Il rispetto dei diritti costituzionali e la risposta efficace alla mafia

La cultura dell'emergenza

Non è possibile affrontare e confrontarsi su una questione così delicata come quella riguardante le modifiche alla legge Gozzini prescindendo dai principi costituzionali secondo i quali la pena deve tendere anche alla rieducazione del condannato e non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. È stato già detto nel corso della discussione sulle linee generali e nelle dichiarazioni di voto sugli emendamenti ma è doveroso ribadirlo: questo provvedimento, in particolare l'articolo 1, non solo lede i principi base di uno Stato di diritto ma determinerà effetti ben diversi da quelli auspicati.

La nostra volontà e la nostra costante ricerca di un punto di equilibrio tra esigenze di sicurezza della collettività, tutela dei diritti individuali e interesse dello Stato al reinserimento dei detenuti, anche al fine di limitare, per quanto umanamente possibile la recidiva, non ha trovato e non trova, in questo provvedimento, una risposta convincente. Anzi, forte è il rischio di effetti opposti a quelli voluti, cioè, fare di tutto affinché chi ha commesso un reato, anche grave, esca definitivamente dal circuito perverso della criminalità quale premessa per contrastare, debellare e sconfiggere definitivamente la mafia e la criminalità organizzata.

Sarebbe stato possibile ottenere questo risultato se solo si fosse tenuto conto degli insegnamenti della Corte costituzionale, delle motivazioni con cui la Corte europea dei diritti dell'uomo ha, più volte, condannato il nostro paese, nonché del rapporto del Comitato per la prevenzione dalla tortura del Consiglio d'Europa che ha ritenuto quello previsto dall'articolo 41-bis un trattamento tra i più duri finora osservati.

Invece, si è andati in senso opposto e ne è scaturito un testo che potrà, forse, dare una risposta all'opinione pubblica, come del resto ammesso dallo stesso rappresentante del Governo in sede discussione sulle linee generali, ma che, certamente, non sarà tale da incidere efficacemente nella lotta al contropotere mafioso, col rischio, come bene hanno evidenziato tanti colleghi, che si salvino le apparenze e forse si appaghino le coscienze ma si finisca col procrastinare a chissà quando gli altri e ben diversi interventi necessari e concretamente efficaci per contrastare la criminalità.

Una seria analisi della lotta alla mafia in questi ultimi anni dimostra che ben altri e ben diversi erano, sono, saranno e dovranno essere i provvedimenti indispensabili e prioritari, non solo sul piano giudiziario ma, soprattutto, su quello sociale. Solo risolvendo i problemi del lavoro, della disoccupazione tristemente dilagante, della mancanza di acqua in vaste zone del nostro paese, di un effettivo controllo sugli appalti, sarà possibile impedire che il contropotere mafioso sia più credibile dello Stato e, conseguentemente, sconfiggere definitivamente chi continua ad imperare con l'intimidazione e la violenza in intere regioni d'Italia.

Ebbene, invece di intervenire su tali problemi che riguardano la vita quotidiana e la sopravvivenza di tanti cittadini il Governo ha proposto, e sono state anche approvate, nella legge finanziaria, norme vergognose che favoriscono e premiano l'illegalità. Nel contempo, con questo provvedimento, si demolisce ulteriormente la legge Gozzini che, invece, ha lo scopo ed ha avuto l'effetto di reinserire nella società e nella convivenza civile chi, dopo aver fatto parte di associazioni illegali, ha fatto una scelta definitiva di legalità.

Quale collegamento può esservi se non in presenza di una concezione inaccettabile dello Stato di diritto, tra la lotta alla criminalità e l'articolo 1 di questo provvedimento che restringe ulteriormente gli ambiti di applicazione delle misure alternative al carcere anche nei confronti di chi ne è pienamente meritevole?

La lotta al crimine è tanto più efficace quanto più rispetta i principi di uno Stato di diritto e quanto più si combatte l'ingiustizia sociale. È inaccettabile che in uno Stato democratico per tutelare la non discussa esigenza di sicurezza dei cittadini si decida di adottare misure vessatorie ed inique che contrastano col senso di umanità ed i diritti costituzionali. Il dettato costituzionale non viene certo rispettato - e mi limito solo a fare un esempio - quando si fa diventare definitiva una norma eccezionale ed emergenziale senza neppure le garanzie di una sua giurisdizionalizzazione.

A ingiustizia, purtroppo, si aggiunge altra ingiustizia. Il contenuto dell'articolo 1 della legge sull'ordinamento penitenziario, che ne indica i principi direttivi, è preciso e tassativo: il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona; il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli fino alla condanna definitiva; nei confronti del condannato deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda al loro reinserimento sociale; non possono essere adottate restrizioni non giustificabili con le esigenze necessarie per mantenere l'ordine e la disciplina. Si tratta di precetti la cui finalità, giova ricordarlo, è quella, come ci ha insegnato la Consulta, di dare attuazione all'articolo 27 della Carta costituzionale, per cui l'imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva e le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.

Alessandro Margara, con l'intelligenza, la sensibilità e l'autorevolezza che gli derivano dal fatto di essersi occupato da decenni, come magistrato e studioso, del rapporto tra carcere e società (il più autorevole esperto della materia), ha recentemente sottolineato come il nuovo articolo 41 bis e, ancor più, le modifiche all'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario, non rispettano le indicazioni della Corte costituzionale e snaturano la funzione della pena.

Nel nostro sforzo di modifica nel testo approvato dal Senato, ci siamo rifatti proprio alle direttive della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell'uomo: abbiamo tenuto conto delle preziose indicazioni di associazioni, da Antigone all'Unione delle camere penali, che da sempre si battono per il rispetto dei diritti e delle garanzie individuali in un'ottica di efficace lotta al crimine. Abbiamo fatto di tutto per modificare un testo che continuiamo, malgrado i limitati miglioramenti approvati in sede di Commissione giustizia e di Assemblea, a ritenere foriero di conseguenze negative sotto diversi profili.

Siamo ben consapevoli del fatto che nel tentativo di modificare il testo approvato dal Senato, senza stravolgerne le finalità, abbiamo portato avanti, con pochi altri in Parlamento e nel paese, una battaglia non certo popolare per chi non ne conosce i contenuti, ma di certo coerente per chi si è sempre battuto per il rispetto delle garanzie, per una diversa concezione della pena, per la presunzione di non colpevolezza fino alla condanna definitiva, per un carcere che sappia coniugare umanità, tutela dei diritti individuali, dovere di dare una risposta alle esigenze di sicurezza della collettività; siamo abituati a batterci per obiettivi giusti anche quando questi sono difficili.

Come dimenticare, del resto, i danni creati allo Stato di diritto dalle leggi emergenziali a cui non molti si sono opposti anche nei momenti più difficili, nonché il fatto, dalla stessa Corte costituzionale ribadito in più occasioni, che le leggi eccezionali, dovute a situazioni di particolare emergenza, si conciliano con il dettato costituzionale solo se limitate nel tempo.

Sovvengono, in momenti come questi, le parole di Leonardo Sciascia quando, spesso isolato, si batteva contro leggi inique e per questo veniva attaccato da fronte politici opposti. Egli scriveva in quegli anni, con l'amarezza nel cuore: «Sono stanco di essere frainteso, di essere accusato di alleanze oggettive con questi o con quelli». È il caso di dire, qui ed ora, che la trovata delle alleanze oggettive, mossa in accusa a chi difende certi diritti civili che si vogliono dimenticare o a chi discorda da opinioni che si vogliono totalitarie, è uno dei ricatti che più pesano nella vita italiana, che di ricatti non si può dire povera.

Leonardo Sciascia, ne sono convinto, sarebbe accanto a noi in momenti come questi, pur nel rispetto che abbiamo di opinioni diverse dalle nostre.

Ci siamo sempre battuti, con tutte le nostre forze e senza tentennamenti contro la mafia e siamo profondamente convinti che è un dovere impedire che chi è detenuto possa avere contatti con le organizzazioni criminali, ma nel contempo intendiamo essere coerenti e non accettare che, alla limitazione della libertà personale e a quelle misure necessarie per evitare che un detenuto possa continuare ad avere rapporti illeciti con l'esterno, si aggiungano restrizioni inutilmente afflittive e, quindi, a nostro avviso, anche incostituzionali.

Le limitazioni ai benefici della cosiddetta legge Gozzini, la messa a regime dell'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, la mancanza di un controllo giurisdizionale sulla sua applicazione, il continuare, in generale, in un'ottica emergenziale, non possono trovare il nostro consenso.

Il gruppo di Rifondazione comunista vota, quindi, contro questo provvedimento. Continuiamo ad essere convinti, infatti, che ogni detenuto recuperato è un pericolo in meno per la collettività e che dovere giuridico, politico e morale di uno Stato di diritto sia quello di garantire contemporaneamente il diritto alla sicurezza e la sicurezza dei diritti.

(La dichiarazione di voto ieri alla Camera)

Giuliano Pisapia
Roma, 17 dicembre 2002
da "Liberazione"