Esami di Stato 2002

Per i docenti non è solo questione di soldi

Ancora una volta gli esami di maturità sono stati l’occasione per fare emergere il disagio dei docenti. E dire che questa volta probabilmente il Ministero sperava che le sue esigenze di risparmio si sposassero con la sicurezza degli insegnanti di non allontanarsi troppo da casa e di finire i lavori prima del solito.

E invece non è stato così. Anzi quest’anno si può dire che solo l’esistenza di una legge che impedisce lo sciopero durante gli esami e gli scrutini finali ha impedito che, in maniera spontanea o organizzata, la scadenza terminale delle scuole secondarie superiori fosse intralciata da iniziative di lotta richieste a gran voce da molte parti.  Qua e là non sono mancate minacce di darsi per malati, da altre parti ci è giunta notizia dell’indisponibilità ricoprire la carica, di nuova “istituzione”, di “vicepresidente”, altrove ancora i commissari riuniti lunedì mattina hanno tenuto a farci sapere subito che la “perfetta” macchina ministeriale non aveva inviato il presidente.

Ma nella maggior parte dei casi gli insegnanti si sono limitati o si limiteranno a mettere a verbale una dichiarazione in cui dicono che solo la consapevolezza  di svolgere un compito indispensabile per gli alunni e un dovere ineludibile per la Scuola della Repubblica Italiana li spinge ad essere presenti, ma che per il resto scindono le loro responsabilità da nuove procedure che appaiono più che altro improvvisate.

Come mai questa insoddisfazione?

Vi sono stati nei giorni scorsi problemi relativi ai compensi, che il Ministero in origine pensava persino di non dare e poi ha cercato di dare in maniera ridotta rispetto allo scorso anno. Ma un serrato confronto sindacale in extremis ha consentito, se non la soluzione di tutti i problemi, almeno la stessa retribuzione dello scorso anno rivalutata in proporzione all’inflazione, oltre a un minimo di riconoscimento per alcuni nuovi compiti derivanti dalla nuova organizzazione dell’esame. Rimane da questo punto di vista solo un’incertezza sui tempi di erogazione di questi compensi.

Sicuramente pesa di più in questo disagio il giudizio politico negativo sulla scelta di trasformare un esame dal valore di certificazione nazionale del compimento del ciclo di studi secondario in una  verifica terminale  ripetitiva di quelle svolte dagli alunni nel corso degli anni. Gli insegnanti capiscono quanto questa scelta renda  discutibile l’utilità di tale prova e sembri preludere alla scomparsa del valore legale del titolo di studio.

Ma vi è un terzo motivo assai rilevante. A nessuno può sfuggire come, nonostante la “riduzione” che ne ha fatto il Ministro Moratti, la scadenza dell’esame di Stato rappresenti ancora nell’immaginario collettivo degli studenti e delle loro famiglie, ma direi anche dei cittadini, una prova capitale a prescindere dalla sua scientificità reale o presunta. Quasi un grande rito di passaggio che la moderna società civile ha sostituito ai riti ancestrali. Ce ne hanno dato testimonianza i giornali in questi giorni: dagli articoli sul “doping agli esami”, alle preoccupazioni sull’uso “improprio” dei telefonini o per l’impatto incredibile e incontrollabile di internet (dalle tesine alla possibilità di diramare elaborazioni e soluzioni delle prove in tempo reale), fino all’individuazione semiseria dei santi protettori o della dieta dell’esaminando. C’è insomma un’attenzione dell’opinione pubblica, un’attesa dell’intera società, che nelle famiglie degli alunni si trasforma anche in ansia. Ciò implicitamente  carica di importanza, sociale e civile, la figura del docente impiegato come commissario.

Ma stride con tutto ciò l’approssimazione con cui la trasformazione dell’esame da esterno a interno è stata attuata. Sia la formazione delle commissioni che la definizione delle procedure  testimoniano da parte del Ministero un interesse assai al di sotto dell’importanza che questo delicato passaggio della vita scolastica riveste per ogni alunno e per ciascuna famiglia coinvolta. Se si aggiunge che l’incertezza, fino all’ultimo, delle retribuzioni per il personale impegnato negli esami ha rivelato un disinteresse di fondo per le persone che di queste procedure saranno gli attori e, con, esse per la stessa serenità degli esami, si può ben capire che in questo disagio vi sono aspetti che attengono complessivamente alla relazione  tra gli insegnanti ed i centri di potere. In altre parole: alla loro considerazione sociale.

Pino Patroncini
CGIL - Scuola
Roma, 18 giugno 2002