Che cosa sono stati i suoi 27 anni di papato, per la Chiesa cattolica, per il mondo, per noi stessi laici?

Karol Wojtyla: i suoi pregi, i suoi difetti

Il mondo "postcomunista", da lui sognato come quello del riscatto spirituale, ha assunto il volto dominante del materialismo edonista, della fame, dell'ingiustizia - e della guerra.

Ha vissuto, più di ogni altro, sotto i riflettori dei media - ora consuma la sua lunga e angosciosa agonia, e consuma la sua morte, con gli occhi del mondo puntati addosso. Ma chi è Karol Wojtyla? E che cosa sono stati i suoi 27 anni di papato, per la Chiesa cattolica, per il mondo, per noi stessi laici? Domande che esigono, per approssimare una risposta soddisfacente, il tempo di una lunga indagine, e il distacco necessario. Giacchè Giovanni Paolo II è stato certamente una figura complessa, irriducibile ad ogni formula semplificata. Un grande papa integralista, che ha lottato per tutta la sua vita - e la sua morte - per riportare la Chiesa, e la fede, al centro di un mondo che ormai l'ha perduta. Un grande pacifista, che molto ha contribuito a rendere senso comune il rifiuto della guerra - e la cultura della pace. Ma anche un avversario "assoluto" del comunismo, della sua storia e delle sue idee. Un "anticapitalista reazionario" che, soprattutto negli ultimi anni, non si è stancato di denunciare i guasti profondi di una società che eleva a suo unico paradigma il Mercato. Ma anche un nemico della libertà, soprattutto della libertà delle donne. In questi percorsi solo all'apparenza contraddittori, si può dire che certo il pontificato di Wojtyla ha segnato in profondità il passaggio da un secolo all'altro: ma nel suo tentativo di "nuovo ecumenismo", nel suo utopismo neocrociato, nel suo indefesso rilancio della dimensione del Sacro, i segni della sconfitta - di una sconfitta tragica e "definitiva" - hanno cominciato a manifestarsi presto.

Perché mai, se no, il Papa ha scelto, in questi anni, con lucida consapevolezza e fortissima determinazione soggettiva, la strada della sofferenza, del dolore fisico fino all'ultimo sopportato e fino all'ultimo esibito? Perché questa nuova "via crucis" è divenuta la protesta più intensa contro l'edonismo e l'indifferenza del mondo. Per ricordare il valore testimoniale - ed anzi "evangelizzatore" - della sofferenza. Per tentar di colmare così il vuoto che si prospetta, la crisi dei valori che ci attanaglia, in un mondo dove, davvero, "Dio è morto", ogni giorno, per milioni e milioni di persone.

In questo senso, il pontificato di Karol Wojtyla ha vissuto una modificazione rilevante, rispetto alla sua prima fase. Quando, nel lontano 1978, il cardinale polacco ascese al soglio di Roma, la sorpresa fu generale: era il primo capo della Chiesa non italiano, dal 1523. Aveva combattuto con tutti i mezzi, insieme alla Curia romana, la rivoluzione del Concilio Vaticano II e la sua idea fondamentale - la riconsegna della Parola alla comunità dei credenti. Ed era evidente la natura politica, molto politica, di una scelta che equivaleva a sferrare l'attacco risolutivo ai regimi del "socialismo reale", già ormai non riformabili. Dunque, Giovanni Paolo II nacque come "vincitore": proprio dalla sua Polonia mosse l'esperienza (Solidarnosc) che sarebbe approdata all'89, alla caduta del Muro. E da vincitore visse i suoi primissimi anni: da papa "triumphans" che della tradizione cattolica aveva restaurato la simbologia più appariscente e guerriera, da potente protagonista dei media, da viaggiatore-diplomatico instancabile, che non conosceva confini. Via via, la Chiesa del rinnovamento cedeva il passo all'altra Chiesa, che metteva in discussione la modernità, e la sua stessa essenza.

Una vittoria che si è rivelata effimera - e deludente, dal punto di vista dello stesso pontefice. Il mondo "postcomunista", da lui sognato come quello del riscatto spirituale, ha assunto il volto dominante del materialismo edonista, della fame, dell'ingiustizia - e della guerra. In coerenza piena con la sua visione antimoderna, Wojtyla è divenuto un critico militante, e appassionato, del liberismo: qui, insieme alle malattie e alle ferite dell'attentato, è cresciuta la sua vena profetica. La sua voglia di diventare un "Pellegrino", questo sì modernissimo, e proiettato in ogni luogo del mondo, anche quello per lui culturalmente più lontano: chi si ricorda oggi l'intensità del suo viaggio a Cuba e del suo incotnro con Fidel Castro? Un nuovo e dolente universalismo che coniugava il dialogo con la denuncia drammatica dei "Mali del mondo": il Papa ne vedeva l'origine sociale - e anche la natura economica - ma ne rifiutava allo stesso tempo il portato forse più peculiare e certo irreversibile: i diritti dell'individuo, la libertà della persona, la rivoluzione femminile. La battente campagna contro l'aborto - e più in generale sessuofobica - riconduceva, di nuovo, la Chiesa cattolica alla sua funzione repressiva. Al sogno di una società rurale, fondata sulla famiglia tradizionale, dove la legge di Dio e il dettato del clero contano ben più dei parlamenti.

Anche noi, in queste ore, partecipiamo all'estrema lotta di un vecchio che se ne va. Dopo di lui, dicono le profezie di Malachia, un altro pontefice, e poi Pietro II, la fine della Chiesa. A Giovanni Paolo II, da laici, da lontano, pensiamo con commozione.

Rina Gagliardi
Roma, 2 aprile 2005
da "Liberazione"