Bertinotti: Ruini non è il capo di un partito, restino i crocifissi nelle aule

«Concordato e 8 per mille non vanno cambiati»

Intervista di Paolo Conti a Fausto Bertinotti

Fausto Bertinotti: secondo lei Camillo Ruini è, come dice il socialista Boselli, di fatto un capo partito?

«No. Perché se così fosse sarebbe risolto il problema e al posto della cattedra spirituale ci sarebbe un partito».

Ma a suo avviso il presidente della Conferenza episcopale italiana parla «da politico»? Interferisce o no nelle vicende italiane?

«In passato ci sono stati momenti in cui ha parlato come un leader politico. Diciamo poco prima dei fischi ricevuti a Siena: una scivolata, un'incursione in campo improprio. Ma non bisogna confondere una parte col tutto perché se esiste forse una propensione neointegralista, il fenomeno non va assolutizzato. In quanto al merito: se un vescovo, anche il capo della Cei, manifesta avversione per il divorzio e per l'aborto indicando ai propri fedeli quella che per lui è la retta via, non mi verrebbe mai in mente di parlare di ingerenza. Così come non è in discussione il suo diritto di critica a una legge. Certo, in quel caso io non resterei muto. Sul terreno della reciproca libertà d'opinione, e quindi della civiltà, manifesterei il mio dissenso».

Quindi Ruini e i vescovi hanno libertà di esprimere la propria opinione sulle scelte politiche che coinvolgono la morale?

«Certo. C'è grave ingerenza quando si minaccia di scomunica un eletto dal popolo nel caso in cui valicasse il limite della norma morale cattolica. Così davvero si limita l'autonomia del mandato, si colloca il legislatore in una dimensione extrasecolare, la sua legittimità viene misconosciuta e ricondotta non più all'elettorato ma a una cattedra morale. Chi legifera non può mai essere la lunga mano di un potere spirituale».

Lei ha detto: manifesterei il mio dissenso con Ruini. Su cosa?

«Quando parla in quel modo dell'aborto, della pillola RU 486 non guarda alla sofferenza della sua comunità. Sono in molti a sottolineare la frattura tra la parola proclamata dalla Chiesa e il comportamento dei fedeli. Se per risolverla tu, pastore, cerchi la supplenza del legislatore, io ti rimprovero».

Ruini boccia la revisione del Concordato. E lei, Bertinotti? E sempre a questo proposito cosa pensa della guerra dichiarata da Boselli all'Otto per mille, che per lui è una truffa?

«Il problema è l'agenda politica di questo Paese, legata alle sue autentiche urgenze. Se qualcuno mi chiedesse: inseriresti il Concordato nell'agenda delle urgenze?»

Eccellente domanda, la sua: come risponderebbe?

«No, non la inserirei, non mi sembra sia tra le priorità dell'Italia. Stesso discorso per l'Otto per mille. Bisognerà invece aprire una discussione su come garantire laicità e convivenza a uno Stato sempre più multireligioso, multietnico, multiculturale. Creare un cortocircuito e partire da un punto conclusivo, segnato dalla storia passata come il Concordato o l'otto per mille sarebbe un errore. Per farmi capire meglio: per la mia storia personale non toglierei mai un crocifisso da un'aula che lo ospita da anni. Semmai procederei per aggiunta. E comunque mi porrei il problema del futuro: come regolarci, per esempio, nelle aule delle scuole ancora da inaugurare?»

Livia Turco avverte: attenzione, Boselli e Capezzone, così rischiamo di perdere i voti dei cattolici

«Non è un argomento né a favore né contro. I cattolici non sono un monolite né una massa inerte. Il Pci fu attraversato dallo stesso dubbio quando partecipò con prudenza alla campagna per il divorzio. Invece le famose "masse cattoliche" decisero in piena, matura consapevolezza».

Piero Fassino avverte: non metteremo in minoranza la Chiesa.

«Ma la Chiesa non si fa mettere in minoranza... Suggerirei a Fassino di preoccuparsi un po' meno per una realtà che, da duemila anni, dimostra una certa qualche vitalità, almeno mi pare. Piuttosto i laici dovrebbero fare autocritica».

Su quali punti, Bertinotti?

«Almeno due. L'aver rinunciato a porsi il grande quesito di fondo sull'uomo nel nome del mercato e dell'economia. Bisognerà mettere mano a idee forti nella politica altrimenti proprio lì ci si espone all'incursione della religione e magari dei fondamentalismi. Secondo: bisogna restituire l'orgoglio al legislatore, fargli ritrovare le risorse per difendere il proprio operato».

Un'ultima domanda, stavolta personale. Più volte ha parlato della sua ricerca di Dio. A che punto si trova, in questo momento?

«L'ho già detto. Mi ritengo un non credente, non mi definirei adesso un ateo. Ma è bene che la dimensione religiosa privata dei politici resti tale. Non vorrei che, parlandone, qualcuno mi accusasse di voler apparire pio. La mia ricerca ha comunque come centro l'uomo. Dice il filosofo del diritto Pietro Barcellona in un suo recente saggio: il mondo moderno mostra la sua inferiorità nei confronti di quello classico e cristiano perché non si è mai chiesto cosa sia l'uomo. Per me la domanda di fondo resta quella: l'uomo. E inevitabilmente sfiora la sfera di Dio».

Paolo Conti
Roma, 17 novembre 2005
da "Il Corriere della Sera"