Trent'anni fa, nasce la legge 194 grazie alle lotte femministe.

1978 le donne dicono basta alle mammane

La lotta femminista per l'aborto libero, gratutito e assistito che ha portato all'approvazione della 194 nel 1978, è stata una lotta radicale e la ricordiamo con grande orgoglio.

È tutto inutile, tanto noi non dimentichiamo. Perché dalla nostra parte c'è la memoria viva di tutte quelle che sono venute prima. Quando solo chi se lo poteva permettere andava ad abortire all'estero e per tutte le altre c'erano le “mammane” per 30mila lire, i ferri da calza, il prezzemolo, il chinino, i “cucchiai d'oro”. Quando c'era ancora il codice fascista Rocco e l'aborto era un delitto contro l'integrità e la sanità della stirpe al quale erano condannate milioni di donne. Quando di aborto le donne morivano o, se sopravvivevano, gli capitava spesso di andare in galera.

La lotta femminista per l'aborto libero, gratutito e assistito che ha portato all'approvazione della 194 nel 1978, è stata una lotta radicale e la ricordiamo con grande orgoglio. Non solo perché una storia di coraggio e (auto)determinazione, costellata di occupazioni - la più eclatante quella del Duomo di Milano nel '76 - di autodenunce, di processi, di arresti, di grandi e piccoli cortei di donne caricati dalla celere, attaccati dai fascisti ma anche dai servizi d'ordine dei compagni. Ma soprattutto perché quella lotta è stata cruciale nell'esodo costituente delle donne dalle forme tradizionali della politica. Un esodo che ha significato la reinvenzione del pubblico e la costruzione dal basso dello stato sociale, attraverso l'apertura dei consultori e delle cliniche autogestite, dei centri di medicina e di salute delle donne. Perché la lotta contro l'aborto clandestino, esplosa in Italia nel 1973 con il processo Pierobon, è stata una lotta a tutto campo, di certo non liquidabile con l'idea di rivendicare e ottenere un “diritto”. Parlare pubblicamente di aborto ha significato innanzitutto una radicale messa in discussione della sessualità e dei rapporti tra uomo e donna, nel personale e nel politico. Ha significato praticare la consapevolezza e la riappropriazione del proprio corpo attraverso strutture e relazioni diverse. Ha significato anche una battaglia politica sul terreno della riproduzione come lavoro, che sapeva intrecciare la richiesta del salario “contro” il lavoro domestico alla denuncia dell'aborto come “infortunio sul lavoro”.

Ci spiace, ma la 194 non si tocca. Anche se è stata il frutto di un compromesso tra le richieste del movimento delle donne che volevano tutto e quello che lo Stato avrebbe davvero voluto concedere. Perché quella legge, nel bene e nel male è il precipitato di un importantissimo pezzo di storia politica e sociale di questo paese, della faccia bella della nostra storia recente. Quella delle lotte, degli ideali, della coscienza sveglia per davvero, del desiderio di trasformazione e di giustizia nella quale le donne sono state protagoniste. Lo sappiamo quanto il ricordo di quella storia sia profondamente perturbante per ciò che rimane dell'ordine patriarcale dopo lo sconquasso di quella stagione. Non venite a raccontarci la favola del sacro valore della vita, proprio voi sostenitori della guerra preventiva, voi fondamentalisti del mercato che di lavoro fa morire ogni giorno e che tritura le vite dei migranti e dei precari. Proprio voi, cinici attendenti del principe, dei suoi fini e dei suoi mezzi, voi che se poteste davvero, spazzereste via quegli anni, il loro portato di rivolta e libertà che racconta di un indisponibilità di massa al potere dura da governare.

Se state chiedendo la moratoria del bisogno di trasformare il mondo, è meglio che lo diciate. Un attacco alla 194 fatto proprio nel momento in cui si è risentita alta la voce dell'autonomia delle donne è troppo sospetto. Così com'è sospetta la rincorsa ai finanziamenti scatenata dal falso principio della sussidiarietà che in Italia significa “soldi agli amici”. E' appena successo. Il 20 dicembre scorso la regione Lombardia, nelle persone del presidente Formigoni e dell'assessore alla Famiglia Abelli, ha deliberato uno stanziamento di 500mila euro a favore del Centro di Aiuto alla Vita (CAV) del Mangiagalli. Che insieme a quello del Comune di Milano, fanno 700 mila euro a chi si sente in diritto di fare terrorismo psicologico alle donne in cerca di sostegno perchè non possono portare avanti la gravidanza. Se dobbiamo rivedere le linee guida della legge, spazziamo via questo orrore.

Ma non ci costringerete a perdere tempo ed energie in una battaglia di retroguardia. Perché noi, non solo diremo con forza che la 194 non si tocca, ma continueremo a dire con la stessa forza che la legge 40 va cancellata. Continueremo a dire che non vogliamo uno stato familista, che vogliamo diritti sociali e civili che garantiscano l'autodeterminazione di tutte e di tutti, continueremo a gridare che la violenza maschile contro le donne comincia in famiglia e non ha confini, che questa società deve cambiare. Perché le donne sanno ancora volere tutto e ancora di più.

Beatrice Busi
Roma, 3 gennaio 2008
da “Liberazione”