La guerra, o come altro la vogliamo chiamare dopo la discussione filologica
che si è scatenata in questi giorni, è cominciata. Inevitabile e ineluttabile
quanto il dibattito lanciato da intellettuali e giornalisti attraverso i media
sui valori dell'occidente e dell'oriente, sulle culture e le società che rappresentano
questi due blocchi.
Un discutere emotivo e venato di rabbia e paura che meglio di qualsiasi altra
cosa esprime la profonda ferita che è stata inferta alla società occidentale
in tutte le sue componenti. Proprio per questo, come già successo in altre
occasioni (ad esempio la guerra nei Balcani), noto con stupore e rammarico
una preoccupante assenza del mondo della cultura scientifica da questo dibattito.
Come se in Italia, il rapporto della società con gli scienziati si sia così
impoverito fino a ridursi a un fenomeno da baraccone vissuto settimanalmente
attraverso le vetrine di "quark". Eppure questa comunità avrebbe
molte cose da dire e potrebbe assumere un ruolo importante nel dibattito generale.
La comunità scientifica è più di ogni altra responsabile di quell'avanzamento
tecnologico che spinge ad una globalizzazione che richiede energie. materie
prime e mercati sempre più ampi.
Una comunità largamente responsabile anche del modo di fare e difendersi dalla
guerra, ma soprattutto motore di quella visione scientifico-tecnologica del
mondo che rappresenta i parametri e i valori più caratterizzanti della società
occidentale. Non a caso, proprio in questi giorni, ho letto da più parti che
una prova della supposta inferiorità del mondo islamico possa essere trovata
nella sua carenza in campo scientifico e tecnologico. Voci autorevoli hanno
parlato di una assenza di produzione intellettuale esemplificata dall'assenza
di premi Nobel provenienti dal mondo del Corano.
In altre parole, il mondo islamico non produce valori culturali, tanto meno
scientifici o tecnologici. In risposta a questi argomenti altri fiumi di inchiostro
hanno fornito i lunghi elenchi di bussole, teoremi e concetti filosofici che
dobbiamo al mondo islamico.
Inutile prenderci in giro con l'almanacco delle scoperte e del sapere umano
in una ridicola gara per la medaglia da primo della classe.
Bisogna onestamente fotografare la situazione e riconoscere che ad oggi, il
terzo millennio, la produzione di cultura del mondo islamico è molto modesta
e in alcuni campi inesistente.
Dobbiamo però ragionare su questa affermazione approssimativa a e dissipare
una nebbia che rischia di trasformarci in veri razzisti.
Questo tipo di affermazioni, infatti, oltre ad essere approssimative inducono
a pensare che il mondo islamico sia costituzionalmente inferiore.
Al contrario, il mondo islamico produce molti scienziati e intellettuali.
La fisica e la matematica, campi che mi sono più familiari, sono popolati
di ottimi scienziati iraniani, indonesiani, pakistani, turchi, maghrebini
e via dicendo.
Il vero problema è che queste persone vivono e lavorano in paesi occidentali.
Anche se si sposano, vivono e credono da musulmani, lavorano in università
e centri di ricerca americani ed europei. Facile immaginare i motivi di questo
fenomeno che, anche se in proporzioni minori, l'Italia stessa si trova ad
affrontare in alcuni campi.
La ricerca e la conoscenza scientifica hanno bisogno di soldi, incentivi e
strutture.
E hanno bisogno di libertà di pensiero. Il mondo islamico, in questo momento
è raramente in grado di offrire questi strumenti fondamentali e viene ovviamente
drenato delle sue risorse intellettuali.
Ed è qui però che questo ragionamento diventa drammaticamente rilevante nei
confronti delle atrocità che stiamo vivendo.
Questo drenaggio di risorse intellettuali è di enorme gravità perché innesta
un circolo vizioso che toglie la capacità e la forza del pensiero alle società
islamiche. La classe intellettuale, gli scienziati, i tecnologi sono i neuroni
che formano il cervello e lo spirito di una cultura e della società che essa
esprime.
Se questi neuroni vengono a mancare il pensiero progressivamente si spegne.
E meno pensiero viene prodotto e meno nuovi neuroni possono nascere, fino
ad ottenere l'orrendo risultato di una società cui l'unica forma di pensiero
che rimane è la primitiva paura di chi non comprende. Questa paura non può
avere altro sfogo che un altrettanto primitiva aggressività e stupidità.
Un processo degenerativo che, come in Afghanistan, in alcuni casi è già arrivato
alla fase terminale di assimilazione di un intero paese. Partendo da queste
considerazioni possiamo capire che il problema non è la supposta superiorità
della nostra cultura rispetto a quella islamica.
Il vero nodo è la mancanza di una classe intellettuale che sappia esprimere
valori culturali all'interno dei paesi islamici. L'integralismo estremista
riempie i vuoti di pensiero della società nel suo insieme. Infine diventa
di massa e vincente perché non trova nessun anticorpo intellettuale. Disquisire
partendo dal medioevo su quale storia ha portato il mondo islamico ad una
situazione di povertà e intolleranza, rischia di diventare un gioco accademico.
E' importante invece capire che l'intolleranza e l'oscurantismo non sono attributi
indissolubilmente legati al mondo islamico.
Questo quando era ricco e potente e stato tollerante e produttivo tanto quanto
la società occidentale è stata intollerante e oppressiva nei suoi momenti
di povertà e decadenza.
Ancora più importante. anzi fondamentale, e cercare delle modalità di inversione
al processo di impoverimento intellettuale e umano di questi paesi arrestando
la progressiva barbarizzazione che si è innestata negli ultimi anni.
Da quattro anni lavoro con il Centro internazionale di Fisica teorica che
prende il nome di Abdus Salam, guarda caso un premio Nobel Pakistano. E' un
centro delle Nazioni Unite che si trova a Trieste ed è sponsorizzato in larga
parte dal governo italiano. Oltre a fare ricerca, uno dei compiti statutari
dei centro è quello di diffondere, esportare ed offrire mezzi di aggiornamento
e lavoro a fisici e matematici del terzo mondo. tra cui anche il mondo islamico.
Organizziamo conferenze, offriamo periodi di lavoro nei nostri gruppi di ricerca
e borse di studio a ricercatori e scienziati di paesi in via di sviluppo.
Questo non con il fine di assimilarli e poterli importare in qualche università
del primo mondo. Al contrario perché ritornino a lavorare nei loro paesi.
diffondendo quello che hanno imparato e mantenendo i legami scientifici che
hanno stabilito durante le loro visite. L'idea che Abdus Salam aveva in mente
era quella di rompere il circolo vizioso dell'impoverimento intellettuale
e, al contrario, aiutare la scienza e la tecnologia di questi paesi a camminare
con le proprie gambe.
Ogni scienziato o intellettuale che ritorna a lavorare in questi paesi è
una cellula di nucleazione per un pensiero e una coscienza di quel paese:
sicuramente un punto di resistenza all'imbarbarimento e al pregiudizio. La
speranza è quella di avviare un circolo virtuoso che dia vita ad una nuova
classe dirigente formata all'intelligenza e non all'odio e la paura.
In questi giorni ci si chiede quasi ossessivamente cosa, oltre la guerra,
possiamo fare per cambiare lo stato delle cose. L'esempio che ho portato credo
che possa essere una delle vie praticabili seppure sul lungo o lunghissimo
termine.
In questi casi è però dovere delle istituzioni e dei governi di riuscire a
leggete tra le righe di un futuro distante. Centri e istituzioni di scambio
e formazione dovrebbero sorgere a centinaia non solo in fisica e matematica
ma in tutti i campi delle scienze e della cultura.
Sarebbero una costante fonte di arricchimento per tutte le culture, ma soprattutto
potremmo aiutare molti paesi a riguadagnare una classe sociale fondamentale
per lo sviluppo e vitalità della loro cultura islamica o altro che sia.
Una vitalità permeata dalla libertà e l'intelligenza e non dalla bile del
disprezzo di ciò che non si comprende.
Ora siamo in guerra, una guerra che come ci è stato detto è molto
diversa da tutte le precedenti.
I modi per combatterla sono tanti. e credo che anche il mondo scientifico
e accademico. con l'aiuto dei governi nazionali e sopranazionali, debba fare
una sua battaglia.
Una battaglia meno evidente di quella con le esplosioni ma sul lungo termine
molto determinante.