementi alla fine «che non tiene conto della verità storica dei fatti. Non si può sostenere che i vertici della Breda non sapessero della pericolosità dell’amianto, come dimostrato da rapporti, agli atti processuali, di ispettori della medicina del lavoro che risalgano addirittura al lontano 1975».

Giuseppe Mastrandrea, ex operaio del reparto aste della Breda Fucine(i sei morti lavoravano lì), ha la voce rotta dal pianto:«Non c’è legge, è la legge dei padroni. Li hanno assolti come se non avessero fatto niente. Io sono stato tagliato tutto ed adesso sto andando di nuovo all’ospedale: questa mattina mi ricoverano per un’altra operazione».

Michele Michelino, anche lui ex operaio Breda, membro del Comitato per la salute nei luoghi di lavoro, sprizza rabbia da tutti i pori: «E’ una sentenza politica, che il giudice aveva in mente già dall’inizio e che il pm ha favorito in ogni modo».

Giuseppe Caruso
Milano, 13 febbraio 2003
da "italy.indymedia.org"