Una tesi controcorrente: «Esiste da sempre. Colpisce uno su un milione ma le lobby farmaceutiche hanno già pronte le medicine».
«Non c'è alcuna prova che il prione sia legato all'alimentazione».

Riccardo Iacoponi, biologo nutrizionista di Roma, ha una teoria sul prione (la proteina che provoca la Bse) davvero contro corrente. Sostiene, infatti, che non c'è alcuna prova che leghi l'alimentazione allo sviluppo della malattia (negli animali come negli uomini) e che dietro mucca pazza si nascondono interessi ben poco nobili.

In questa intervista Iacoponi spiega le sue convinzioni.

Per quale motivo la mucca di Pontevico, la prima trovata positiva alla Bse in Italia, aveva questa proteina modificata se era allevata con mangimi privi di farine animali e proveniva da un allevamento modello?

I prioni si possono formare spontaneamente per cause genetiche o casuali durante la vita di un animale. Infatti questa è sempre stata la causa di queste malattie del sistema nervoso.
Solo negli ultimi anni si è ipotizzata la possibilità dell'aggiunta di una causa esterna (alimenti contenenti prioni provenienti da animali morti) che farebbe accelerare questo processo in animali e uomini già geneticamente predisposti (e per questo io ritengo che in Italia si troveranno casi positivi, a macchia di leopardo, ogni 5-10.000 test indipendentemente dall'alimentazione).
Ricordiamo che l'incidenza di queste malattie nell'uomo, per cause genetiche, casuali ed ora sembra anche alimentari, è di una su un milione di persone e l'uomo ha sempre mangiato carne, compreso il cervello.

Certo è deprecabile che un erbivoro sia costretto a nutrirsi di carne, ma questo, secondo me, porta solo uno scompenso metabolico non un'infezione. Il prione esiste da quando vivevano i dinosauri. La forma modificata patologica non era certo comune, ma con frequenza rarissima era certo presente insieme alle migliaia di anomalie di tutte le proteine animali. Per tornare all'anomalia della vacca di Pontevico, dobbiamo dire che finora gli scienziati hanno detto solo le verità che l'apparato vuole che passino, sulle altre hanno solamente taciuto.

Lei insomma non si fida della scienza ufficiale. Quale è la sua idea sulla mucca pazza?

Io non mi fido di una scienza che va avanti senza contraddittorio, tutti i suoi rappresentanti vengono educati a predicare le stesse teorie, che spesso sono dogmi mai dimostrati da seri lavori scientifici.
Se obbediscono sono destinati a un rapida carriera e persino a premi Nobel, se non obbediscono, come Duesberg (scopritore dei retrovirus), il premio Nobel (prima dell'eresia) Kary Mullis e molti illustrissimi scienziati, non hanno più accesso alle riviste scientifiche accreditate, ai congressi e la loro carriera si ferma.
Sulla mucca pazza posso dire quello che è evidente dagli studi fatti.
La proteina prionica presente in tutti i mammiferi si modifica in quella patologica e a volte produce la malattia, visibile dai sintomi clinici, per motivi casuali, genetici o alimentari (ma quest'ultimo caso non è stato provato scientificamente nelle mucche e tantomeno negli uomini). Oltretutto, nella maggioranza dei casi, è presente questa proteina, ma gli animali sono sani.
Se non c'è una predisposizione genetica nessun prione ingerito può generare la malattia.
E io credo fermamente che, in ogni caso, tutte le proteine, anche i prioni, vengano distrutti dalla sterilizzazione dei mangimi, dalla cottura e comunque dalla digestione.

Lei allora mangerebbe anche le bistecche con l'osso?

Spero che gli allevatori non permettano questo ultimo scempio.
Perché non ci fanno mangiare la parte muscolare delle vacche trovate positive ai test, che tutti ritengono esente da prioni?
Perché questa parte, ritenuta sana, viene bruciata assieme al resto?
Per quale motivo il mondo scientifico si preoccuperebbe di mettere in evidenza una malattia che colpisce una persona su un milione?
Le lobby sanitarie e le multinazionali farmaceutiche stanno preparando dei farmaci che ritengono in grado di prevenire e curare le malattie da prioni e non avrebbero nessuna convenienza economica ad avere come potenziali clienti soltanto i veri malati, cioè una persona su un milione.

Affinché le ricerche producano lauti guadagni bisogna fare in modo che ci siano moltissime persone che, per paura di una malattia di fatto inesistente, diventino consumatori di farmaci e vaccini. In futuro probabilmente non troveremo più sulla nostra tavola una bella bistecca fiorentina, ma una serie di medicinali. Gli allevatori forse troveranno impiego come garzoni di aziende chimiche o farmacie.

Beatrice Macchia
Roma, 11 febbraio 2001
da "Liberazione"