Milano, 12 dicembre 1969

Pinelli, vita e morte di un anarchico

L'arresto dopo il 12 dicembre, il volo dalla finestra della questura. Oggi avrebbe 77 anni

Giuseppe Pinelli

«Al campo 16 ci sarà stato un centinaio di persone, un gruppo cupo sulla terra calpestata, sotto il cielo verde e viola. Su di un viale poco discosto, sotto grandi pioppi ignudi, una ventina di agenti in borghese guardavano i compagni del morto. Eravamo ai due lati di una trincea. Quando siamo arrivati i becchini stavano calando la bara di Pinelli». Così su Linea d'ombra, Franco Fortini raccontava i funerali di Giuseppe Pinelli, "l'anarchico defenestrato". «La voce roca ha attaccato "Addio Lugano bella". Erano in molti a cantare, ma a bassa voce e il ritmo era lento, davvero una marcia funebre». Addio, Pinelli. Era il 18 dicembre 1969. La sua storia - la sua vita e soprattutto la sua morte - esplode come un dramma nel sanguinoso dramma collettivo di quei giorni, quando l'Italia intera è sconvolta dalla bomba esplosa nella sede della Banca nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano. Alle ore 16,37 precise del 12 dicembre 1969: sono 17 morti e 84 feriti.

Trentacinque anni fa. La vita e la morte di Pinelli nel crogiuolo di ferro e fuoco di quell'anno, una vita e una morte che diventano subito simbolo, protesta, tragico segno del tempo. Pinelli è l'anarchico Pinelli. Appena dopo l'esplosione, la polizia, che ha subito imboccato la strada dell'attentato di matrice anarchica, va a prenderlo, lo arresta e lo porta in questura, dove lo tengono sotto torchio per tre giorni consecutivi: è tra i sospettati. Ha un alibi, ma non gli credono. Pino Pinelli non uscirà vivo da quella stanza: la sera del 15 muore "volando" dal quarto piano della questura.

Pinelli si è suicidato lanciandosi nel vuoto, dice il questore Marcello Guida già 20 minuti dopo: e il suo suicidio «è anche una ammissione di colpevolezza, perché il suo alibi era crollato».

Stranissimo suicidio di un anarchico: vi si scriveranno sopra 11 libri, una commedia (Dario Fo), un documentario, un film, un ipertesto per Internet. Tutto intorno alla domanda: "Chi ha ucciso Pinelli? ". Una domanda rimasta lì, sospesa. Da 35 anni.

«E' circa la mezzanotte di lunedì 15 dicembre 1969. Un uomo discende lentamente lo scalone centrale della Questura di Milano». Sono passati tre giorni dalle bombe di piazza Fontana, in mattinata è stato arrestato Pietro Valpreda (sarà poi assolto nel 1985), e nelle stanze al quarto piano dell'ufficio politico «almeno un centinaio tra anarchici e giovani della sinistra extraparlamentare sono sottoposti a continui interrogatori».

L'uomo è Aldo Palumbo, cronista dell'Unità; sta per attraversare il cortile, quando «sente un tonfo, poi altri due, ed è un corpo che cade dall'alto, batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo, per metà sul selciato, per metà sulla terra soffice dell'aiuola». La mattina dopo «tutti i quotidiani escono a grossi titoli con la notizia del suicidio di Giuseppe Pinelli»: così racconta la tragedia Pinelli un libro che, uscito un anno dopo con il titolo-scandalo La strage di Stato (Samonà e Savelli), diventerà uno strumento formidabile di controinformazione.

Il dossier, serratissime 150 pagine, non è firmato, «è frutto - dice una nota dell'editore - del lavoro paziente e sistematico di un nutrito gruppo di militanti della sinistra extra-parlamentare che hanno raccolto - spinti dal desiderio di accertare i fatti e di risalire alle responsabilità politiche - informazioni e testimonianze, messo a confronto dichiarazioni pubbliche di funzionari di polizia e altri personaggi implicati nelle vicende, fornendoci un quadro impressionante della realtà politica».

Siamo infatti nel pieno della "strategia della tensione". Il termine è usato per la prima volta il 14 dicembre 1969 dal settimanale inglese The Observer in un commento sulla situazione italiana. E sta ad indicare un contesto storico, politico, sociale nel quale «si provoca a freddo un clima interessato di allarmismo, agitando il pericolo degli "opposti estremismi" e della impossibilità per le forze di polizia di mantenere l'ordine». Pane quotidiano sono attentati di marca fascista, scontri di piazza, cariche della polizia. L'autunno caldo ha portato in piazza 5 milioni di lavoratori. Randolfo Pacciardi grida al pericolo comunista, al quale bisogna «reagire con fermezza». Da una parte i "neri", dall'altra "i rossi", il caos delle cosiddette fazioni contrapposte è sapientemente organizzato anche con la deliberata azione di provocatori infiltrati nei cortei sindacali, nella sinistra extraparlamentare, nelle frange anarchiche. E «in quelle settimane il Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, i Gruppi di Azione Nazionale di Mario Tedeschi, l'Ordine Nuovo di Pino Rauti e altre 15 organizzazioni di estrema destra lanciano l'appello alla mobilitazione. Il Pci è costretto a far scattare l'operazione di sicurezza e vigilanza nelle sue 4.290 sezioni e 11.170 cellule».

E' in questo quadro, dove si inserisce a pieno titolo anche la caccia all'anarchico, che rientra tutta intera la tragedia Pinelli. Pino giungerà al Fatebenefratelli praticamente morto, ma l'ipotesi del suo suicidio appare immediatamente un'assurdità, una menzogna, un grottesco tentativo di depistaggio.

La polizia, in forte imbarazzo, fornisce via via tre versioni diverse dell'accaduto. La prima: Pinelli si è buttato perché è coinvolto nella strage, una confessione di colpevolezza, al grido "E' la fine dell'anarchia". La seconda: Pinelli si è buttato, ancorché innocente, perché si è lasciato prendere dal panico. La terza: Pinelli non si è buttato, è stata una morte accidentale («quando ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo, ma senza riuscirci»).

La verità, subito gridata, e successivamente fatta propria dalla contro-inchiesta della sinistra extraparlamentare, è però un'altra: Pinelli è stato "suicidato" in Questura, lassù nella stanza al quarto piano dell'ufficio politico. Lassù, nella stanza al quarto piano dove si svolgono gli interrogatori, e dove, a un certo punto, «parte, tra i tanti, quel colpo decisivo che fa stramazzare Pinelli sulla sedia, gli fa perdere conoscenza: Pinelli sta male. Pinelli ha bisogno d'aria. Bisogna avvicinarlo alla finestra, appoggiare il suo corpo inanimato alla sbarra di ferro trasversale, bassa. Troppo bassa, non trattiene il Pino, il Pino scivola giù nel vuoto». E la necroscopia poi accerterà «una lesione bulbare all'altezza del collo», di cm 6x3, che, strano, sembra assomigliare in modo impressionante a un ben assestato colpo di karatè, di quelli che si danno col taglio della mano.

Targa a Giuseppe Pinelli

E lassù al quarto piano della Questura, nella stanza dove si interroga il Pino, sono presenti quattro o cinque poliziotti, tra essi anche quel giovane commissario aggiunto che, tre anni dopo, darà il nome e il volto ad una nuova tragedia, quella che si chiama appunto omicidio Luigi Calabresi (sarà ucciso con tre revolverate il 17 maggio 1972, il delitto del quale poi saranno incolpati Pietrostefani, Bompressi, Sofri).

L'anarchico Pinelli, il più emblematico dei destini all'interno di una vicenda e di una storia assai più grandi di lui. Una vittima preordinata. Nel commemorarlo, i suoi amici e compagni milanesi, quelli del mitico circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa, via Lugano 31 (che è poi il "suo" circolo, quello del Pino, quello dove lui si prodigava quotidianamente, quello dove sono nati i primi Cub, ancora oggi imperturbabilmente sulla breccia), fanno il ritratto di un uomo generoso, solidale, gentile. Avrebbe oggi 77 anni (e sarebbe nonno, le sue amatissime figlie sono già madri da un pezzo) il Pino, nato a Porta Ticinese nel 1928. L'anarchico Pino, che aveva fatto solo la quinta elementare e cominciato a lavorare quasi da bambino, come garzone di fornaio e poi come magazziniere. L'anarchico Pino che a 17 anni fa la staffetta nella Resistenza, si impegna lì alla Ghisolfa nel movimento anarchico, divora libri, e che nel '54 vince un concorso delle Ferrovie per un posto di manovratore e l'anno dopo sposa la Licia (la ragazza incontrata a un corso di esperanto). L'anarchico Pino che è un vero autodidatta, e lavora per la Crocenera (cibo e vestiti per i compagni in carcere), tiene in piedi la biblioteca con cura meticolosa, i libri tutti ordinati, tutti schedati e tutti con la loro copertina rigorosamente nera. «E quando, verso le 7 di sera del 12 dicembre, Calabresi e gli altri dell'ufficio politico piombano nella sede, Pinelli è appena arrivato per lavorare un po'», in quel circolo che è diventato la sua seconda casa.

La magistratura archivierà l'inchiesta sulla fine di Pinelli come "morte accidentale", e la sorprendente sentenza definitiva del 1975 farà molto discutere sul famoso "malore attivo" - o forse "suicidio passivo" - dell'anarchico Pinelli.

«La storia si è fatta lunga, la polvere del tempo cade, ma basta una scrollatina che tutto torna crudo e violento, come fosse successo ieri». Chi ha ucciso Pinelli?

Maria Rosa Calderoni
Milano, 12 dicembre 2004
da "Liberazione"