La proposta "sociale" dell'Unione Inquilini

Edilizia pubblica patrimonio da salvare

Questo governo si sta dando molto da fare: vende gli immobili degli Enti previdenziali ai cartelli della finanza (nel nostro caso il cartello ha la sigla S. C. I. P.!), cerca di mettere le mani sulle fondazioni e trasferisce il patrimonio dello Stato "indisponibile" a società per azioni sedicenti pubbliche.

Ora con compiacenti operazioni decentrate dovrebbe toccare all'insufficiente e comunque imponente patrimonio residenziale pubblica, cioè alle case popolari. Quante in Italia? Circa 1 milione, tra quelle di proprietà degli Iacp e quelle di proprietà comunali. Valore di mercato? Non meno di 50 miliardi di euro, 100mila miliardi di lire.

Si vorrebbe agire con operazioni a catena. Si incomincia con gli affitti e i programmi di vendita agli assegnatari: con una iniqua applicazione dell'Isee - indicatore sulla situazione economica del nucleo familiare - si otterrebbero aumenti del monte dal 50 al 70%; contestuale il blocco della legge 560/93 che permette ancora agli assegnatari di comprare la casa in cui abitano a prezzi scontati rispetto a quelli di mercato.

L'operazione si sviluppa con il trasferimento del patrimonio degli Iacp alle Regioni e/o ai Comuni… e finalmente si completa con una trasformazione radicale delle gestioni. E' quello che conta, perché non si tratta solo della gestione sulla quotidianità dei rapporti ma su come utilizzate le risorse e a chi affidare gli appalti. Cose grosse. Tanto grosse che si stanno spendendo molte centinaia di milioni per studi di fattibilità e simulazioni di statuti. Solo in un caso siamo già alla legge: nell'Emilia Romagna.

Ora sia che la gestione rimanga pubblica (caso del Lazio di Storace e dell'Emilia Romagna di Errani) o venga affidata a Società di Capitale (ipotesi ventilata dalla Giunta lombarda) o a Società per Azioni (scelta già fatta ma non attivata dal Comune di Firenze perché contestata da un fortissimo movimento di assegnatari e da altri capoluoghi di provincia in Toscana), gli indirizzi sono sostanzialmente omogenei: non sarebbe più perseguito l'equilibrio di bilancio ma la realizzazione di forti "utili d'esercizio" per intervenire non solo sul settore sociale ma in zone cosiddette intermedie e questo in assenza di finanziamenti pubblici. A tal scopo si aprirebbero i consigli di amministrazione a società private di "riferimento", si realizzerebbero società di scopo e si confezionerebbero dei contratti di servizio.

Il nocciolo della questione, che "giustifica" il resto, è comunque la scelta di affidarsi all'autofinanziamento derivato dall'Erp esistente.

E' uno sconsiderato salto all'indietro, un passaggio grottesco dall'unilaterale contributo Gescal, comunque versato da decine di milioni di lavoratori, ad un "contributo di solidarietà" (termine usato in un documento della Regione Lombardia), imposto a qualche centinaia di migliaia di assegnatari che dovrebbero garantire una casa popolare a chi ne ha disperato bisogno. Sono milioni! E' una ipotesi non funzionante, non solo per una scontata e robusta resistenza degli assegnatari ma per l'esiguità dello stesso potenziale campo contributivo.

Dunque va presa un'altra strada. L'Unione Inquilini sta provando a farlo delineando una proposta che vive nei confronti regionali e nelle grandi aree metropolitane. Si è andata chiarendo nella resistenza ai due progetti di privatizzazione della gestione, quello Tosco-Fiorentino del Centro Sinistra e quello Lombardo di Formigoni. E' una resistenza fatta di tantissime assemblee, duri confronti, presìdi e… nostri studi di settore.

Lo schema che l'Unione Inquilini sta delineando è il seguente:

  1. Le "case popolari" sono state realizzate dai contributi di una classe, i lavoratori dipendenti, per scopi di solidarietà sociale; per questo gli enti proprietari e i gestori hanno il compito di amministrare tale patrimonio senza perseguire fini di lucro.
  2. La trasmissione delle proprietà immobiliari pubbliche a Regioni e/o ai Comuni deve rispettare tale premessa anche nella loro gestione, che deve essere esercitata da istituzioni pubbliche.
  3. Gli assegnatari tramite i loro rappresentanti eletti e i rappresentanti dei sindacati dei lavoratori devono "ritornare" a contare nelle strutture di indirizzo programmatici e di controllo sulla gestione.
  4. I canoni devo essere "sociali" cioè proporzionali al reddito; in nessun caso "analoghi" a quelli di mercato, nemmeno ai cosiddetti "affitti concordati".
  5. Se con tali canoni si ottengono avanzi di bilancio, al netto delle spese di gestione e di manutenzione ordinaria, essi vanno utilizzati per i programmi di manutenzione straordinaria, in concorso con altri finanziamenti pubblici mentre quelli derivati dalle vendite ex 560/93 devono essere destinati esclusivamente per le finalità indicate dalla suddetta legge.
  6. Irrinunciabile è un programma di edilizia sociale finanziato dalla fiscalità generale, a livello dello Stato e delle Regioni: obbiettivo minimo dell'1% del bilancio dello Stato. Tutte da dimostrare le possibilità di reperire altri fondi dalle risorse delle Fondazioni Bancarie o dai Fondi Pensione - cuore portante della proposta congressuale del Sunia - in una situazione di forte incertezza se non di crisi verticale di entrambi i settori.

Per questo l'Unione Inquilini auspica la convocazione a tempi ravvicinati della Conferenza Nazionale sulla Casa, proposta formulata dall'Anci, dalla Federcasa (associazione nazionale degli Iacp), e sostenuta da tutti i sindacati inquilini e che il Governo sta insabbiando.

Senza un disegno nazionale derivato in un confronto democratico lo spezzatino federalista - fatto di saccheggio, incompetenza ed egoismo - può portare con ravvicinate devastanti operazioni alla sparizione del facto del sistema di edilizia residenziale pubblica.

Vincenzo Simoni
segretario nazionale dell'Unione Inquilini
Roma, 25 maggio 2002
da "Liberazione"