Intervista allo scrittore francese Marek Halter, sopravvissuto al ghetto di Varsavia

La lezione della memoria

«La tentazione di trasformare la memoria in giustificazione»

Marek Halter è uno degli scrittori francesi più conosciuti e apprezzati. Figlio di un tipografo ebreo e di una poetessa yddish, fuggito a cinque anni dal ghetto di Varsavia, vive a Parigi dagli anni 50. Tra i fondatori di Sos razzismo, è anche una delle voci più autorevoli e ascoltate della comunità ebraica transalpina. L'abbiamo incontrato di ritorno da un viaggio in Medio Oriente dove ha tenacemente sostenuto le ragioni della pace e del dialogo.

Oggi si celebra la giornata della memoria delle vittime della Shoa. Con quali sentimenti il popolo israeliano, il cui governo sta ingaggiando una feroce guerra con l'Autorità palestinese, ricorderà questa drammatica pagina della sua storia?

Noi tutti vorremmo comprendere la storia e ameremmo che procedesse in maniera lineare, ma purtroppo non sempre è cosi. La storia è imprevedibile, attraversata com'è dagli interessi di parte e dalle passioni umane che ne modificano incessantemente il corso. E' in questa traiettoria accidentata che interviene la memoria; in tal senso essa non è e non deve essere una semplice rievocazione del passato. Sono convinto che l'unico modo per sottrarsi alla perversione di una memoria anche tragica e dolorosa è utilizzarla per comprendere il presente e non per giustificarlo. La popolazione israeliana che vive nell'angoscia di nuovi attentati, di nuovi atti terroristi non riesce, ed è più che comprensibile, a separare la memoria dalla paura e la tentazione di trasformare la memoria in giustificazione del conflitto è sempre dietro l'angolo.

Eppure la durezza dell'attualità politica fa sì che queste due dimensioni s'intreccino fino a sovrapporsi in modo inestricabile

Lei ha ragione, il problema è tutto lì. Malgrado ciò, credo che esitano comportamenti equilibrati, capaci di riaffermare il rifiuto di una contrapposizione binaria tra le ragioni del popolo palestinese e di quello israeliano. Le faro' un esempio: oggi (ieri ndr) partecipero' a una manifestazione che si tiene qui a Parigi davanti alla Torre Eiffel, organizzata da diverse organizzazioni pacifiste e da rappresentanti delle due comunità per rilanciare ancora una volta la logica del dialogo, perché senza una pacifica coesistenza non c'è alcun avvenire. In serata andro' invece al Velodromo d'inverno, il luogo dove durante la Seconda guerra mondiale furono deportati nei campi di sterminio migliaia di ebrei parigini, per commemorare la tragedia della Shoa. Partecipare a queste due iniziative è per me un modo di rifiutare qualsiasi tentativo di voler sovrapporre le ragioni dell'uno a quelle dell'altro senza per questo scivolare in un ecumenismo di facciata.

Non teme che l'Europa diventi il teatro di una nuova ondata di antisemitismo? In fondo gli atti vandalici che hanno colpito diverse sinagoghe francesi sono visti con estrema preoccupazione dalla comunità ebraica.

Vede, io mi definisco un ottimista realista. Ottimista perché gli uomini e la civiltà umana evolvono e si migliorano, laddove un tempo regnavano il conflitto e la guerra oggi esistono la pace e la democrazia. In Francia gli ebrei fanno stabilmente parte del paesaggio civile, sono una comunità integrata che convive pacificamente con le altre comunità e la retorica giudeofoba è impugnata da una piccola minoranza di fanatici. Realista perché, rispetto alla vita delle singole persone, queste evoluzioni avvengono lentamente, seguendo uno sviluppo faticoso che attraversa i secoli. Vorrei pero' precisare una cosa: quando i giornali parlano di antisemitismo compiono un errore madornale. Anche i cittadini di origine araba sono semiti, quindi parlare di antisemitismo in questo contesto è un esercizio fuorviante. Impiegherei piuttosto il termine di antigiudaismo. Ma, al di là delle precisazioni linguistiche mi sembra sciocco opporre al razzismo il sentimento più diffuso tra gli uomini, l'amore. Molti parlano d'amore, ma in sé l'amore non è un'emozione naturale, nessuno ama spontaneamente. Per questo preferisco parlare di rispetto, di regole.

Con tutta evidenza chi ha assaltato le sinagoghe non possiede né l'uno né l'altro

Anche su questi odiosi fatti di cronaca, stampa e uomini politici hanno assunto un atteggiamento ipocrita. Questi atti sono compiuti da giovani di origine araba delle periferie urbane che vivono una reale situazione di degrado sociale. I media, per quanto i francesi non siano stupidi e sappiano perfettamente che si tratta di giovani provenienti dall'immigrazione magrebina, parlano genericamente di "bande giovanili" senza mai precisare questo dato essenziale.

Forse perché la stampa ha un ruolo di responsabilità pubblica e non vuole alimentare una guerra di religione tra le comunità

Ma in questo modo, rimuovendo scientemente le colpe individuali si ottiene l'effetto contrario. Evitando di circoscrivere le responsabilità, si fa passare nell'opinione pubblica un sospetto insidioso: ossia si rischia di identificare gli autori degli attentati con tutti gli arabi francesi, il che è oltre ad essere falso è anche pericoloso. Detto ciò, è importante indagare le cause che presiedono tali aggressioni. E qui vorrei sottolineare le gravi mancanze della classe politica, la quale è stata incapace di sviluppare un'efficace strategia d'integrazione nelle periferie urbane, abbandonando questi giovani al loro destino d'emarginazione. Attaccando una sinagoga, una scuola ebraica, essi trovano una causa "nobile" per esprimere il loro disagio, sentendosi implicitamente coinvolti in un conflitto lontano, ma che serve a dare senso ad atti che in altri contesti sarebbero catalogati negli annali nel semplice vandalismo.

Lei è appena ritornato da un viaggio in Medio Oriente in cui ha parlato sia con Arafat che con Sharon. Che impressione ha avuto da questi incontri?

Sono due uomini estremamente diversi, direi quasi l'uno il contrario dell'altro. Sharon non è un uomo politico, né un uomo di stato. Il suo modo di affrontare la crisi è quello di un militante.

Un militante?

Esattamente, un militante, come quelli che attaccano i manifesti durante le campagne elettorali e sono convinti che il proprio partito detenga la verità assoluta. Mi ricorda il generale Kutzov di "Guerra e pace" di fronte a Napoleone. Le faro' un altro esempio. Quando Sharon ha incontrato il vicepresidente americano Cheney gli ha detto: «Ti spiego la situazione». Lui non è attraversato da alcun dubbio, non accetta consigli da nessuno ed è capace solamente di "spiegare" la sua visione ai diversi interlocutori. Non è affatto un ipocrita, ma uno che dice quel che fa e fa quel che dice. Purtroppo ho serie perplessità che desideri arrivare alla pace e chi lo accusa di agire per evitare che nasca uno stato palestinese non ha tutti i torti.

E Arafat?

Quando l'ho incontrato nel suo bunker di Ramallah gli ho chiesto espressamente di compiere un atto di coraggio e di rivolgersi direttamente al popolo israeliano per ribadire la sua condanna al terrorismo. Il problema è che Arafat non è in grado di promettere quel che non puo' mantenere. Lui è indiscutibilmente l'immagine, il logo vivente del popolo palestinese, ma non controlla affatto le decine di gruppi integralisti, i quali possono organizzare attentati contro i civili israeliani in qualsiasi momento. La sua principale responsabilità è la stessa del mondo arabo: ossia il tardivo riconoscimento della legittimità dello stato d'Israele, non dei suoi confini stricto sensu che sono e devono essere negoziabili, ma dello stesso principio di legittimità della nazione ebraica. Quando rifiutò gli accordi con Barak io gli dissi che doveva fare attenzione all'ascesa di Sharon, ma Arafat non mi ha creduto, ha minimizzato questo rischio e oggi la situazione è quella che è. Per questo sono a favore dell'invio di una forza d'interposizione internazionale che metta fine al conflitto da entrambe le parti. Quando si è di fronte a due contendenti che non usano più la ragione bisogna mettergli la camicia di forza e agire di conseguenza.

Però non siamo di fronte a una situazione simmetrica: da una parte c'è un esercito regolare, dall'altra delle milizie disorganizzate e una popolazione palestinese che vive la guerra direttamente in casa propria.

Questo è vero, come è vero che probabilmente dovrà essere Israele a compiere il primo passo e ritirarsi dai Territori. Non sono un capo di stato ma solo uno scrittore che cerca di impiegare il buon senso e vive con grande angoscia la prospettiva una guerra assurda che sembra non avere fine.

Daniele Zaccaria
Parigi, 9 aprile 2002
da "Liberazione"