I delitti di Viganò e Avigliano rivelano un disagio sociale e psicologico, oggi più grande e distruttivo di ieri, e di cui non ci accorgiamo mai in tempo

Quattro cadaveri e una casa

Delitti domestici, delitti in ascesa, dicono pressoché tutti gli Osservatori sociali e gli istituti di ricerca.

Tra domenica e lunedì, nemmeno una giornata particolare. Solo 24 ore "normali". Cinque assassinati, un suicidio, tre feriti gravi (tra cui un bimbo di sei mesi). La strage delle ultime 24 ore non in una strada di Baghdad, ma qui tra noi, nei primi giorni di un mite gennaio, con la zaffata calda delle liete Feste appena alle spalle. Qui tra noi; e non è nemmeno il solito tributo al moloch della strada.

Tutto quel sangue è stato versato all'interno della casa dolce casa, protagonisti (e vittime) uomini donne (e bambini), legati tra loro dai così chiamati sacri vincoli di sangue o dai più stretti legami parentali.

Nord e Sud, giovani e anziani, addottorati o incolti, non fa differenza: il dato che li accomuna è sempre lo stesso, il furore, la ferocia, la cieca determinazione; la casistica si apre sul baratro.

I titoli sono gridati e riduttivi, pietosi e fuorvianti. Depresso dalla dieta massacra la famiglia, così passa nelle pagine della cronaca maledetta la vicenda atroce e muta di un uomo che si chiamava Fausto Zola detto Faustino, 56 anni, di cui sino a domenica, 11 gennaio u. s. ore 7, non si sapeva nulla. Nulla all'infuori che era ragioniere, con due figli grandi, una moglie, un appartamento dentro una cascina «dignitosamente ristrutturata», un bastardino di nome Black. Nulla all'infuori che era un buon diavolo, stazza cento chili, tutto casa e parrocchia, dedito ai suoi cari e alle opere di bene (il volontariato, l'Avis, la Croce Bianca), mite, benvoluto da tutti al suo paese, Viganò provincia di Lecco.

Uno che mai niente di strano, mai una crisi, uno scatto, uno sbandamento, un pugno sul tavolo. Però poi quella domenica, tre giorni fa, si alza dal letto e, in pigiama, a passi leggeri, con la sua 357 Magnum (regolarmente denunciata) fa fuoco sui due figli (25 e 19 anni), uccidendoli all'istante (un solo colpo alla testa, mira perfetta), e sulla moglie Enrica (51) che cerca inutilmente di scappare ed è fulminata di spalle nel corridoio. Infine l'ultima pallottola rimasta in canna la usa per sè, lo trovano riverso nella sala, la stanza buona.

Quattro cadaveri e una casa. Un delitto collettivo senza nome, senza movente. Senza parole. Fausto (Faustino), in perfetto silenzio, ha portato con sè tutto il suo carico di disperazione e con sè tutti i suoi cari, risparmiando solo il cane. E' precipitato senza un grido, senza una invettiva, una lite, e nel suo buio ha precipitato tutto ciò che considerava più prezioso, la sua famiglia, tutti insieme morti giù nel Buio, piuttosto che vivi in un mondo ormai doveva sembrargli insopportabile. Ce lo spiega il famoso "Psicologia del suicidio" di Gabriel Deshaies, uccidere gli esseri amati per proteggerli da mali più grandi, portarli via con sè per risparmiarli da sciagure irreparabili: molti omicidi-suicidi all'interno della già famigliola felice spesso si spiegano così... La dieta è un ben misero schermo.

Nessun apparente motivo anche per la tragedia di Alvignano, Caserta - un insegnante di 56 anni uccide la madre ottantenne, ferisce il padre e si spara, senza tuttavia riuscire a morire -. Invece la gelosia è chiamata a spiegare l'insano gesto (lo chiamano così) di Carmelo Staiti, un fabbro di 25 anni, che in un paesino presso Messina ha fatto volare dal balcone la moglie Angela con in braccio la figlioletta di sei mesi. E chiamano in causa il dolore per la malattia della moglie colpita dall'Alzheimer per spiegare la furia di Domenico Albertini 78 anni (Monticelli Brusati presso Brescia), che a Monticelli Brusati presso Brescia ha massacrato la donna a sprangata e poi si è sparato in bocca col fucile da caccia.

Arma da fuoco, arma da taglio, strangolamento, soffocamento, corpo contundente, fuoco, percosse, avvelenamento, annegamento, investimento: l'Eurispes li ha monitorati tutti i 168 omicidi domestici del 2001, i 188 del 2002, i 49 del primo trimestre 2003. Della trucida casistica si sa tutto, in apparenza. Il maggior numero, oltre la metà, avviene tra la coppia, luogo eletto il matrimonio, ma anche separati, conviventi, divorziati offrono una buona percentuale; al secondo posto ci sono i delitti parentali e familiari; tra il 2 e il 3 per cento si calcolano gli infanticidi.

Delitti domestici, delitti in ascesa, dicono pressoché tutti gli Osservatori sociali e gli istituti di ricerca. Un fenomeno non nuovo, e oggi studiato da vicino. La statistica è fredda, il linguaggio giuridico impersonale, il ricercatore si affretta a catalogare tutto quel sangue e quelle tragedie intra moenia tra «due categorie semplificatorie e prefissate, il raptus e la gelosia».

Tutto il resto rimane sempre fuori, insondabile, pauroso. Calato giù, imperscrutabile dentro quel fondo oscuro di angoscia e disperazione umana che si muove intorno a noi, vicino a noi - dentro le nostre case -. Quello che gli esperti chiamano disagio sociale e psicologico, oggi più grande e distruttivo di ieri, e di cui non ci accorgiamo mai in tempo. O solo quando è troppo tardi, quando quelle tre paroline, "momento di follia", puntualmente compaiono ad assolvere la nostra cecità.

Maria Rosa Calderoni
Milano, 14 gennaio 2004
da "Liberazione"