La vicenda degli affitti in Italia si inserisce a pieno titolo in quel processo di enorme trasferimento di ricchezza da salari e pensioni verso i profitti e la rendita

Il girone d'inferno degli sfratti

Un decreto legge proroga le esecuzioni per le categorie protette solo a Roma e Napoli. Un palliativo inadeguato e incostituzionale: una disparità tra stessi drammi in città diverse

Illegale a chi? Una anziana di 78 anni con 600 euro al mese di pensione vive in affitto nella stessa casa da oltre 35 anni, paga regolarmente il canone, ha uno sfratto sulla testa per finita locazione: oggi viene sfrattata senza pietà, mandata da casa a marciapiede o ospizio. A questa inciviltà si oppone solo la resistenza dei picchetti antisfratto che i comitati, il movimento di lotta per il diritto alla casa di Action, l'Unione inquilini, e la partecipazione attiva di una rete di presidenti di Municipio, di consiglieri e amministratori locali che si dannano per prendere in carico il caso, evitare l'intervento della forza pubblica, differire lo sfratto, inventare qualche soluzione. Accade così nei grandi centri urbani del Paese, in una lunga catena di sofferenza che si trasforma in disperazione e, ormai più che in qualche caso, in tragedia.

E' il dramma degli sfratti che esplode nelle forme più odiose dello sfratto ai vecchi con una pensione che basta a malapena alla sopravvivenza, ai portatori di handicap, per arrivare fino ai malati terminali, ovvero le uniche categorie di persone per le quali ancora vigeva il differimento dello sfratto fino allo scorso 31 marzo. Una inciviltà che grida vendetta non solo alla coscienza ma alla stessa civiltà giuridica.

Il punto è molto semplice: se una persona o una famiglia, per condizioni di reddito, condizioni di disagio sociale o personale avrebbe diritto, in base alla normativa vigente, all'accesso a una abitazione a canone sociale, come può essere gettata in strada in assenza di un intervento pubblico che garantisca quel diritto?

A proposito del dibattito sulla legalità delle forme di lotta, come non vedere che, in presenza di quelle condizioni, il picchetto antisfratto o l'occupazione di immobili vuoti rappresenta una forma di legittima difesa rispetto all'illegalità sostanziale di quello sfratto?

Con un decreto legge, varato sull'onda di una protesta generalizzata, il governo ha varato una proroga delle esecuzioni esclusivamente per le cosiddette categorie protette (anziani, portatori di handicap, malati terminali) e solo a Roma e Napoli.

Si tratta di una misura del tutto inadeguata e di dubbia costituzionalità perché crea una disparità inaccettabile tra persone che possono trovarsi nelle medesime condizioni e vivere in città diverse. E' in ogni caso un semplice palliativo, il tentativo di prendere tempo: senza interventi strutturali anche a Roma e Napoli il primo ottobre ricomincerà tutto come prima. Eppure è il segno di una difficoltà del governo che aveva arrogantemente rifiutato qualsiasi intervento di proroga e un primo risultato del movimento di lotta. Qualcosa nel fronte avversario si comincia a sgretolare.

La punta dell'iceberg

Gli sfratti si sono sempre fatti e tanti. I dati parlano chiaro e sono le cifre ufficiali che il ministero dell'Interno elabora annualmente (quelli ultimi sono aggiornati al 2003). Le famiglie in affitto sono quasi 4 milioni, di queste, meno di 900 mila stanno in abitazioni di edilizia sociale, la restante parte, quindi circa 3 milioni di famiglie, vivono in affitto privato. La grande maggioranza di queste si trovano nelle città, in particolare nelle grandi aree urbane, con maggiore incidenza al centro nord che nel sud. Se nella media italiana l'affitto ormai riguarda una percentuale attorno al 20% del totale, nelle grandi aree urbane supera il 30%.

Ebbene, in 20 anni, dal 1983 al 2003, hanno subito una sentenza di sfratto oltre 2 milioni di famiglie, con una impennata nelle richieste di esecuzione presentate all'Ufficiale Giudiziario, a partire dal 1992, anno in cui sono stati varati i cosiddetti "patti in deroga", ovvero la liberalizzazione dei canoni di locazione.

E' quello il periodo in cui si è inventata una nuova categoria di sfratto: "lo sfratto dormiente", ovvero ti do lo sfratto non perché ho interesse reale a riavere indietro la casa ma soltanto per aumentare l'affitto con l'arma di ricatto di mettere in esecuzione lo sfratto. Ma in questa sequenza storica degli sfratti in Italia, il dato più rilevante che emerge è un altro: la modificazione delle motivazione per la quale lo sfratto viene richiesto e si esegue.

Nel 1983 gli sfratti per necessità del proprietario erano 20.442; nel 1993, primo anno dell'entrata in vigore dei patti in deroga, sono diventati 462 mentre quelli per finita locazione arrivano a 42.639. In sostanza, in dieci anni, gli sfratti per necessità sono passati dal circa il 20% del totale a un insignificante 0,5% e, di conseguenza sono cresciute le altre tipologie di sfratto, specialmente quella per finita locazione finalizzata a richiedere l'aumento dell'affitto.

Oggi assistiamo a una nuova modificazione che apre uno squarcio di verità sulla sofferenza della nuova condizione abitativa. Gli sfratti per morosità che venti anni fa rappresentavano poco più del 12% del totale, oggi sono cresciuti ad oltre il 70% del totale delle sentenze emesse (vedi tabella). E' chiarissimo: la gente non ce la fa a pagare gli affitti di mercato che sono insostenibili per chi vive di stipendio o di pensione.

La vicenda degli affitti in Italia si inserisce a pieno titolo in quel processo di enorme trasferimento di ricchezza da salari e pensioni verso i profitti e la rendita che è la caratteristica delle politiche economiche degli ultimi 15-20 anni e rappresenta uno degli elementi più incidenti a determinare, nell'attualità dell'ultimo triennio, il più grave fenomeno di impoverimento di massa dal dopoguerra.

Un triste primato

Il nostro Paese è il fanalino di coda in Europa nell'offerta di alloggi a canone sociale: meno del 5% del totale delle abitazioni rispetto a una media europea del 16%. In Francia, dove pure le case a canone sociale sono oltre 3 volte superiori all'Italia, il governo conservatore ha varato una legge sulla protezione sociale che prevede l'incremento di ulteriori 500 mila alloggi popolari. La spesa in Italia per la politica sociale della casa si riduce al cosiddetto contributo affitto, tagliato finanziaria dopo finanziaria dal governo delle destre e, ormai, ridotto circa 400 miliardi delle vecchie lire, una inezia rispetto ai principali Paesi Europei. In Germania vengono sovvenzionate 3,8 milioni di famiglie in affitto con una spesa equivalente a 6.600 miliardi di vecchie lire l'anno. In Gran Bretagna vengono sovvenzionate 4,5 milioni di famiglie con una spesa annua pari a 22. mila miliardi di vecchie lire e un contributo medio per famiglia di 5 milioni l'anno.

Il governo italiano ha fatto il contrario di quanto necessario: ha avviato la più imponente operazione di privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico in Europa (le cartolarizzazioni), ha ridotto i già striminziti finanziamenti alla politica sociale della casa, ha lasciato soli i comuni ad affrontare l'emergenza abitativa, ha favorito la speculazione finanziaria e la rendita parassitaria. Nel quadro di questa politica anche le misure minime come il contributo affitto, da un lato rappresentano una goccia, dall'altro, in assenza di misure strutturali, rischiano di tramutarsi nel loro contrario: un finanziamento pubblico alla rendita immobiliare parassitaria.

La svolta necessaria

Generalizzare il blocco degli sfratti è assolutamente necessario. Ma, sicuramente, il governa opporrà un rifiuto: quella è una misura contraria alla sua "ragione sociale". Ma il processo, impedito dall'alto, può partire dal basso. Sull'esempio della Francia, è possibile far partire una serie di atti amministrativi, di delibere di Regioni ed Enti locali che dispongono il blocco degli sfratti nei propri territori. Alcuni lo hanno cominciato a fare: un comune della provincia di Roma, Monterotondo, alcuni municipi della Capitale (e, forse non è un caso che la proroga di ieri sia stata data proprio a Roma, forse anche con l'obiettivo di fermare una iniziativa che proprio da lì cominciava a trasmettersi nelle altre città). Se questo processo deliberativo si estendesse a macchia d'olio nelle città, rappresenterebbe un fatto politico nazionale. Il governo, presumibilmente interverrebbe per bloccare queste delibere ma il conflitto sarebbe aperto.

Questo processo deliberativo, inoltre, fornirebbe un quadro di riferimento e un aiuto concreto al movimento contro l'esecuzione degli sfratti, ai comitati e alle associazioni. Ma questo è solo una parte del problema. C'è quello degli affitti troppo alti, quello di chi la casa non l'ha e, visti i prezzi non l'ha potrà mai avere (i giovani, i migranti).

Occorre una nuova politica abitativa: mettere un tetto agli affitti privati, abolendo il canale della contrattazione libera, investire risorse per incrementare l'offerta di alloggi a canone sociale con il progetto strategico e ambizioso di portarla verso la media europea, una nuova fiscalità sulla casa che smetta di premiare la rendita speculativa e, finalmente, colpisca le case sfitte in maniera assai drastica.

I soggetti di un'alleanza per un rilancio in grande del movimento di lotta ci sono. Ai soggetti tradizionali, i sindacati inquilini, si aggiungono i nuovi movimenti di massa, i popoli dei comitati di base e delle occupazioni. A questi si aggiungono le associazioni del volontariato cattolico che giustamente inquadrano il diritto alla casa come diritto alla dignità e alla vita e le realtà delle amministrazioni locali che vedono scaricate addosso a loro le contraddizioni di una politica nazionale iniqua e sbagliata. Ora è il momento: l'alternativa al governo delle destre si costruisce adesso.


FAMIGLIE IN AFFITTO PER TIPOLOGIA URBANA

Città tra 50.000 e 500.000 abitanti: 25,3%
Aree metropolitane : 35,6%
Aree urbane degradate : 42,7%

ANDAMENTO DELLE PROCEDURE DI SFRATTO

Anni 1983 - 1989: 566.257
Anni 1992 - 1998: 946.492 (+59,82%)

IL DISAGIO ABITATIVO ED IL REDDITO

Il reddito medio delle famiglie in affitto è inferiore del 22% alla media nazionale del reddito familiare; 474.000 famiglie a basso reddito (meno di 13 mila euro lordi l'anno) sono costrette a versa oltre il 40% del reddito per l'affitto; 1.021.000 famiglie hanno un reddito tra 13 e 16 mila euro e un'incidenza dell'affitto superiore al 35% o meno di 13 mila euro e un'incidenza tra il 20% e il 30%; il 19% delle famiglie in affitto (800.000) dispone di un reddito inferiore a 15 mila euro l'anno; il 37% delle famiglie in affitto (1.580.000) è costituito da anziani, il cui reddito è assicurato solo da pensione e il 29% (1.239.000) comprende almeno un disoccupato.

PROVVEDIMENTI DI SFRATTO EMESSI NEL 2003

  Necessità Finita locazione Morosità
Dato nazionale: 551 10.673 26.876
Lombardia: 28 1.991 4.115
Lazio: 53 1.932 2.766
Sicilia: 14 507 2.695
Walter De Cesaris
Roma, 22 maggio 2005
da "Liberazione"