La crisi del modello francese dell'integrazione

Oltre l'integrazione, per una cittadinanza cosmopolita

L'Europa e i migranti, tra sfida comunitarista e crisi del modello repubblicano. Intervista al sociologo Alain Bertho

Abbandonando per una volta la sua missione di controllo del bilancio pubblico, la Corte dei conti di Parigi ha presentato nei giorni scorsi un rapporto che denuncia il completo fallimento delle politiche sull'immigrazione condotte dalla Francia negli ultimi trent'anni. Un rapporto che indica, con dati e cifre, la crisi di quello che è stato per molto tempo considerato come un modello in molte parti d'Europa. Sul significato di questa crisi e sulle possibilità per superarla e costruire un modello di incontro con "l'altro" che sia adeguato al mondo della globalizzazione, abbiamo intervistato Alain Bertho, tra i sociologi francesi che più si sono occupati delle trasformazioni del rapporto tra politica e società, analizzando ad esempio quanto si è sviluppato negli ultimi anni nelle banlieue transalpine. Docente all'Università di Paris 8, Bertho ha pubblicato diverse opere, tra le quali ricordiamo "Contre l'Etat, la politique", "Banlieue, banlieue, banlieue" e "L'Etat de guerre".

Professor Bertho, come giudica il rapporto presentato dalla Corte dei conti di Parigi sulla crisi del modello francese di integrazione?

Credo si debba distinguere tra l'analisi svolta dalla Corte dei conti e gli elementi sui quali è stata costruita. Nel senso che questi ultimi sono veri, e sono forse considerati addirittura al di sotto della loro estensione reale. Sono ormai parecchi anni che in Francia assistiamo alla messa in opera di politiche o di comportamenti chiaramenti discriminatori da parte dell'amministrazione nazionale o locale del paese. Gli esempi in questa direzione sono moltissimi e a tutti i livelli: si va dall'attitudine della polizia nei confronti dei giovani dei quartieri popolari, ragazzi che hanno spesso "più delle origini di un tipo che d'altro" per usare un'espressione utilizzata da Zinedine Zidane; al comportamento di chi gestisce le case popolari, siano di enti privati che pubblici, che esprimono atteggiamenti razzisti nei confronti degli affittuari. Allo stesso modo si possono citare le discriminazioni operate verso coloro che potrebbero beneficiare di aiuti sociali perché sono costretti a vivere per strada o in qualche squatt, e parlo di intere famiglie, ma che ne sono esclusi a causa della loro origine o, ancora, il trattamento negativo a cui sono sottoposti tanti giovani nelle scuole. Tutti questi esempi mostrano come i discorsi che vengono fatti con tanta enfasi sull'idea di "République", celino in realtà delle pratiche discriminatorie. Del resto, anche la recente "Legge sulla laicità a scuola" è tutto tranne che concepita nel segno della vera laicità che ha contraddistinto per lungo tempo la Repubblica, i cui principi corrispondevano all'idea di una neutralità dello Stato verso le credenze religiose e le scelte personali di ciascun individuo. Al contrario, questa legge di cui si è molto parlato, impone nei fatti questa neutralità agli individui, intervenendo cioè sulle loro scelte soggettive con in più un intento discriminatorio evidente, visto che ad essere presi di mira sono soprattutto i simboli religiosi "ostentati", per riprendere il termine indicato dalla nuova norma, dai musulmani. Quindi, più che di crisi del modello di integrazione francese, stiamo in questo caso constatando la flagranza delle ingiustizie e dei comportamenti disciminatori dello Stato nei confronti di una parte della popolazione.

Se i dati della Corte dei Conti fotografano perciò le difficoltà concrete della situazione francese, perché lei sembra riluttante a parlare di crisi del modello di integrazione degli stranieri in Francia, un modello a cui ha fatto per molto tempo riferimento anche buona parte del resto delle società europee?

Personalmente è lo stesso concetto di integrazione che contesto, nel senso che si tratta di supporre l'esistenza, prima dell'arrivo dello straniero, di una società nazionale connotata da regole, norme e codici pressoché intoccabili che "l'altro" al proprio arrivo dovrà fare suoi, diventando così uguale a tutti gli altri e fondendosi nella massa. Credo invece che, in particolare nelle grandi metropoli del pianeta, questo modello "nazionale" di cultura, codici e norme stia andando inesorabilmente in pezzi e si debba perciò procedere verso altre direzioni per pensare di costruire una società e una cultura comuni. Queste metropoli, certo in modo diverso da paese a paese e da un continente all'altro, si caratterizzano oggi per il loro cosmopolitismo e per la loro fisionomia meticcia, elementi che rappresentano la loro ricchezza e che identificano inoltre immediatamente tutte le novità del periodo attuale, caratterizzato da enormi spostamenti della popolazione mondiale. Questo riposizionarsi della popolazione sul pianeta sta anche contribuendo al prendere forma di una nuova definizione dell'idea di "frontiera". Oggi per i migranti che arrivano dalla Nigeria, dal Senegal o dal Mali, il passaggio della frontiera non avviene solo con l'entrata in Francia, ma attraverso un viaggio più lungo e scandito da tempi molto più lenti che in passato. Quando queste persone arrivano nelle città europee, in realtà non hanno ancora varcato davvero un confine, visto che le nuove frontiere che si vanno stabilendo nelle metropoli della globalizzazione non sono più di natura territoriale, ma hanno a che fare piuttosto con l'identificazione della popolazione in base alle proprie origini nazionali. Così questi migranti vivono qui ma non hanno gli stessi diritti degli altri cittadini, sono divisi da loro dall'instaurarsi di nuove frontiere e dalla costruzione ad arte delle differenze, questo mentre ci sarebbe invece bisogno di costruire un nuovo luogo "comune".

Questo ci porta a un tema che ricorre oggi in particolare nel dibattito francese, ma che attraversa un po' tutto lo spazio culturale europeo, vale a dire l'emergere della nozione di "comunitarismo". Nel mondo anglosassone l'incontro con gli stranieri è stato tradizionalmente pensato in questi termini, mentre la Francia ostentava la propria idea di integrazione repubblicana come via maestra per la costruzione della cittadinanza. Oggi siamo davvero di fronte alla sfida di una società organizzata su base comunitaria?

Credo che i due modelli, quello "repubblicano" francese e quello anglosassone postcoloniale, visto che la gestione comunitaria delle popolazioni di origine straniera è stata fin qui una delle eredità del passato coloniale di quei paesi, siano divenuti entrambi obsoleti. La crisi sembra più forte e visibile nel campo repubblicano, perché l'arrestarsi della volontà unificatrice che ne rappresentava lo sfondo è evidente a tutti, ma anche il comunitarismo mostra tutto il suo fallimento. Quanto alla Francia, per venire a un tema oggi al centro del dibattito nel mio paese, non credo che si possa parlare di concorrenza del comunitarismo verso il modello repubblicano. Direi piuttosto che oggi non sono attivi né l'uno né l'altro. Quanto alla possibilità per far evolvere positivamente le cose e uscire da questo impasse, mi sembra che risieda nella costruzione di un elemento "comune" a partire da una molteplicità di culture di origine e da una generalizzazione del meticciato. Come dicevo, a questa possibilità concreta si oppongono delle strategie di costruzione di nuove frontiere, sia che siano imposte secondo il modello repubblicano, che pone in primo piano la differenza tra chi è integrato e chi non lo è, sia che siano sostenute dall'idea di costituire delle comunità, ad esempio su base religiosa, che si unificano in nome della resistenza alla stigmatizzazione di cui sono vittime. E queste frontiere sono poi all'origine della violenza e delle tensioni che si sviluppano tra la popolazione delle metropoli.

Nel dibattito francese di questi ultimi anni, accanto all'emergere delle tesi comunitariste, ha trovato spazio anche la proposta, sostenuta dal politico considerato un po' come la nuova stella della destra europea, Nicolas Sarcozy appena eletto leader dell'Ump, di introdurre norme improntate all'idea di una "discriminazione positiva" - già utilizzate nel mondo anglossasone e in particolare negli Usa - di cui sarebbero beneficiari i cittadini appartenenti alle minoranze. E' questo il modo in cui la destra intende rispondere alla crisi del modello repubblicano?

Nicolas Sarcozy è un uomo politico estremamente pericoloso, nel senso che ha capito il motivo per cui Bush ha vinto, questa volta legalmente, le elezioni negli Stati uniti, offrendo cioè delle risposte pratiche e nuove, anche se ovviamente reazionarie e molto di destra, a dei problemi veri. E se la sinistra continua a restare trincerata dietro a un modello repubblicano di integrazione che non funziona più, rischia di essere spazzata via da questo nuovo modo di operare della destra. Le proposte di Sarcozy non vanno assolutamente nella direzione del meticciato e dell'incontro e, anzi, si pongono come obiettivo di far accettare da tutta la società francese l'edificazione della nuove frontiere interne di cui parlavo prima. Non solo, il disegno è quello di far sì che a sostenere la necessità di queste frontiere siano proprio coloro che ne sono in realtà le principali vittime. C'è, inoltre, in questa nuova destra imperiale di cui Sarcozy è uno dei maggiori rappresentanti in Europa, l'idea di sfidare con proposte reazionarie ma anche innovative, la capacità di elaborazione della sinistra sui temi centrali della vita contemporanea. Una sfida in nome dell'invenzione e dell'innovazione che potrebbe anche avere un aspetto salutare per la sinistra, al prezzo però di misurarsi concretamente con quanto sta accadendo intorno a noi a cominciare dalle realtà metropolitane.

Guido Caldiron
Parigi, 3 dicembre 2004
da "Liberazione"