Riforma della scuola bipartisan?

Un "Buonsenso" che non serve alla scuola

Un'analisi di “Buonsenso per la scuola”, documento dal carattere trasversale, partendo però dalla controriforma Moratti

Come uscire dalle secche delle contrapposizioni ideologiche, dei no aprioristici in tema di politiche scolastiche?

A questo interrogativo dice di voler rispondere un documento di alcune decine di pagine redatto da «un gruppo di persone che si sono liberamente trovate (…) oltre gli schieramenti partitici o ideologici». In effetti, accanto a docenti universitari come Luisa Ribolzi e Silvano Tagliagambe (già membro della commissione Bertagna), troviamo, tra gli altri, lo stesso Bertagna, il presidente delle Acli Luigi Bobba, Franco Nembrini di Comunione e Liberazione; il direttore del settore Scuola e Formazione di Confindustria, Claudio Gentili e alcuni Ds come Claudia Mancina, l'ex assessore al comune di Roma ed ex membro della segreteria della Cgil Scuola Fiorella Farinelli e Vittorio Campione, ex responsabile scuola Pds e capo di gabinetto del ministro Berlinguer.

Il titolo del documento "Buonsenso per la scuola" nasce - dichiarano gli autori - dalla definizione che altri hanno dato a questa loro ipotesi di lavoro, la cui favorevole accoglienza «conferma nell'opinione che molti siano stanchi di cavilli e opposizioni frontali e immotivate, dentro e fuori i partiti di governo e di opposizione».

Sin dalle prime righe, dunque, viene esplicitamente affermato il carattere super partes, o meglio bipartisan, del progetto che si giustifica con «La specialità delle politiche scolastiche che hanno per natura una portata intergenerazionale e nel contempo influiscono, nel medio periodo, sulla qualità sia del sistema produttivo, sia della vita associata nel suo complesso».

Il profilo scelto è volutamente "basso", di buonsenso, appunto. L'obiettivo è quello di identificare i problemi prioritari e «proporre soluzioni ragionevoli e realistiche». Gli autori si definiscono semplicemente «gruppo di persone variamente impegnate nella società civile».

E' appena il caso di notare che mentre, continuamente e quasi ossessivamente, nel documento ci si scaglia contro "la disputa ideologica" (vieti slogan del tipo "la scuola svenduta ai privati",) contro le "pregiudiziali ideologiche" e a favore di un "approccio galileano", gli autori a loro volta si mascherino pesantemente per nascondere il loro essere parte in causa, di possedere e rivendicare una visione dei fenomeni e dei processi in atto, del tutto legittima, ma assolutamente di parte; che le scelte di politica scolastica giudicate necessarie smuovono corposi interessi economici di soggetti privati (vedi processi di privatizzazione del sapere nell'ambito della trattativa del Gatt, o, per restare in ambito nazionale, gli interessi della Compagnia delle Opere di Comunione e Liberazione nel campo della Formazione Professionale).

Finalità della formazione

La riforma della formazione, si afferma nel testo, è «finalizzata ad accrescere la competitività del paese e la crescita personale e professionale». Il senso generale del documento si situa perciò nel tentativo di definire i contorni e i caratteri di un moderno sistema di «istruzione e formazione professionale» capace di reggere la "sfida europea" e la competizione con gli Usa.

L'orizzonte di riferimento, è la dinamica dei mercati delle società europee e la formazione di un patrimonio di "competenze", come intreccio di abilità e conoscenze, capace di rispondere alle domande del mercato del lavoro. In tal senso si orienta esplicitamente il documento quando indica l'obiettivo di «realizzare un sistema formativo integrato, fra scuole statali e non statali, fra istruzione generale e formazione professionale, che abbia l'obiettivo esplicito di maturare persone in grado di inserirsi in modo attivo e flessibile nella società e nel mercato del lavoro che l'innovazione tecnologica ha prodotto», o ancora quando, nell'affrontare il nodo del rapporto scuola/lavoro si definisce realistica la «"corrispondenza" tra educazione ed economia».

Tale concetto viene più avanti così ulteriormente precisato: la scuola deve superare la scissione tra studio e lavoro e per fare questo, in una logica di integrazione dei sistemi, deve prevedere «l'intreccio e l'alternanza di esperienze di aula, di laboratorio e di vera e propria attività lavorativa condotta in situazione di apprendistato o di tirocinio». Occorre dunque andare ben oltre quanto già prevede la riforma Moratti, nel senso di considerare l'attività lavorativa in sé pienamente formativa.

Scuola e formazione professionale

  1. Non può sfuggire, anche al lettore più distratto, che nel documento del sistema dei licei, del suo futuro, delle sue articolazioni e finalità quasi non se ne parli. Per gli estensori del documento, evidentemente, i licei vanno bene così come sono, non c'è alcun bisogno di parlarne perché essi già assolvono egregiamente ai loro compiti, cioè fornire allo studente «una visione culturale generale in forza della quale egli può successivamente completare gli studi in sede universitaria».
  2. La questione del futuro dell'"istruzione e formazione professionale" è, al contrario, assolutamente decisiva. Emerge chiaramente la preoccupazione che muove gli autori: «evitare che si determini, come sta accadendo in alcuni paesi, il progressivo svuotamento dell'istruzione e formazione professionale a favore dell'istruzione liceale».

Tanto impegno nell'analisi e nelle proposte (sul versante istituzionale come su quello delle modalità organizzative e dell'impianto culturale) ci pari trovi giustificazione nella volontà di fare della formazione professionale la vera scuola di massa che soppianti e sostituisca anche in termini numerici, seppure non immediatamente, l'istruzione tecnica e liceale. Solo così, ci pare, si comprende lo sforzo, ricorrente nel testo, per valorizzare e dare pari dignità alla formazione professionale («Il "professionalismo" non deve più essere considerato un principio educativo minore, rifugio degli studenti espulsi per inadeguatezza dai percorsi formativi "nobili"».

L'istruzione professionale deve essere resa appetibile con «massicci investimenti (le scuole più belle, gli insegnanti più capaci e meglio pagati, gli accordi di programma territoriali più vantaggiosi e ricchi)». L'importante, insomma, è confezionare un bell'abito che inganni i futuri allievi, i figli di lavoratori.

Su alcune altre importanti questioni, il gioco è al rialzo:

Conclusioni

Le molte citazioni che abbiamo utilizzato, stanno lì a segnare un percorso e una proposta politica e culturale, affatto nuova nei contenuti, anche se, ripetiamo, più esplicita nelle formulazioni, che potremmo così tratteggiare: ricercare la modernizzazione del sistema formativo, che cerchi di affrontare la crisi del modello di produzione di tipo fordista, mettendo assieme liberismo, interessi della Chiesa, retorica dell'impresa e del mercato.

La vera novità, ma anche questa è in linea con i tempi, è il carattere "trasversale" della proposta e della collocazione politica degli autori, che ci pare, guardi ad una prospettiva che partendo dalla riforma Moratti, mai messa in discussione, sia capace di andare oltre questo Governo; una proposta di destra che possa, perché no, continuare a vivere con un governo di diversa composizione, e magari anche di diverso colore. Le firme di alcune personalità del centro sinistra, in tal senso, sono preoccupanti.

Luigi Saragnese (Commissione Scuola federazione PRC di Torino)
Torino, 25 ottobre 2003
da "Liberazione"