La Commisione europea aveva condannato fin dal '98 il nostro Paese per gravi carenze nella prevenzione. Nel maggio scorso ancora accuse: non rispettate le direttive Ue
Mucca pazza, «Italia paese a rischio»

In Italia non c'è un'epidemia di “mucca pazza”, ma i rischi, al di là delle assicurazioni del ministero della Sanità e della autorità competenti, ci sono da tempo. Erano conosciuti ed erano stati segnalati dal 1998, ma sono stati pericolosamente sottovalutati. Per averne un assaggio basta andare a spulciare due documenti della Commissione europea firmati dall'Ufficio alimentare veterinario Ue, che mentre il morbo infuriava in Gran Bretagna, e alcuni casi erano stati segnalati sul continente in Danimarca e Portogallo, stava effettuando un monitoraggio nei paesi dell'Unione per verificare l'applicazione delle misure di protezione e prevenzione sull'Encefalopatia spongiforme bovina.

Nel primo, la Seconda relazione semestrale di verifica delle Esb, datato 18 novembre 1998, il nostro paese era stato inserito nel terzo livello dei paesi a rischio, in compagnia della Germania e giudicato meno pericoloso di Portogallo e Francia. L'allarme dei veterinari europei però, passò quasi inosservato, nonostante la pubblicazione nel Natale scorso sulla rivista “Il Salvagente”.

Ma è nel secondo documento, datato maggio 2000 e relativo alla missione effettuata dal 17 al 21 gennaio sul territorio del nostro paese da un gruppo di veterinari Ue, che i moniti diventano accuse. «In Italia il controllo sull'Encefalopatia spongiforme bovina presenta vari tipi di difficoltà» si legge nel rapporto, che sollecita addirittura una procedura contro il nostro paese, colpevole di «non applicazione» della direttiva comunitaria. «In una grande regione italiana con una nutrita popolazione di mucche da latte - va avanti la relazione che lancia accuse gravissime - la possibilità della presenza di Esb su questo territorio non è neanche presa in considerazione».

E ancora: «La maggioranza dei casi sospetti di Esb non è comunicata all'autorità competente centrale, la quale non sembra perfettamente al corrente della situazione epidemiologica in Italia». Ma anche la definizione dei casi sospetti di Esb, secondo il rapporto, «in Italia non è conforme» alla definizione Ue.

In uno dei siti di macellazione visitati dai controllori europei si parla di «assenza di ispezioni ante mortem soddisfacenti» mentre i controlli sono giudicati «mediocri o inesistenti».

Il documento è del maggio scorso, l'allarme “mucca pazza” è scoppiato solo al momento in cui la Francia ha dato il via ai test rapidianti prione sui bovini scoprendo la presenza del morbo. «L'Italia è in grado da tempo di fare i test - commenta Anna Ciaperoni della Federconsumatori - e avrebbe dovuto farli visto che in Svizzera questi esami hanno scoperto un aumento dei casi fino a 14 volte quelli registrati in precedenza». Ritardi inspiegabili, come la lentezza con cui il ministero della Sanità ha emesso la direttiva per sospendere la commercializzazione di “materiale specifico a rischio” (le parti macellate più a rischio infezione): l'approvazione della Corte dei Conti è del 24 ottobre, ma il provvedimento è uscito sulla Gazzetta Ufficiale il 29 novembre, dopo oltre un mese di latitanza.

Poi il rebus che i consumatori devono sbrogliare al momento dell'individuazione, visto che la carne bovina presenta solo l'indicazione del luogo di macellazione, e quando viene importata, per esempio per l'ingrasso, acquista automaticamente la “cittadinanza” italiana.

Qual è il primo paese da cui l'Italia importa carne bovina? La Francia, la cui carne è attualmente venduta nelle macellerie di tutto il paese in molti casi senza nessuna indicazione di provenienza.

Ce n'è abbastanza per non stare tranquilli, anche tenendo conto dei dati delle autorità sanitarie, che parlano di un abbattimento del rischio del 90/95%, il che vuol dire ammettere cinque, dieci casi su cento persone.

Ma non è tutto. Ieri un quotidiano scandalistico nazionale ha parlato, a sproposito, di «centinaia di morti di Creutzfeldt-Jacob» specificando male che non tutti i casi di Creutzfeldt-Jacob sono riconducibili a “mucca pazza”. Ma, anche considerato che in Italia non c'è un provato caso di Encefalopatia spongiforme, l'aumento di frequenza della rarissima malattia (si parla di 5 volte il normale) sommato al fatto che spesso e volentieri le autopsie non vengono effettuate (in particolare per l'ostilità e la superstizione dei familiari) diventa l'ennesimo elemento inquietante. In ultimo: le sacche di macellazione clandestina, una realtà che nel nostro paese esiste soprattutto al sud.

Tempo fa il commissario antimafia Sica parlò addirittura di “enormi aree di macellazione clandestina al sud”, naturalmente fuori da ogni tipo di controllo. Un problema non banale.

Ivan Bonfanti
redattore di Liberazione
Roma, 14 novembre 2000