Dal centrosinistra al centrodestra, la riforma dei cicli scolastici
rievoca la più usata delle metafore: quella del passaggio dalla padella
alla brace.
Possiamo ragionevolmente sperare che anche quest'ipotesi di riforma,
del governo Berlusconi, come già è accaduto a quella del centrosinistra,
trovi un'opposizione larga e qualificata che ne metta in discussione
l'impianto e la definizione.
Lo speriamo perché ancora più regressiva, e quindi provocatoria, nella
sua palese definizione classista, e neanche rispondente, nonostante
le dichiarazioni, alle sfide della globalizzazione e dei mercati.
Guida Maria Barilla, sul giornale della Confindustria, Il Sole 24
ore, si pronuncia decisamente contro «qualunque ipotesi di scelta
precoce, fatta a 11 o 14 anni del canale della formazione professionale,
che come in tutt'Europa dovrebbe essere un'opzione che si fa non prima
dei 16 anni«, richiedendo, fino a quest'età una solida e critica preparazione
di base.
La commissione Bertagna, che ha compilato l'ipotesi di riforma, si
è molto preoccupata di dare un'immagine “progressista” del proprio lavoro,
corredato oppurtunamente da una sfilza di affermazioni tratte dalla
Costituzione, dalle premesse a riforme di alto profilo democratico,
e persino da citazioni di Don Milani.
Ma già a un primo esame del testo, si nota la durezza dell'attacco:
La scuola di base viene colpita con una canalizzazione persino più
precoce di quella introdotta dalla legge 30/2000 (il riordino dei cicli),
perché alla fine del terzo biennio, quello a cavallo della scuola elementare
e media, si «offre la possibilità» di scegliere moduli didattici specifici
ed esperienze formative, cioè indirizzi già vincolanti rispetto alle
scelte successive.
Non a caso l'obbligo scolastico scende ai 14 anni, per seppellire definitivamente
l'ipotesi di un biennio superiore unico, cioè di un ampliamento dell'accesso
alla cultura generale per tutti.
Lo stesso obbligo formativo fino ai diciotto anni, attualmente in vigore,
è ben altra cosa da quello scolastico, perché spendibile anche nella
formazione professionale e/o nell'apprendistato e può essere anticipato
ed abbreviato grazie ad un credito accumulato, niente di meno, che dalla
frequenza alla scuola d'infanzia.
Crediti e debiti diventano la moneta corrente del sistema integrato
scuola-formazione/pubblico-privato, che si aggiunge a quella sonante,
che farà acquistare moduli vari di competenze specifiche.
Dunque istituti professionali regionalizzati e licei ridotti di un anno
e di ore per fare spazio sempre più a discipline addestrative ed acquistabili
sul mercato della formazione da enti privati, con la compromissione
del valore legale del titolo di studio, perché l'accesso al mondo del
lavoro passerebbe ormai prevalentemente per le qualifiche professionali
e/o i diplomi di laurea.
Tanto poi per mantenere il carattere confessional/confindustriale del
processo di riforma che ha interessato la nostra scuola negli ultimi
anni, viene recuperato nel sistema di valutazione il comportamento,
anzi, si precisa, “la condotta”, come uno dei due debiti che può determinare
la bocciatura.
Basterebbe questa sottolineatura del ripristinato valore della condotta,
nel testo Bertagna, per rivelarne anche il suo carattere neoautoritario
e neogerarchico oltre che funzionale allo smantellamento di un sistema
di formazione culturale fondato sui principi costituzionali, tesi alla
promozione della persona a tutto tondo.
L'ipotesi di riforma ci porta su un terreno che propone con più nettezza
lo scontro sul diritto allo studio, come scontro di classe, e non ci
possiamo che accettare la sfida.
Non è detto che sia più dura di prima, non solo perché non consente
equivoci ed ambiguità, ma perché si colloca in una fase in cui nuovi
soggetti sociali antagonisti sono scesi in campo, e possono offrire
un respiro più ampio a tutti noi per contrastare questo disegno.