Inchiesta sull'affitto

Gabriella, Alex e altri: carne da canone

Storie di ordinari inquilini: i ragazzi e le ragazze che a Milano trovano un lavoro ma non una casa, i gruppi etnici o multietnici in monolocale, le coppie costrette a convivere anche da scoppiate.

Gabriella è di Ischia, dopo essersi laureata a Napoli è venuta a Milano attirata da un master in scienze ambientali con la promessa di stage finale, come dire uscire finalmente dal parcheggio universitario per entrare nell'anticamera del mondo del lavoro. In due anni ha avuto un lavoro, precario ma prestigioso: organizzazione di corsi di formazione ambientale a livello post universitario per la Comunità Europea. A Milano, come sempre, un lavoro si trova. Ma il vero problema è un altro: un buco dove vivere. Dopo mille peripezie, Gabriella vive in un piccolo appartamento. Con due cinesi, una rumena e una varesotta. Dice che è fortunata: vivere in cinque a 260 euro a testa per una stanza in un vecchio edifico di zona Corvetto, a due passi dalla tangenziale est, è come vincere alla lotteria. «Inutile dire che paghiamo in nero - alza le spalle - però lavoriamo tutti e almeno questa è l'unica soluzione che ci possiamo permettere». Nel mercato impazzito degli affitti milanesi spesso solo gli ultimi - studenti, giovani precari e stranieri - hanno abbastanza fantasia e spirito di adattamento per vincere la gara a chi trova la casa. Cioè sopravvivere. Presi singolarmente, per le strade sconosciute di una città che non è loro, non possono niente: ma ragazzi pugliesi, bergamaschi o srilankesi, ammucchiati in pochi metri quadri, diventano imbattibili. «Drogano» al rialzo il mercato perché non c'è famiglia che sappia resistere stipata in un pollaio di periferia a prezzi così alti. In molti palazzi i nuclei familiari spesso sono costretti a battere in ritirata con grande soddisfazione dei proprietari pronti ad alzare i nuovi affitti a sproposito.

Ne sa qualcosa Michele, pugliese a un passo dalla laurea, «milanese» da 6 anni. Vive in via Pezzotti, una zona residenziale medio bassa sulla circonvallazione sud, con altri tre compaesani. Sono entrati nel 2001: due camere doppie, una cucina e un bagnetto per un milione e mezzo di vecchie lire in tutto. Contratto firmato e prezzo fermo. Ma da allora gli affitti degli altri appartamenti del palazzo sono impazziti. Dopo l'euro, l'appartamento del piano di sotto, identico, è stato affittato ad altri studenti pugliesi quasi al doppio: 1.200 euro. In più, da quando si è saputo che in zona passerà la linea 15 del tram, l'unico padrone di tutto lo stabile ha dato i numeri. Sfratti appena possibile e mancati rinnovi di contratto per tutti. E ogni volta che riesce a cacciare gli inquilini il palazzo diventa un cantiere: rimpicciolisce gli appartamenti ricavandone uno in più per piano, da affittare a prezzi più alti di prima. Ma siccome la sete di metri quadri non finisce mai ha anche pensato di alzare una palizzata per murare tutti i balconi e mangiucchiare qualche centimetro in più da trasformare in nuove stanze. «Ha provato a non rinnovare il contratto anche a noi - racconta Michele - ma non poteva per legge, allora sta iniziando i lavori con noi dentro, ci sta chiudendo il balcone e ci mura vivi». Da quando le cose sono precipitate la popolazione dello stabile è cambiata.

Le famiglie non possono resistere in queste condizioni. Se ne vanno e così giorno dopo giorno il palazzo si è trasformato in un dormitorio multietnico. «Per noi questo cambiamento è anche più divertente, ma abbiamo dovuto organizzarci, fare assemblee per ottenere condizioni di vivibilità minime. Le famiglie non hanno voglia di lottare e di rischiare. Ma non siamo tutti giovani, in un monolocale all'ultimo piano è entrata per 1.000 euro al mese una donna anziana. La figlia dice di averle cercato casa per un anno ma di non essere riuscita a trovare di meglio». Se è dura per le famiglie diventa impossibile per chi si ritrova solo: anziani, uomini separati, che magari a 40 anni non se la sentono o non si trovano nelle condizioni di convivere uno sull'altro in allegre brigate, o per chi è appena arrivato a Milano in cerca di fortuna. Ecco perché per trovare casa si formano branchi «etnici» omogenei, non divisi per quartiere ma per monolocale. E almeno da questo punto di vista migranti bergamaschi e marocchini si somigliano, anzi più si è poveri e disposti al bivacco e più al padrone di casa si rizzano le antenne.

Le trappole e gli sfruttatori scattano dagli annunci sul giornale. «Spesso dietro le offerte migliori si nascondono agenzie - racconta Alessandra, varesotta, trent'anni, account manager in un'azienda di comunicazione che fa campagne per grandi multinazionali - e molte non sono agenzie immobiliari ma agenzie di servizio non sempre affidabili, spesso tanto per cominciare ti chiedono 150 euro per la quota di iscrizione e poi si vedrà». Dopo due anni da pendolare in affanno sui treni delle nord con stipendio precario e orari flessibili - «sai quando inizi ma non sai se alla sera farai a tempo a saltare sull'ultimo treno» - Alessandra è stata assunta e ha deciso di trasferirsi a Milano. Così anche per lei è iniziato il disperante viaggio per bugigattoli milanesi a prezzi da capogiro. Capita di tutto: «Mi sono subito accorta che casa era una parola troppo grossa e mi sono messa più modestamente a cercare una stanza. Sono finita con un'amica a vedere una stanza due metri per due con divano-letto doppio, montato occupava tutto lo spazio: ce la voleva affittare una famiglia che vive nello stesso appartamento, noi potevamo solo usare la cucina e avevamo il coprifuoco con rientro obbligatorio entro mezzanotte». Insomma come dire passare dalla vita in famiglia alla vita con un'altra famiglia, sconosciuta e con orari da caserma. E allora «per il momento» si finisce per appoggiarsi da un amico. Come Giovanni, 31 anni, lui ha la grande fortuna di vivere da solo in un monolocale di 40 metri quadrati in Porta Venezia acquistato dai genitori negli anni Ottanta per 40 milioni di lire, oggi vale 200 mila euro. «Con i soldi che guadagno - ammette - non potrei mai permettermi il lusso di pagare un affitto e vivere da solo a Milano». Anche se da solo non è mai; non passa mese che a casa sua, con annesse gioie e problemi di convivenza, non si parcheggi qualche amico in cerca di sistemazione. Nel tempo ha collezionato 7 materassi.

Alex, 25 anni, invece è studente in affitto con altri 3 ragazzi. Abitano in via Brioschi, in un monolocale più bagno e cucina per 150 euro a testa. Sono in quattro, dormono in un letto a castello a due piazze. E con le fidanzate? «Ci si organizza...». Sembra strano, eppure in via Brioschi c'è ancora spazio per gli amici di passaggio «senza un tetto milanese», e così 45 metri quadrati diventano un piccolo albergo, con le fototessere degli ospiti lasciate sul frigo a futura memoria.

Dal parcheggio a casa di amici, bello se dura poco, si esce solo affrontando la dura legge del mercato. Cioè le sanguisughe. Come ha fatto Barbara. E' segretaria nello studio di un famosissimo commercialista e guadagna 1.100 euro al mese, da due anni vive in un monolocale minuscolo che una famiglia ha ricavato dal proprio alzando un muro divisorio. Non proprio una reggia in viale Certosa per 450 euro al mese, in nero. Poteva andarle peggio; perché nel suo viaggio alla ricerca di una sistemazione Barbara ha rischiato di finire in una stanza fantozziana ricavata con un paravento nella zona tinello-cucina di un bilocale in corso Buenos Aires: un affare da 450 €, spese escluse, proposto dalle due ragazze che vivevano lì in affitto.

La fame di affitti ingolosisce tutti i proprietari, chi ha palazzi interi, chi ha un solo appartamento di proprietà e persino chi ha solo in mano un contratto d'affitto. E' un mercato sempre più al limite che scatena una guerra tra poveri. Dieci ecuadoregni diventano la merce più preziosa e i giovani mammoni per uscire dalla famiglia sono costretti a vivere come tanti polletti da spolpare, molto più appetitosi delle famiglie «normali» che non possono permettersi queste condizioni e che non a caso si trasferiscono fuori città. Il dramma è che per i trentenni oggi non si tratta di passare allegramente a nuttata in attesa di diventare grandi. Perché la possibilità di mettere su casa, come il posto fisso, svanisce ogni giorno di più.

Giorgio Salvetti
Milano, 27 febbraio 2004
da "Il Manifesto"