Dall’America all’Italia si torna a parlare di scuola divisa tra maschi e femmine

Classi miste o classi monogenere: e se il problema fosse proprio la classe?

Il modello che struttura i tempi, gli spazi e le relazioni nella scuola è stato inventato dai Gesuiti, forse aggiornato con alcuni elementi dei collegi militari ed ora si è completata l’opera con la gabbia di una fantomatica qualità di stampo fordista che pretende di favorire la trasparenza attraverso il controllo delle procedure.

Compare a intervalli regolari, spesso in connessione con fatti di cronaca cruenti, e poi scompare nell’andamento carsico delle notizie e dei frettolosi approfondimenti: la questione della possibile rimessa in discussione della ‘mixitè’ tra i generi nella scuola è nuovamente emersa sulla stampa internazionale, e ha turbato per un po’ anche l’attenzione del nostro paese, soprattutto dopo le agghiaccianti vicende legate alla sempre più crescente violenza bullista nelle aule scolastiche, che si impasta con la ormai cronica assenza di misure di monitoraggio e formazione alla socialità all’interno della scuola italiana di ogni ordine e grado.

Classe monosessuata o coeducation? Separare i bambini dalla bambine sin dalla elementare? Attuare ricongiungimenti mirati nell’età adolescenziale? E’ vero che l’apprendimento scolastico, e in generale la capacità di imparare e di cementare la fiducia nelle proprie capacità migliorano se la classe è monosessuata? A parte le banalità legate alla ‘fortuna’ di evitare, nel caso di classe monosex, le distrazioni causate da cotte e pene d’amore infelice, il tema della necessità di ragionare, seriamente e presto, sui cambiamenti vertiginosi, causati anche dalla preponderanza dei modelli televisivi nella vita dei minori, fa fatica a decollare. Negli Usa infuria la polemica anche a colpi di lobby.

Nel 1972 era stato approvato il Title IX degli Education Amendments, che proibiva le distinzioni di sesso nei programmi di istruzione finanziati col denaro pubblico.

Questa legge richiede regolamenti di applicazione, che vengono aggiornati periodicamente dal Dipartimento dell’Istruzione. In questi giorni il segretario Spellings ha pubblicato la nuova normativa, che facilita la creazione di classi, corsi o intere scuole separate. Le regole valgono solo per le elementari e le medie, e richiedono ai distretti di offrire anche l’istruzione mista a chi la preferisce. Le scuole private, invece, erano già libere di fare come volevano e continueranno ad esserlo. L’istruzione unisex è sostenuta da una potente lobby, con tanto di organizzazione non profit, come la National Association for Single Sex Public Education (Nasspe) che sostiene che il cervello dei bambini è diverso da quello delle bambine, e quindi nei primi anni di scuola servono metodi differenti. La separazione delle classi non solo aumenta il rendimento, ma aiuta anche a sconfiggere i vecchi stereotipi, perché alunni e alunne si sentono più liberi di seguire le loro vocazioni. Per fare un esempio, mentre nella scuola mista i bambini sono portati a dire che la poesia è roba per femminucce, e le bambine lasciano le applicazioni scientifiche ai maschietti, in quella separata ognuno fa come gli pare. Così aumentano tanto gli allievi che scelgono le discipline artistiche, quanto le allieve che si dedicano a quelle scientifiche o agli sport.

Di parere diverso le grandi formazioni liberal, come le femministe della National Organization for Women (Now) o l’American Civil Liberties Union, che negli Anni Sessanta si erano battuti per conquistare la coeducation, ossia l’istruzione mista. Secondo loro le prove scientifiche della differenza biologica tra i cervelli dei bambini e delle bambine sono ancora vaghe, così come le valutazioni dei risultati delle scuole separate: il sospetto è che alla base dell’iniziativa ci sia il bigottismo della destra religiosa, e si teme che queste scuole riaprano la porta alla segregazione sessuale e razziale. Una volta accettato che il cervello degli uomini è diverso da quello delle donne, come si potrà impedire che qualcuno riaffermi anche la differenza tra neri e bianchi, ebrei e gentili, o a progettare corsi di studio specifici per genere? Nel 1998 solo quattro istituti pubblici americani offrivano classi separate: quest’anno, secondo i dati della Nasspe, sono diventati 228.

La scuola e la società

Dagli States all’Italia: il ministro Fioroni liquida la questione in modo inequivocabile, dichiarando che l’attuale governo è «per una scuola che garantisca equità ed eccellenza, che sia di tutti e per tutti, che favorisca l’integrazione e l’interculturalità, che sia luogo di formazione per i cittadini del mondo: è curioso che poi questa scuola possa avere come caratterizzazione la divisione tra i sessi».
Ma in giro per l’Italia il problema è discusso e seguito da tempo da parte di gruppi e centri di ricerca, come per esempio dalla rivista Ecòle.

«La scuola è il luogo dove la società educa se stessa. E la società è fatta di donne e di uomini - afferma Celeste Grossi, animatrice della rivista e insegnante e formatrice a Como - Voglio una scuola che tenga conto delle differenze, di tutte le differenze, e prima fra tutte quella di genere. Ma non mi sembra né utile, né opportuna ‘la segregazione’.

D’altronde chi la propone?

Hamas in Palestina, i fondamentalisti religiosi in Iran, Bush negli Usa, la destra in Germania….Penso che le ragazze “crescano” prima dei ragazzi. Ma la loro maggiore maturità le rende anche capaci di relazionarsi con i compagni in modo sano, pur considerandoli ‘bambini’. Può darsi che dal punto di vista dell’apprendimento di ragazzi e ragazze le classi separate possano anche dare buoni risultati, ma a scuola si va per diventare cittadine e cittadini del mondo non solo per imparare delle nozioni. Quello che andrebbe fatto è un insegnamento il più possibile “individualizzato” che tenga conto della differenza di genere sempre. Potrebbe forse essere utile qualche momento di ‘separazione’- continua Grossi - soprattutto alle medie per consentire alla ragazze e ai ragazzi di parlare liberamente dei propri corpi e delle proprie emozioni, per esempio durante le ore di educazione fisica (se fossero davvero di educazione fisica e non solo ore di attività sportiva), ma anche in altri momenti, per esempio nella scelta e nel commento di alcuni libri da leggere. Se le classi separate fossero opzionali e non obbligatorie, temo molto in questo contesto ‘familistico’, che le scelta dei genitori potrebbero essere molto condizionanti.

Un altro rischio che vedo è quello di aprire le porte a chi, come la Lega, già chiede classi separate per bambini e bambine migranti e italiani».

Ma alla luce anche degli ultimi fatti di violenza in classe questa possa non potrebbe in qualche modo essere una soluzione? «No, non mi sembra assolutamente risolutivo. Anzi penso che sarebbe rischioso non creare contesti dove parlare a ragazze e ragazzi (insieme) delle discriminazioni sessuali, dove maschi e femmine imparino a convivere rispettandosi e rispettando le lesbiche e i gay. Mi è capitato più volte (alle medie) di trovarmi di fronte ad adolescenti (più spesso maschi) che faticavano a capire la propria omosessualità. Mi chiedo quanto ancora più complicato e difficile sarebbe stato per loro comprendere il proprio orientamento sessuale. A mio marito è capitato di insegnare in classi completamente femminili (in una sperimentazione linguistica di un Liceo Scientifico) e mi ha detto che le ragazze si lamentavano molto dell’ambiente monotono ».

La segregazione sessuale crea conflitti

Stefano Vitale, autore di numerosi testi di pedagogia per insegnanti e attivo nel Cemea di Torino, una delle storiche agenzie educative italiane commenta: «Come pedagogista sono in linea generale contrario alla divisione perché la mixitè è essenziale per la costruzione di una personalità equilibrata per ciascuno, bambina o bambino che sia. Già la differenza di genere è una ‘creazione culturale’ come insegna Butler, figuriamoci se penso sia positivo imporre tale separazione. E poi la segregazione sessuale, è storicamente noto, crea turbe e conflitti molto più pericolosi.

Se viene fatto, come si dice in America perché le femmine sarebbero più brave ed i maschi più efficaci stando in classi separate, si dimentica che la ‘buona riuscita’ di una persona è un fatto molto più complesso che la sola performance scolastica. Non si può essere schiavi della ‘produttività’ sino a questo punto».

Dello stesso parere anche Rosangela Pesenti, insegnante, psicoterapeuta e studiosa femminista: «Quando si pensa alla scuola si propone come novità di tornare indietro. Il modello che struttura i tempi, gli spazi e le relazioni nella scuola è stato inventato dai Gesuiti, forse aggiornato con alcuni elementi dei collegi militari ed ora si è completata l’opera con la gabbia di una fantomatica qualità di stampo fordista che pretende di favorire la trasparenza attraverso il controllo delle procedure.

Non svaluto le innovazioni sperimentate con intelligenza e sensibilità nella didattica e l’impegno per il rinnovamento di metodi e discipline tenacemente praticato da insegnanti, singoli e gruppi, ma la struttura profonda non è cambiata e molti di noi hanno scoperto, sulla pelle propria e degli allievi/allieve che la struttura è la gabbia che mortifica e distrugge quasi ogni possibilità.

Perché mai una scuola costruita sul modello della caserma, pensata per crescere i rampolli maschi delle classi cosiddette elevate della società dovrebbe andar bene per favorire le relazioni umane, sperimentare la democrazia, gestire i conflitti, sperimentare le differenze? E infatti non funziona.

Il problema sono proprio le classi

Alla luce degli ultimi fatti di cronaca prima di tutto mi interrogo sulla qualità del giornalismo e poi mi chiedo perché mai la richiesta di serietà della scuola si concentra sull’esame di maturità che, da qualsiasi parte lo si giri, è un concentrato di stupidità pedagogica. Il problema non sono le classi unite o separate, ma sono proprio le classi: la struttura spazio-tempo che definisce le relazioni umane e le abbrutisce anche quando si presentano formalmente come civili e ossequienti alle regole. La categoria di genere – afferma Pesenti - è esclusa dalle discipline così come sono irrilevanti quelle differenze che diventano invece essenziali nella definizione delle identità: età, sesso, appartenenze sociali, territoriali, fedi religiose, gusti, usi, costumi. E’ tempo, credo, di domande radicali, compresa quella sul senso della scuola stessa e della sua funzione oggi, e di ascolto paziente delle storie di ognuno e ognuna. La mia generazione voleva cambiare il mondo, se non ci siamo riusciti abbiamo il dovere di spiegare come e perché e cosa è accaduto. La violenza distruttiva e autodistruttiva dei giovani è un’implicita domanda alla quale gli adulti, uomini e donne hanno il dovere di rispondere. E la scuola non è luogo per politiche di piccolo cabotaggio, meschini scambi di favori e ottuse deferenze nei confronti della tradizione»

Monica Lanfranco
Roma, 10 dicembre 2006
da "Liberazione"