Rifondazione comunista denuncia il tentativo di demolire la sanità pubblica

«E' partita una formidabile campagna contro il welfare state»

La manovra del governo Berlusconi per la demolizione della sanità pubblica è davvero avvolgente e si sviluppa facendo leva sui limiti strutturali del servizio sanitario nazionale e sui nodi non risolti dal centrosinistra: in primo luogo, il cronico sottofinanziamento del fondo sanitario nazionale e l'esclusione dalle prestazioni del servizio sanitario nazionale delle cure a lungo termine per le non autosufficienze, decretata dal governo Amato nel 2001.

Con l'accordo Stato-Regioni dell'agosto scorso le regioni si sono impegnate a coprire i futuri disavanzi sanitari ricorrendo all'imposizione di nuovi ticket o alle addizionali Irpef, contro l'impegno del governo a coprire i deficit pregressi, pur sapendo che le cure a lungo termine non erano finanziate. In immediata progressione, il decreto di definizione dei livelli essenziali di assistenza sanitaria ha confermato, sempre con l'assenso delle regioni, l'esclusione delle cure a lungo termine dalle prestazioni finanziate dal fondo sanitario nazionale.

Il terzo passaggio è la nuova legge sul fisco in discussione al Senato. La riduzione del prelievo a due sole aliquote comporta una riduzione dell'imposizione sulle fasce alte di reddito, con un minor gettito per l'erario di non meno di 50/55 mila miliardi, che si tradurranno in tagli allo stato sociale. Le deduzioni fiscali per le fasce di reddito medio basse, che non sono ancora state comunicate, verranno in ogni caso concesse proprio in funzione di spese per l'acquisto di servizi sanitari e sociali. Il punto vero di caduta è in ogni caso l'aggressione del sistema fiscale progressivo e generalizzato, vale a dire il presupposto cui si regge un welfare universalistico.

Contemporaneamente, è partita una formidabile campagna di stampa sull'insostenibilità dei costi del servizio sanitario nazionale e sulla necessità di nuovi tagli. Le assicurazioni private vengono presentate sulla stampa come il solo rimedio alle insufficienze della sanità pubblica, e si avanza la richiesta di sostenerle attraverso deduzioni fiscali e l'estensione del loro campo d'azione a nuovi servizi.. Con questa ricetta il governo si appresta ad affrontare l'incontro di fine giugno per la definizione del Gats, l'accordo per la liberalizzazione del commercio nei servizi, che dovrà definire un quadro legislativo internazionale favorevole all'espansione del privato nella produzione dei servizi, inclusi quelli sanitari. Non viene trascurata nemmeno l'attuazione dell'accordo Trips, relativo all'introduzione di una legislazione sui diritti di proprietà intellettuale (i brevetti), che darà alle industrie farmaceutiche un diritto di esclusiva nella determinazione dei prezzi dei farmaci. Il disegno di legge sulla delega al governo in materia di protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, in discussione alla Camera, marcia in questa direzione. In un quadro così preoccupante è urgente rilanciare la campagna politica e sociale per l'estensione e la riqualificazione della sanità pubblica, ricomponendo intorno ad essa l'arcipelago dell'associazionismo di tutela dei diritti, esponenti del mondo della cultura e della scienza e il "movimento dei movimenti". Le linee di azione sono, a mio avviso, quattro. In primo luogo occorre promuovere una tempestiva ed efficace campagna di controinformazione. In secondo luogo, le esperienze di lotta e le vertenze territoriali in atto, che non sono poche, devono trovare elementi di coordinamento su una comune piattaforma. Su questo terreno non mancano iniziative, dagli appelli del mondo della scienza alle raccolte di firme su petizioni popolari; manca però la definizione di obiettivi comuni, recuperando le posizioni di quanti vedono la soluzione nelle assicurazioni obbligatorie per le non autosufficienze e nell'introduzione di una tassa di scopo. Nello stesso tempo, occorre portare il conflitto nelle istituzioni territoriali, dalle Regioni ai Comuni. Occorre in particolare, diffondere la pratica del conflitto interistituzionale, estendendo esperienze come quella dei Comuni che hanno impugnato il decreto sui livelli essenziali di assistenza sanitaria, che scarica sui Comuni e sulle famiglie i costi di servizi e prestazioni da garantire con i fondi della sanità pubblica. Infine, occorre intervenire anche per via legislativa, con la presentazione di una proposta di legge che ristabilisca il diritto alle cure sanitarie senza limiti di durata, di età, di territorio. Complessivamente, è necessario attivare una campagna politica all'altezza dell'attacco alla sanità pubblica portato dal governo e da Confindustria.

Fondo sanitario nazionale scientificamente sottofinanziato.
Verso la privatizzazione

Il governo Berlusconi, la Confindustria e le Regioni governate dal centrodestra battono sul tasto dell'insostenibilità economica del servizio sanitario pubblico. Ma il Fondo sanitario nazionale è sottofinanziato dal 1990. Il rapporto tra Fondo sanitario e Pil è infatti sceso costantemente e la spesa del 1999 è inferiore, a lire costanti, a quella di dieci anni prima. Mediamente l'Italia spende per la sanità pubblica circa un punto in meno rispetto alla media degli altri paesi europei. Nel 1998 il rapporto tra spesa sanitaria e Pil si è attestato in Italia al 5, 7%, di poco sopra quello spagnolo e britannico, contro il 6 dell'Olanda, il 7 della Svezia, il 7,3 della Francia, il 7,7 della Svizzera e il 7, 9% della Germania.

Con la nuova legge sul fisco il governo Berlusconi riduce di 50-55 mila miliardi le tasse sui redditi che superano i 200 milioni l'anno, miliardari compresi. La spesa pubblica sarà ridotta in proporzione di 50-55 mila miliardi di tagli a sanità, istruzione, casa e trasporti.

Allarme immotivato sull'aumento incontrollato della spesa farmaceutica.
La reintroduzione dei ticket

Più del 50% dell'aumento della spesa farmaceutica italiana deriva dallo spostamento delle prescrizioni verso prodotti più costosi. Comunque, nel 2001, è stata tra le più basse d'Europa.

La spesa complessiva, pubblica e privata, è stata di 17, 167 milioni di euro, con un'incidenza sul Pil dell'1, 41%, più bassa di quella degli anni '90 (1,44) e inferiore a quasi tutti i paesi industrializzati. La spesa pubblica farmaceutica è stata di 11, 61 miliardi di euro, a fronte dei 12, 47 della Gran Bretagna, 15, 61 della Francia, 21, 42 della Germania. Per i farmaci rimborsabili ogni italiano ha speso 296,8 euro contro 337, 38 della Gran Bretagna, 378, 46 della Germania, 451, 17 della Francia.

La spesa farmaceutica in Italia è aumentata soprattutto perché è stata inefficiente la distribuzione dei farmaci generici, che hanno la stessa efficacia delle specialità a minor costo; perché, anche se il prezzo dei farmaci si è abbassato per adeguarsi ai prezzi europei, sono state immesse sul mercato nuove specialità più costose; e perché la Commissione unica del farmaco ha allargato le specialità a totale carico del servizio sanitario nazionale.

Livelli essenziali di assistenza dei Comuni scaricati sulle spalle dei cittadini più bisognosi.
Prestazioni domiciliari addio

Il decreto Berlusconi-Tremonti-Sirchia sui livelli essenziali di assistenza sanitaria (Lea), addebita le spese di alcune prestazioni direttamente ai comuni, che a loro volta chiedono una partecipazione alla spesa delle famiglie, nelle seguenti percentuali:
- 50% per le «prestazioni di aiuto infermieristico ed assistenza tutelare alla persona», erogate sia nell'ambito dell'assistenza domiciliare integrata (Adi) che all'assistenza domiciliare programmata (Adp);
- 30% per le «prestazioni diagnostiche, terapeutiche e socio-riabilitative in regime semiresidenziale per disabili gravi»;
- 50% per le «prestazioni terapeutiche, di recupero e mantenimento funzionale delle abilità per non autosufficienti in regime semiresidenziale, ivi compresi interventi di sollievo»;
- 60% per le «prestazioni terapeutiche in strutture "a bassa intensità asssitenziale", a favore delle persone con problemi psichiatrici e/o delle famiglie»;
- 30% per le «prestazioni terapeutiche in regime residenziale per disabili gravi»;
- 60% per le «prestazioni terapeutiche in regime residenziale per disabili gravi privi del sostegno famigliare»;
- 30% per le «prestazioni di cura e riabilitazione e trattamenti farmacologici nella fase di lunga assistenza in regime residenziale a favore di persone affette da Aids».

Erminia Emprin
Roma, 25 giugno 2002
da "Liberazione"