Cronaca del più agghiacciante episodio di intolleranza etnica dal 1945

Progrom o solidarietà? Il caso dei rom a Opera

I fatti sono ormai noti: l’amministrazione Comunale decide di ospitare per l’inverno entro i propri confini un gruppo di trenta famiglie rom barbaramente gettate in strada poche ore prima da uno sgombero ordinato dal Prefetto, la risposta di tutte le forze di destra è quello di assaltare il Consiglio Comunale ...

Opera, tranquilla città di quasi 14.000 abitanti nell’immediata periferia a sud di Milano con una amministrazione di centrosinistra che, praticamente dal 1948, governa con percentuali assai simili a quelle che si riscontrano nella Toscana, nella serata tra il 21 ed il 22 dicembre 2006 è stata il contesto per la riproposizione della più fosca rappresentazione simbolica di massa che la storia europea conosca: il pogrom. Pur essendo doveroso premettere che in questo caso, per fortuna, non vi sono stati morti o feriti dobbiamo però, al contempo, affermare che la dinamica e la struttura “narrativa” degli eventi accaduti rientrano perfettamente nella definizione da cui siamo partiti: pogrom.

I fatti sono ormai noti: l’amministrazione Comunale decide di ospitare per l’inverno entro i propri confini un gruppo di trenta famiglie rom barbaramente gettate in strada poche ore prima da uno sgombero ordinato dal Prefetto, la risposta di tutte le forze di destra è quello di assaltare il Consiglio Comunale, bruciare il campo, trascinarne i resti “nel cuore” del paese utilizzandoli come barricata per bloccare il traffico per tutta la notte ed iniziare una serie di aggressioni fisiche a quella parte della società civile aperta all’ospitalità.

Opera cade in uno stato d’assedio e la coscienza democratica sembra essere pesantemente sotto scacco. L’egemonia del “leghismo” appare sostanzialmente granitica, intendendo con questo termine nongiàilriferimentoadunaforza politica organizzata quando una idea di comunità basata sull’“assoluto etnico”, su di una progettualità identitaria “pura” che tanto più è fittizia tanto più deve proporsi con aggressività.

Il pogrom di cui parliamo, vogliamo continuare a chiamarlo così, ci parla di un sentimento oggiassaidiffusointuttiiterritori del nord d’Italia, la prospettiva cioè, che accompagna ad una esaltazione della laboriosità, nel contesto di smarrimento e svalutazione complessiva del senso stesso del lavoro, alla creazione di una rappresentazione del vivere in comune come dotato di senso unicamente se cementato dalla finzione di una purezza comunitaria.

Come detto le famiglie rom soggiorneranno, comeprevisto, solo per il periodo invernale poiché la loro sistemazione definitiva in luogo più idoneo sarà fuori dal territorio di Opera, ma questo dato non ha minimamente attraversato la riflessione dell’assai numeroso, fronte dei “piromani” proprioperchéil semplicepassaggiodell’“impuro” viene additato come agente disgregatore della comunità, come scritto nei loro volantini.

Tuttavia ci sembra di poter affermare che questa dinamica di aggregazione identitaria non sial’unicaprospettivaingioco, a pochi km di distanza, al confine tra Cologno e Cernusco vi è infatti stata la possibilità di realizzare un Villaggio Solidale per famiglie rom e sinti e per cittadini locali in difficoltà con il consenso della popolazione. Il passaggio non è stato indolore e la presentazione dell’iniziativa, attraversoun’affollataassembleadel 19 gennaio, è stata carica di tensione ma lì si è riusciti a far filtrare una differente idea di “vita collettiva”: perché?

Certo molte sono le differenze nel progetto ma soprattutto diversa è stata la tempistica; ad Opera ci si è trovati di fronte all’emergenza, non vi è stata la possibilità di connettersi con la coscienza civica presente, nel breve spazio ditempointercorsotralosgombero e la necessità di dare una risposta è saltato il tempo della riflessione ovvero il “luogo” dell’azione politica cosciente, trascinati nel fare amministrativo.

È in questa mancanza che è esplosa la potenza carsica del “leghismo”, che con forza scava in profondità e si insinua in un corpo sociale, quello plasmato dalla disgregazione dei rapporti sociali nella post modernità, che sembra essere così sfibrato, così piegato dalla logica della competizione individualista affermatosi come valore centrale da rasentare l’isteria per sfinimento: ma è qui che deve entrare in campo la politica, intesa come arte del vivere comune, come azione collettiva che permette di creare un orizzonte di senso non esclusivista. Il Villaggio Solidale ci dice che forse la possibilità di tessere il filo della ricomposizione sociale è una realtà.

I numeri della comunità

Rom e Sinti (i cui nomi dei gruppi sono poco noti: Khanjarja, Khorakhanè, Ariija, Rudara, Rumuni) sono una piccolissima minoranza etnica della Provincia di Milano di non più di 1.600 individui. A Milano sono appena l’un per mille del totale dei residenti, lo 0,5 nell’area della Provincia, il 2 per mille in Italia, divisi in una dozzina di diverse comunità sparpagliate in una trentina di insediamenti. Risiedono in città fin dagli anni ’60 in aree parzialmente attrezzati dal Comune, su terreni in affitto o di proprietà, in roulottes, case mobili, prefabbricati. Particolare la composizione anagrafica e sociale: oltre il 50% di minori al di sotto dei 14 anni e solo il 2/3% supera i 60 anni.

Moltissimi i bambini nati e cresciuti in Italia ma privati dei più elementari diritti alla salute e all’istruzione; puerpere senza assistenza sanitaria, giovani uomini costretti a lavorare in nero sottoposti al peggior capolarato, ”anziani” la cui aspettativa di vita media non supera i 50 anni.

Matteo Armelloni (Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Opera)
Opera, 3 febbraio 2007
da "Liberazione"