Stefano Cucchi è stato arrestato nella notte fra il 15 e il 16 ottobre. E’ morto una settimana dopo. Cosa sia successo, in questo intervallo, nessuno lo sa. La famiglia ha diffuso le foto scattate dopo l'autopsia. Sul cadavere ci sono segni di colpi e percosse, le arcate paretali sono livide, deformate, violacee.

Stefano che muore senza un perché

Stefano muore. Come Federico Aldrovandi, come Aldo Bianzino. Muore non di morte naturale, ma di morte violenta.

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi. Le foto sono state portate in redazione di “Il Fatto”, dopo la conferenza stampa della famiglia, Caterina Perniconi e Silvia D’Onghia, che ha ricostruito una piccola grande storia dell’orrore, quella di un ragazzo morto dopo un arresto perché aveva con se 20 grammi di marijuana.

Photo by Lanterne Rosseinfo

Stefano è stato picchiato. Stefano è stato lasciato senza cure. Stefano è stato lasciato solo. Non gli hanno permesso di vedere i suoi genitori, sua sorella nemmeno un minuto. Sono passati giorni e giorni e lui muore completamente sfigurato, dimagrito da 43 a 37 chili. Aveva 31 anni, lavorava col padre come geometra nello studio di famiglia. La sera del 16 Ottobre scorso si imbatte nei carabinieri che lo arrestano perché ha in tasca 20 grammi di marijuana.
Lo portano a casa sua per una perquisizione: sta ancora bene. Saluta suo padre all’udienza per direttissima del giorno dopo e già qui cominciano a vedersi dei segni sul suo volto. Ha il volto così tumefatto che viene visitato dal presidio medico del tribunale. Poi fa il giro del Fatebenefratelli per delle radiografie dove gli riscontrano delle vertebre fratturate.
Ma poi tutto diventa ancora più nebuloso, impercettibile e l’ultima immagine di Stefano è quella diffusa dai giornali oggi: un viso irriconoscibile, un corpo dove palesemente la violenza di qualcuno ha agito fino a renderlo esanime.
E ancora una volta tocca scrivere di storie di brutalità, di pestaggi e di chissà cosa d’altro non provocati da risse tra bande rivali come le “gangs of New York”, ma avvenuti nel mentre il giovane arrestato è appunto in potere dello Stato, nelle sue mani, nella sua – così dovrebbe essere – “custodia”.
E un detenuto, per diritto, è sacro, inviolabile, a cominciare dalla fase degli interrogatori: la Costituzione, quella stupenda carta che diventa sempre più “straccia” a causa delle politiche delle destre e del ritorno di fiamma conservatore e xenofobo di tanta parte del popolo italiano, non consente non solo atti di violenza, ma neppure atti moralmente offensivi, ossia insulti e schernimenti che ledano la dignità del presunto reo.
Sappiamo benissimo che questa parte della Costituzione è nei record di violazioni quotidiane. E sappiamo benissimo che è nel triste DNA del cameratismo poliziesco, in quella beffarda definizione di “forze dell’ordine”, una costante propensione all’utilizzo di mezzi e parole che sono violenti, che sono intimidatori, che sono tutto tranne che i termini di garanzia previsti per un arrestato.
Stefano muore, dunque. E questo è il fatto. E muore senza un perché, visto che non è ammissibile finire in una bara per la detenzione di 20 grammi di “Maria” e che neppure la peggiore delle leggi proibizioniste avrebbe come pena la morte per un fatto simile.
Eppure Stefano muore. Come Federico Aldrovandi, come Aldo Bianzino. Muore non di morte naturale, ma di morte violenta. E allora, la domanda dei genitori e di sua sorella è un dito puntato davanti agli occhi dello Stato: “Chi ha ridotto così il nostro Stefano?”.
Qualcuno, per favore, risponda. Lo faccia lei Signor Presidente della Repubblica, perché noi, come vede, scriviamo questi articoli come epigrafi sulle tombe di giovani ragazzi che non possono essere uccisi dalla Repubblica, dalle sue Istituzioni, dai suoi Enti che devono invece prendersi cura dei cittadini tutti, delle cittadine tutte.
Dove nasce la violenza che uccide Stefano, che ha ucciso Federico e che ha messo a termine la vita di Aldo e, tanti e tanti anni fa, anche quella di Franco Serantini, di Giorgiana Masi…
Certo, erano tempi difficili quelli, gli anni ‘70 “nati dal fracasso”, quelli dove lo scontro politico era acceso. Non era e non dovrebbe essere stato mai un alibi per picchiare a morte Franco e lasciarlo morire in un coma solitario nella cella quel 7 Maggio 1972…
Ora parliamo di un ragazzo fermato perché i carabinieri trovano su di lui un po’ di “erba”. E’ possibile che da un arresto ne derivi una morte? E’ inaccettabile, impossibile da concepire, e per questo muove al ribollire del sangue e all’indignazione di ogni poro della nostra pelle il fatto che Stefano non ci sia più.
Che tipo di gestione dell’ordine pubblico si è venuta formando in questi anni in Italia? Quale linea è stata oltrepassata? Di sicuro una linea legale se si guarda alla Costituzione, non se si mette lo sguardo alla repressione sulle droghe leggere equiparate a quelle pesanti, e se si tratta come un pericoloso spacciatore un giovane di 31 anni che rientra a casa all’1.30 del mattino e che, a vista d’occhio, non sta facendo nulla contro persone o cose.
E, comunque, dopo averlo fermato, il potere non è ancora contento e si accanisce su di lui, lo fa diventare un mostro o qualcosa di simile. Forse così lo vedono i suoi aguzzini. Forse così lo vedrebbero anche molti ignoranti e bigotti sostenitori dell’ordine, della sicurezza e della disciplina.
Bell’ordine, bella sicurezza, bella disciplina! Che uccidono un ragazzo, che negano una giovane vita, che violano quella Legge (con la “elle” maiuscola!) che tanto esaltano come principio assoluto di giustizia.
Ed invece Legge e Giustizia molto spesso sono compagne separate, che si incontrano incatenate dalla volontà di un codice, ma non da quella della verità.
I genitori e la sorella di Stefano, ma pure noi tutti, abbiamo bisogno di sapere, di conoscere chi lo ha ucciso, come questo sia avvenuto e cosa abbia mosso alla violenza efferata che ha reso il sorriso di un trentunenne una mesta, triste apertura di labbra che sembrano chiedere un ultimo disperato tentativo di aiuto.

Marco Sferini
Savona, 30 ottobre 2009
da: “Lanterne Rosse