Il termine "interventismo" nasce in Italia alla vigilia del primo conflitto mondiale e si richiama al Risorgimento
Il ruolo della cultura nel costruire consenso attorno alla guerra

Interventismo ieri ed oggi

 

La parola “interventismo” fu coniata nell’aspra contesa relativa all’ingresso italiano nella Grande Guerra, quando la mobilitazione di minoranze esagitate e chiassose, specialmente formate da gruppi di intellettuali, d'intesa con forze economiche interessate alla grande occasione che il conflitto avrebbe potuto rappresentare; spinse il paese in guerra.

Vi fu chi presentò quella guerra come giusta e necessaria per completare 1’ Unità d’Italia; altri vollero vedere in essa la possibilità stessa della rivoluzione.

La prima caratteristica emergente in quelle posizioni era l’accettazione della classica dicotomia che è alla base di ogni propaganda di guerra: di qui noi, i buoni, di là gli altri, i cattivi. Naturalmente, per sostenere le ragioni dei “buoni” contro i “cattivi” si faceva ricorso al grande supermercato della storia. Il Risorgimento, innanzi tutto, che all’epoca era un sicuro messaggio di concordia nazionale, con una presa certa su letterati e popolo, su militari e civili, su liberali e nazionalisti e serviva a suscitare nell’immaginario collettivo la convinzione di una guerra patriottica, una guerra necessaria, una guerra “giusta”.

Proprio questa è la parola chiave di tutti gli interventismi seguiti a quelli della Grande Guerra.

Certo rimane una sensazione di grave disagio davanti alla leggerezza con cui intellettuali di grande statura si lanciarono in un’impresa bellica di proporzioni inusitate, poco o nulla interrogandosi sulle conseguenze (e il fascismo sarebbe stata la principale).

Da allora il “secolo breve” ha pullulato di guerre “giuste”. Ma da qualche tempo l’Occidente liberale proclama e pretende di esportare un modello di governo che è anche uno stile di vita mediante la forza delle armi (ti voglio far diventare democratico massacrandoti...), sulla base anche della pretesa che la propria verità sia l’unica possibile e che si abbia non solo il diritto, ma anche il dovere di imporla agli altri.

Gli intellettuali

Ma ci sono dei “buoni” interventismi? Guardiamo all’oggi. Sulla scena internazionale, dopo l’89-91, l’inabissarsi della seconda superpotenza ha ridotto l'Onu a poco più che un organo tecnico della strategia statunitense, con una parallela assunzione del suo ruolo da parte dell’Alleanza Atlantica e del suo braccio militare, la Nato. Ma non è certo la pace il segno del cosiddetto nuovo ordine mondiale, bensì la guerra, che ormai stabilmente nell’ultimo decennio occupa lo scenario mondiale. La Guerra del Golfo attribuì agli intellettuali, come nel ‘14-15, un ruolo importante: come sempre, quanto più l’opinione pubblica è preoccupata e dubbiosa, tanto più cospicuo deve essere lo sforzo della propaganda. In breve, un nuovo interventismo nel quale ancora una volta gli uomini di cultura, rinunciando al ruolo di custodi severi della ragione e di sacerdoti della verità fuori dei condizionamenti del potere, si trasformano in volonterosi costruttori di consenso intorno alle guerre.

Con grande disinvoltura, dal Golfo alla Jugoslavia fino alla guerra “contro il Terrore”, si richiamano i fantasmi della “guerra giusta” per eccellenza, quella al nazifascismo (Hitler ha assunto di volta in volta i panni di Gheddafi, Saddam, Milosevic, bin Laden). E nel contempo riaffiora la minacciosa alternativa: non sei con noi? Allora sei con loro: con Saddam, con Milosevic, con Bin Laden. Come nel ‘14-18 la sinistra formula del “nemico interno” incomincia a circolare: e oggi, nella stretta provocata dal “rischio terrorismo” in modo tanto più inquietante.

Sicché le ultime guerre, quelle appena alle nostre spalle, quelle in corso e quelle prossime venture, in uno scenario che anche con il più fiducioso ottimismo non può non apparirci apocalittico, sembrano le prove del Nuovo Ordine Mondiale all’insegna monopolare e monopolistica.

Filosofi, scienziati politici e studiosi di storia vengono mobilitati in massa (e dietro di loro la vastissima schiera dei giornalisti) per fornire alla classe politica gli strumenti per giustificare l’ingiustificabile:

Aggressioni armate, le cui motivazioni e i cui pretesti sono mutevoli, ma conservavano due dati di fondo:

1) l’assoluta sproporzione tra le forze in campo;

2) l’offensiva condotta contro paesi più che contro Stati, la popolazione più che contro gli eserciti, il territorio e l’ambiente prima che contro le infrastrutture militari. Gli uomini di cultura dovrebbero essere in prima linea a ricordare che oggi difendere il bene della pace significa anche proteggere quel poco che resta ancora salvaguardare della nostra madre Terra offesa: interi territori trasformati in zone brulle e improduttive per decenni, pozzi di petrolio in fiamme, uranio impoverito, scorie radioattive varie...

Ne consegue una grave responsabilità degli intellettuali. La guerra sulle loro bocche è diventata legale, giusta, etica, necessaria, inevitabile, sacrosanta. Dopo l’11 settembre, si è addirittura, per ribattere gli inviti alla jiad da parte dei fondamentalisti islamici, ripescata la “crociata”, in nome della Civiltà. Ma pur sempre una guerra che, in quanto condotta dall’Impero del Bene, si preoccupa di usare la violenza in modo “chirurgico”, usando armi “intelligenti”, magari distribuendo con la mano sinistra “aiuti umanitari”, mentre la destra pigia il bottone di lancio di missili e obici di cannone e bombe da sette tonnellate.

Falsa etica

In una situazione del pianeta caratterizzata da mostruosi squilibri di ricchezza, intellettuali degni di questo nome dovrebbero gridare sui tetti che non di guerra c’è bisogno, ma di sviluppo equo e compatibile con l’ambiente; di un processo di sia pur parzialissima redistribuzione del reddito mondiale; e su un altro ma non meno importante piano, gli uomini di cultura dovrebbero insegnare che c’è bisogno di accettazione, comprensione, tolleranza, reciproco rispetto tra etnie, culture, religioni, e anche e soprattutto tra chi una fede religiosa ce l’ha e chi non ce l’ha e vuol essere lasciato in pace con la sua coscienza; dovrebbero ripetere che non di guerra c’è necessità, ma di pane e di companatico: il companatico si chiama istruzione, educazione, cultura; si chiama laicità della politica e degli Stati; si chiama un sistema internazionale fondato sulla presenza di un organismo al di sopra degli Stati capace insieme di rappresentarli ma anche di tenerli a bada, sulla base di principi di giustizia e di equità.

Proprio in un mondo alla rovescia, come quello presente, fondato sull’ingiustizia interna agli Stati e fra gli Stati, i bin Laden trovano sostegno; anche i bin Laden occulti che sono tra noi, parlano come noi, non si coprono con un turbante e, mentre trafficano con società finanziarie dagli occulti proventi e coltivano relazioni con misteriosi “uomini d’affari” mediorientali, discettano di superiorità occidentale, e di diritto all'“autodifesa” della nostra superiore Civiltà bianca, cristiana e soprattutto “moderna”. La società del Grande Fratello: per ora soltanto quello televisivo con le sue ineffabili stoltezze e le sue mediocri volgarità, ma domani?

Gli antidoti

In questo ultimo decennio nel quale abbiamo assistito all’ennesimo “interventismo della cultura”, possiamo aspettarci altre violenze, altre ingiustizie, altri guasti irreparabili alle possibilità stesse della sopravvivenza degli umani: le trappole della guerra sono in tutta evidenza più efficaci degli scudi dell’intelligenza e della ragione. Nel “panpenalismo” internazionale che sta dilagando, nel quale i furti si arrogano il potere legislativo, l’esecutivo e anche quello giudiziario nell’intero globo terracqueo, la guerra è ora in sostanza non più un vulnus al diritto ma la sua espressione. L’unicità diventa totale: un solo comando, una sola superpotenza, un solo mercato, un solo modo di produzione, una sola moneta, una sola lingua, un pensiero non ancora unico, ma che certo si vorrebbe unificare, uniformare, omologare. In tale situazione del pianeta c’è dunque bisogno di guerra? A voi la risposta. A me pare che di ben altro ci sia bisogno: sviluppo equo; avvio di un processo di sia pur parzialissima redistribuzione del reddito mondiale; e su un altro ma non meno importante piano, c’è bisogno di accettazione, comprensione, tolleranza, reciproco rispetto tra etnie, culture, religioni, e anche e vorrei dire soprattutto tra chi una fede religiosa ce l’ha e chi non ce l’ha e vuoi essere lasciato in pace con la sua coscienza; non di guerra c’è necessità ma di pane e di companatico: il companatico si chiama istruzione, educazione, cultura; si chiama laicità della politica e degli Stati.

Di una cosa sono certo; forse le guerre, come dicono i vecchi, anche saggi conservatori (alla Bobbio, per intenderci) non finiranno mai: ma ricordo anche due cose che la politica è nata all’alba della civiltà, del nostro mondo, di quello che chiamiamo (in questo caso senza razzismo implicito) il mondo della cultura bianca, come alternativa alla guerra (politica-polemos). Ricordo anche che il gesto di Prometeo è un gesto di ribellione a Zeus per la disuguale distribuzione delle parti dell’animale sacrificato: dunque il problema dell’uguaglianza-disuguaglianza sembra essere visto, fin dalla notte dei tempi (il mito ci è già raccontato da Esiodo, otto secoli prima di Cristo) come qualcosa di essenziale per la pace tra gli umani. E i Greci distinguevano tra isonomia (uguaglianza secondo la legge) eisomoiria (uguaglianza distributiva).5 mila dollari; quello del Mozambico di 70 dollari pro capite annuo. Il consumo medio di energia di un cittadino Usa è circa 110 volte superiore a quello di un cittadino dell’Angola, 250 volte quello di un cittadino della Nigeria, circa 500 volte superiore a quello del Ruanda o dell’Etiopia. E così via. Ricordo che quattro persone: tutte con passaporto Usa, Bill Gates, Larry Ellison, Warren Buffet e Paul Allen, possiedono una fortuna pari alla ricchezza di 42 nazioni, ossia di 600 milioni di persone del pianeta; il 20% della popolazione mondiale consuma l'83% della produzione industriale; che 11 milioni di bambini ogni anno muoiono per denutrizione; che 1 miliardo e 200 milioni di persone non arrivano ad un reddito pro capite di un dollaro a testa; che si spende di più, nei laboratori mondiali, per ricerche finalizzate a nuovi prodotti cosmetici che per quelle volte a risolvere il problema malaria o il problema morbillo... (E l’elenco degli orrori potrebbe continuare!)

Ecco dove nascono le guerre; ecco dove i bin Laden trovano sostegno, ma non solo quelli denunciati tutti i giorni sulle bocche di giornalisti poco propensi alla ricerca della verità e di politici incuranti dell’autentico bene dei popoli che dovrebbero amministrare; anche i bin Laden occulti che sono tra noi, parlano come noi, non si coprono con un turbante e discettano magari di superiorità occidentale, e di diritto all'“autodifesa” della nostra superiore Civiltà bianca, cristiana e soprattutto “moderna”. La società del Grande Fratello: per ora quello televisivo con le sue ineffabili stoltezze e le sue incredibili volgarità, ma domani?

Angelo d'Orsi
Roma, 17 novembre 2001
da "Liberazione"