Il governo vara un decreto per archiviare i messaggi che circolano in Rete

Privacy a rischio. Web sotto controllo

Un decreto scritto - come dicono i gestori dei provider - da «incompetenti», che va a violare apertamente tutte le disposizioni scritte a tutela della privacy

Ricordate l'ultima legislazione antiterrorismo varata dagli Stati Uniti all'indomani dell'11 settembre che ha fatto tanto discutere? L'ultimo provvedimento prefestivo approvato dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro Castelli farà altrettanto. L'Italia ha deciso di allinearsi alla legislazione "made in Usa". Tra i decreti emanati nel "blitz" natalizio dell'Esecutivo - quello che ha prorogato i termini per il trasferimento su satellite della terza rete Mediaset - ve n'è uno che sotto il titolo "misure per una corretta amministrazione della giustizia" va a toccare anche l'ultima forma di tutela: la privacy.

Entrando nel merito della norma da "Grande fratello" ecco di cosa si tratta. Nella sostanza il testo prevede: «Nuovi e più lunghi tempi per la conservazione dei dati di traffico telefonico per favorire indagini su gravi fatti connessi alla criminalità organizzata ed al terrorismo; per il medesimo fine, e con le adeguate garanzie determinate dal Garante per la privacy, i fornitori di accesso ad internet sono tenuti a conservare per un periodo di trenta mesi (prorogabili di ulteriori trenta mesi) i dati relativi alle connessioni, con tutti gli elementi utili ad individuare data, ora e durata del collegamento, esclusi comunque i contenuti». I magistrati potranno dunque chiedere i tabulati con gli elenchi dei nomi e dei messaggi di chi ha utilizzato Internet negli ultimi trenta mesi. Il termine arriverà a 60 mesi per i reati più gravi. Ciò significa che ogni informazione che attraversa la Rete dovrà essere archiviata e conservata. Da un punto di vista puramente tecnico - come fa notare qualche analista - per ottemperare all'ultima normativa e soddisfare la richiesta dei magistrati occorre innanzitutto che i "provider" - vale a dire le società che gestiscono il traffico web - conservino tutti i dati e, soprattutto, abbiano modo di archiviarli. Il che significa dover catalogare una quantità abnorme di informazioni.

Un esempio faciliterà la comprensione. Considerando che in Italia ci sono 24 milioni di utenti e, ammesso che ognuno spedisca anche solo un messaggio al giorno, sarebbe necessario un archivio composto da 80 milioni di Cd rom. «Impossibile» fanno notare gli esperti.

Ma al di là dell'assurdità tecnica di un decreto scritto - come dicono i gestori dei provider - da «incompetenti», resta l'anomalia di una norma che va a violare apertamente tutte le disposizioni scritte a tutela della privacy.

Lo dice esplicitamente il Garante a tutela della riservatezza, l'organismo composto da Stefano Rodotà, Gaetano Rasi, Mauro Paissan e Giuseppe Santaniello.
«La nuova disciplina sui dati relativi e alle utilizzazioni di Internet - si legge in uno degli ultimi documenti scritti dall'Authority - può entrare in conflitto con le norme costituzionali sulla libertà e segretezza delle comunicazioni».
Il Garante va oltre. E specifica che si aspetta «un attento esame del decreto da parte del Parlamento» affinché il rispetto della Costituzione violata per decreto venga per lo meno ripristinato in aula.
Per il ministro leghista si tratta invece di un provvedimento che servirà a «battere» il terrorismo. «America docet» dicevamo e cerchiamo di capire perché. Tra le riforme messe a punto dagli Stati Uniti post 11 settembre c'è da richiamare alla memoria una deliberazione assunta dal Congresso, su proposta del ministro della giustizia John Ashcroft, denominato "P.a.t.r.i.o.t. Act".
Proprio attraverso questo atto, il Congresso concesse all'Attorney General molto di quanto lo stesso aveva richiesto in tema di agevolazione delle indagini, ampliando non solo la possibilità di detenzione preventiva di sospetti terroristi, ma anche la possibilità di ogni tipo di sorveglianza, ivi comprendendo anche quella di intercettazioni telefoniche e ambientali che viene estesa, sia perché si allargano i presupposti - basta il sospetto di violazione della legge - sia perché si prevede uno snellimento delle procedure ed una riduzione dei controlli da parte di magistrati indipendenti.
«Si tratta - scriveva in un suo vecchio articolo il magistrato Stefano Pesci - di poteri estremamente delicati il cui utilizzo non può certo essere ampliato a situazioni diverse da quelle di terrorismo internazionale inteso nella sua accezione più stretta e limitata».
Ci si potrebbe trovare in presenza di abusi illeciti da parte di magistrati indipendenti. Senza contare la violazione della legittima tutela dei dati personali e del rischio connesso all'uso di informazioni private.
Castelli, dal canto suo, crede al contrario che queste norme siano non solo «equilibrate» ma «concrete e fattive». L'auspicio ora è che il parlamento accolga la richiesta del Garante e che la legalità venga ripristinata.

Castalda Musacchio
Roma, 27 dicembre 2003
da "Liberazione"