Bruno Contrada

La grazia sarebbe un atto di ingiustizia

Un servo infedele dello Stato nelle mani della mafia siciliana.

Bruno Contrada, è stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa; cioè è stato accolto dalla Corte giudicante l’impianto accusatorio che vedeva un uomo dello Stato nelle “disponibilità della criminalità organizzata”.

Questa disponibilità si manifestava con solerte tempestività nelle azioni di depistaggio e di segnalazione preventiva delle azioni delle squadre Catturandi a Palermo e nella Sicilia.
In sostanza mentre vi erano persone come Boris Giuliano, Nini Cassarà, Natale Mondo e Giuseppe Montana e altri che negli uffici della Questura di Palermo facevano il dovere nel contrasto a “cosa nostra” ai vertici del servizio segreto (SISDE) che dovrebbe coadiuvare gli uffici nelle indagini vi era un personaggio che non solo non collaborava ma passava le informazioni al nemico/amico.

Un servo infedele dello Stato nelle mani della mafia siciliana. Del resto non stupisce che nelle viscere più profonde dello Stato uomini insospettabili abbiano tramato contro la democrazia e la libertà del bel paese.
Uomini corrotti e collusi con la criminalità organizzata li abbiamo trovati ai vertici delle banche (Sindona, Calvi etc…) per ripulire il denaro sporco; nella Corte di Cassazione per annullare i processi quando questi erano di condanna; nelle logge massoniche insieme a porporati, ufficiali di tutti le armi, imprenditori e i politici di destra ma purtroppo anche di sinistra come fu per la componente malavitosa che stava nel PSI di Craxi.

Peraltro il Dott. Contrada stava iscritto in una loggia denominata “I Cavalieri del Santo Sepolcro” nella quale era iscritto anche Giulio Andreotti il quale per lo stesso reato si è visto assolto non, per non aver commesso il reato, ma per la prescrizione del reato stesso. Infatti nelle motivazioni della sentenza di assoluzione la Corte ha sottolineato l’impossibilità di procedere.
Ma il reato è stato commesso e più volte reiterato. Dunque ci coglie di sorpresa la richiesta di grazia fatta dal legale di Contrada sia nei tempi che nella motivazioni. Seppur legittima la richiesta appare strumentale perché in un periodo di scarsa attenzione dei media; secondariamente per le motivazioni: ragioni di salute incompatibili con il regime carcerario. Nulla da eccepire sul lavoro di un legale per compiacere il proprio cliente ma in Italia ci sono centinaia di detenuti più o meno nobili che ogni due per tre chiedono di essere scarcerati perché malati; l’ultimo il palazzinaro romano Coppola (uno dei furbetti del quartierino).

Quindi chi si oppone alla grazia di Contrada non è animato da giustizialismo ma dal fatto che in questo paese deve essere garantita la certezza della pena. Uno degli strumenti principali della lotta alla criminalità, oltre alla normale ed importante azione di spionaggio e di contrasto della criminalità, c’è l’educazione alla legalità e proprio su questo terreno che va contrastata la mafia andando a scovare gli uomini collusi che nello Stato, nelle istituzioni finanziarie, politiche e sociali si infilano per inquinare la vita democratica del Paese.

Più sono persone insospettabili più sono i garanti di uno “status quo” che permette alla prima impresa italiana di fare affari e di taglieggiare il sistema, mettendo a rischio la democrazia. Oggi possiamo dire con certezza che le dichiarazioni di delegittimazione della Magistratura fatte da esponenti della destra affarista mafiosa che fa capo a Forza Italia hanno causato gli stessi danni delle bombe di Capaci e di via D’Amelio.

Oggi alla mafia non serve il Magistrato morto; preferisce il Magistrato impossibilitato ad esercitare la sua funzione inquirente. Sono sufficienti le Procure senza computer, senza carta per le fotocopie degli atti che se arrivano in ritardo ai legali della difesa procrastinano i processi per mesi. Basta lasciare senza benzina le auto delle forze dell’ordine e delegittimare ogni Procura ogni qualvolta parte un’indagine contro un potente sia esso politico, banchiere, prelato o chicchessia invischiato con le mafie.

Così la lotta alla criminalità si prosegue aumentando la capacità dello Stato di ripulirsi delle scorie e incentivando tutte quelle iniziative volte a diffondere legalità. Una di queste sarebbe quella di non concedere la grazia a Contrada. Per la sua vita in un carcere, molte sono finite prematuramente sottoterra.

Il Dott. Contrada ci tiene far sapere che non si deve parlare di lui per sentito dire ma dagli atti processuali; ecco di seguito brevi e significative dichiarazioni dei suoi diretti accusatori 8 (Dal sito www.strano.net):

Contrada entra in Polizia nel 1959 alla Questura di Latina.
Nel 1962 gli viene affidata la direzione della Sezione Volanti alla Questura di Palermo. Successivamente ricopre diversi incarichi tra cui dirigente della Sezione Catturandi, della Sezione Antimafia e di quella Investigativa.
Dal 1973 all'ottobre 1976 dirige la Squadra della Questura di Palermo.
Dall'ottobre 1976 al gennaio 1982 dirige la Criminalpol per la Sicilia Occidentale. Dal gennaio 1982 al settembre 1982 coordina gli uffici SISDE della Sicilia e della Sardegna.
Dal settembre 1982 al dicembre 1985 è capo di gabinetto dell'Alto Commissario per la lotta alla mafia, Emanuele De Francesco mantenendo l'incarico di coordinatore dei centri SISDE delle isole.
Nel gennaio 1986 viene trasferito a Roma e nominato responsabile del III reparto operativo del SISDE.
Nel 1987 gli viene inoltre affidata la direzione di una squadra di 20 uomini che acquisiscono notizie su latitanti del terrorismo e della criminalità organizzata, sempre all'interno del SISDE.
Tra l'agosto del 1991 e l'agosto 1992 coordina i centri SISDE del Lazio e dirige il gruppo “Roma 3” che si occupa di criminalità organizzata.
Il 22/2/1991 viene nominato dirigente generale di Pubblica Sicurezza.
Dall'agosto al novembre 1992 torna in Sicilia per coordinare un gruppo di indagine del SISDE sulle stragi di Falcone e Borsellino.

Il primo pentito ad accusare Contrada di collusione con la mafia fu Tommaso Buscetta nel 1984, il quale dichiarò:“Ho saputo da Rosario Riccobono che Contrada gli passava informazioni sulle operazioni della polizia”. Il giudice istruttore Giovanni Falcone, successivamente, archiviò il caso. L'inchiesta è stata riaperta nel 1992 in seguito alle rivelazioni di Mutolo (“Riccobono mi disse che Contrada era a disposizione. Per questa ragione gli aveva regalato una macchina e messo a disposizione un appartamento”) , Buscetta, Marchese (“Nel 1981 mio zio Filippo mi mandò ad avvertire Riina di una imminente perquisizione che era stata segnalata da Contrada. Mio zio mi disse che il poliziotto faceva avere le notizie a Salvatore e Michele Greco”) e Spatola (“Vidi Contrada a pranzo con Riccobono in un ristorante di Sferracavallo”).

Il 24 Dicembre 1992 Contrada viene arrestato. Il giorno dell'arresto di Bruno Contrada, l'allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi, prende le difese del poliziotto inquisito, avanzando sospetti sui pentiti: “Contrada è un funzionario che ha sempre fatto il suo dovere e per quanto consta all'amministrazione si tratta di un uomo assolutamente irreprensibile”. Nel frattempo si sono aggiunte le rivelazioni di Marino Mannoia (“Sono a conoscenza di uno stretto rapporto fra Riccobono e Contrada: l'uno faceva il confidente dell'altro. Lo stesso avveniva con Stefano Bontade”), Cancemi (“Giuseppe Calò e Giovanni Lipari mi hanno detto che Contrada era nelle mani di Stefano Bontade al quale aveva fatto avere patente e porto d'armi”). e Scavuzzo.

Il processo a carico di Contrada inizia il 12 aprile 1994, la documentazione raccolta dalla Procura ammontava a 32.000 pagine, contenute in 18 fascicoli. Nel corso del processo altri tre pentiti hanno accusato Contrada: Costa (“Appresa per televisione la notizia dell'arresto di Contrada, Vincenzo Spadaro, mio compagno di cella, ebbe ad esclamare: “nu cunsumarù (espressione siciliana che significa: ce lo hanno rovinato)””), Pirrone (“Lavoravo in un locale di cabaret; una volta, insieme al mio titolare, che intratteneva rapporti con la malavita, mi recai da Contrada, in questura, per consegnargli alcuni biglietti di invito. Fu in quell'occasione che appresi che Contrada era vicino al clan Riccobono”) e Pennino (“ Contrada mi interrogò dopo l'omicidio del segretario regionale della DC Michele Reina: ebbi la sensazione che volesse depistare le indagini”).

Il pentito Gaspare Mutolo, all'udienza dell'8 giugno 1994, dichiara: “Sino alla prima metà degli anni Settanta, Contrada, insieme ad altri integerrimi funzionari di polizia, Boris Giuliano, Ignazio D'Antone e Antonino De Luca, era per la mafia un nemico da eliminare. C'erano due linee all'interno di Cosa nostra, quella morbida dei boss Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade che sosteneva di “avvicinare” i poliziotti e quella dura, del clan dei corleonesi che propendeva per un attacco frontale allo Stato.
Ebbi l'incarico di pedinare Contrada per scoprire le sue abitudini. Quando fui scarcerato, nel 1981 Rosario Riccobono mi disse che Contrada era a nostra disposizione”. Cosa nostra poteva contare su una miriade di uomini delle istituzioni per ottenere protezioni e per “aggiustare i processi”e nell'udienza del 13/7/94 prosegue:"Riccobono mi diceva che Contrada gli dava notizie sulle operazioni di polizia. Quando era in arrivo una retata, lui lo chiamava e i mafiosi scappavano”.

Nel luglio del 1995, gli avvocati difensori presentano una richiesta di scarcerazione, accolta dal Tribunale il 31 luglio. All'udienza del 29 settembre 1995, i PM chiedono l'acquisizione agli atti del processo di alcune pagine dei diari di Contrada relativi agli incontri avvenuti fra il 1979 e il 1980 con l'avvocato Bellassai, capo gruppo della loggia P2 in Sicilia.

Marco Fraceti (Segretario del Circolo del PRC “Peppino Impastato” )
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