Dal "tintinnar di sciabole" denunciato da Pietro Nenni ai mille misteri d'Italia. Breve storia di "quell'altro" stato

Stato di tensione permanente

Uno stato di tensione permanente. Così può essere definita per semplicità l'attitudine mai sopita di alcuni apparati militari e dell'intelligence italiani nei confronti della politica e delle istituzioni. Dal "tintinnar di sciabole" denunciato nel '64 da Pietro Nenni allora vice presidente del Consiglio del governo di centrosinistra, passando per i vari golpe annunciati, fino alla scoperta della Gladio, con la sua prigione di capo Marrargiu pronta per molti anni a rinchiudersi alle spalle di deputati del Pci regolarmente eletti in Parlamento. Uno stato di tensione che in tempi più recenti ha subito un allentamento, ma non è mai cessato del tutto: troppo poco ancora sappiamo, malgrado ciò che sembra, dei delitti della Uno Bianca, quel gruppo di poliziotti che si muoveva e colpiva in Emilia Romagna, la regione più "rossa" d'Italia, come un commando in terra straniera. Troppo in fretta sono stati archiviati i malesseri dei reparti speciali all'esplodere del "caso Folgore" in Somalia, e le castronerie assortite dello Zibaldone del colonnello Celentano. E troppo poco si è discusso delle pulsioni allo scontro di alcuni apparati di polizia e carabinieri che sfociarono a Genova in una furia sproporzionata ai fatti.

Una vicenda lunga, difficile da raccontare, specie in una seconda Repubblica che vuole lasciarsi alle spalle la storia senza elaborarla e capirla. Una storia che ormai sembra riecheggiare solo, e stranamente, negli infuocati appelli elettorali del premier Berlusconi all'anticomunismo, e nel feeling tra gli uomini di An e una parte dei vertici militari.

Visto che non si studia a scuola, e che nessuno ne scrive più, vale la pena ricordarla ogni tanto la storia di "quest'altro" stato, con la "s" minuscola. Parallelo per collocazione, antidemocratico per convinzione.

L'adesione al Patto atlantico

Una storia che comincia da lontano, e che si trasmette da una generazione di militari all'altra, da una struttura all'altra dei servizi segreti: dal Sifar al Sid, dal Sid al Sismi. Sono cambiati i nomi e in larga parte anche i comportamenti. Non è però cambiata, per alcuni versi, la cultura di fondo. Che è quella anticomunista e subordinata agli Usa dei generali che rimisero in piedi i nostri apparati militari alla fine della guerra.

Non sono opinioni, ma documenti: l'adesione del nostro Paese al Patto Atlantico comportò l'assunzione di numerosi obblighi, tra cui quello di passare notizie e ricevere istruzioni da una struttura della Cia, il servizio segreto americano, dislocata in Italia e denominata "Brenno". Una serie di "protocolli segreti" i cui contenuti sono in gran parte ignoti ancora oggi. Certo è invece l'orientamento di fondo, espresso già in un rapporto del National Security Council datato 1948 sulle elezioni del 18 aprile. Una vittoria del Fronte Popolare, si leggeva nel documento, «avrebbe minacciato gli interessi Usa nel Mediterraneo». Gli Stati Uniti avrebbero quindi fornito «assistenza militare ed economica al movimenti clandestino anticomunista».

Qualcuno obietterà che questa impostazione di fondo ha impedito all'Italia di entrare nell'orbita del comunismo sovietico. Ma questa è fanta-storia. Qui ci occupiamo invece degli effetti concreti di questa direttiva segreta. Che in Italia si è tradotta in anni di golpe striscianti, di omicidi politici, di stragi fasciste compiute con la copertura degli apparati di sicurezza. Che per una volta tanto, nell'Italia delle mazzette, non agivano per denaro, ma in nome di un interesse comune a quello di chi metteva le bombe: il mantenimento del Sistema.

De Lorenzo e il "Piano Solo"

Questo percorso a volo radente sull'Italia parallela può cominciare da un generale di robusta costituzione, col vezzo del monocolo all'occhio. Si chiamava Giovanni de Lorenzo, era siciliano, ed era stato imposto nel 1956 alla guida del Sifar dall'ambasciatrice americana Claire Booth Luce, col preciso incarico di tenere d'occhio l'allora capo dello Stato Giovanni Gronchi, considerato troppo a sinistra. Abile manovriero, De Lorenzo riscuoteva qualche simpatia anche a sinistra, pur essendo stato, fin dal 1946, tra quelli che nascondevano armi in caso di una vittoria elettorale comunista. Da capo dei servizi, De Lorenzo diede vita a quel sistema delle schedature illegali su cui è stato costruito lo spionaggio italiano. Nel 1962, quando il turbolento dopoguerra era ormai un ricordo lontano, sottoscrisse il piano "Demagnetize" della Cia, in base al quale «La limitazione del potere dei comunisti in Italia e in Francia è un obiettivo prioritario che deve essere raggiunto con qualsiasi mezzo». Applicando alla lettera il "Demagnetize", possiamo dire oggi, De Lorenzo preparò un colpo di Stato che sarebbe scattato nel caso in cui il governo di centro-sinistra avesse varato un piano di riforme autenticamente progressista. Nel corso di dieci drammatici giorni, nel luglio '64, i democristiani Moro e Rumor, il repubblicano La Malfa e il socialista Nenni discussero il programma di governo avendo ben presenti le manovre di De Lorenzo e dei suoi ufficiali. Il colpo di Stato imminente aveva già anche un nome: "Piano Solo", perché lo avrebbero fatto i soli carabinieri, affiancati però da ex parà e repubblichini, addestrati per l'occasione nella struttura di Gladio a capo Marrargiu, sotto la supervisione del colonnello Renzo Rocca, che poi morì in un suicidio con molti dubbi.

Quanto la minaccia del golpe abbia pesato sui politici italiani - proprio mentre a Dallas veniva assassinato Kennedy - non lo sappiamo. Certo è che quasi tutti le riforme promesse vennero cancellate: «Abbiamo lavorato in un tintinnar di sciabole», disse alla fine un Nenni stanco e affranto.

Piazza Fontana e il golpe Borghese

A fare pulizia negli apparati militari, mentre il Sifar veniva ribattezzato Sid, fu chiamato l'ammiraglio genovese Eugenio Henke. Si trattò, in realtà, di una mano di vernice sulla facciata: tra il '66 e il '68 il Sid mise sul suo libro paga diverse decine di elementi della destra eversiva, e ne mando duecento a "studiare" in Grecia, dove i colonnelli avevano preso il potere con un colpo di Stato. Alcuni di loro, tornati da quel corso accelerato, furono coinvolti nella preparazione della strage di piazza Fontana, che segnò ufficialmente l'inizio della strategia della tensione.

Una anno dopo la strage, nella notte tra il 7 e l'8 dicembre del 1970, tocca al principe fascista Junio Valerio Borghese, ex decima Mas, salire alla ribalta con un nuovo tentativo di golpe, denominato in codice "Tora Tora" in cui erano coinvolti a vari livelli, alti esponenti della gerarchia militare, mafiosi e piduisti. Il golpe rientrò dopo essere già cominciato con l'occupazione del ministero dell'Interno. Non si sa ancora chi diede l'ordine della ritirata. Il Sid, che nel frattempo era passato sotto la guida di un amico del principe Borghese, Vito Miceli, piduista e futuro deputato del Msi, ebbe un ruolo ambiguo, evitando di trasmettere alla magistratura il molto che sapeva su quel tentativo di rovesciamento delle istituzioni. Gli studiosi di oggi ipotizzano, sulla base dei documenti noti, che a fermare tutto fosse stato Licio Gelli; forse, disse il pentito Paolo Aleandri, «a causa del mancato appoggio americano».

Dopo il 1970 proseguono le stragi - Brescia, Peteano, l'Italicus - attuate da elementi di estrema destra con coperture nelle istituzioni, ma inizia a cambiare la strategia di fondo complessiva degli apparati italiani che fanno capo alla Cia. L'ala golpista viene definitivamente sopraffatta in favore della teoria degli opposti estremismi: lasciare spazio ai due terrorismi di destra e sinistra, favorendo però una stabilizzazione "verso il centro" del quadro politico. Da questo nuovo corso discende, nel 1974, la caduta dei regimi fascisti in Portogallo e Grecia. In Italia i contrari a questa teoria si riuniscono sotto la sigla "Rosa dei venti", cui è legato l'ultimo progetto para-golpista conosciuto, e in altri gruppi estremisti che continuano a godere della protezioni dei falchi della Nato. A livello pubblico esplode lo scontro nei servizi tra Vito Miceli, l'amico del golpista Borghese, e il generale Maletti, un moderato di destra che gode del potente appoggio di Giulio Andreotti. Senza più coperture da parte dei vertici militari viene arrestato il capo del Movimento armato rivoluzionario, Carlo Fumagalli, e viene ucciso in uno scontro a fuoco un altro leader dell'estrema destra, Giancarlo Esposti. Lo stesso Andreotti, con un intervista ad un settimanale, "brucia" l'ambiguo agente "Z" Guido Giannettini. La loggia P2, espressione più articolata e politica dello "Stato parallelo", si trasforma in un esercito di tarme che non sogna più di rovesciare lo Stato, ma inizia a svuotarlo dal di dentro, come un armadio di legno marcito.

Licio Gelli e la loggia P2

Nel 1977 la riforma dei servizi segreti "sdoppia" il Sid in due apparati distinti, il Sismi e il Sisde, e crea il Cesis, comitato di coordinamento delle due nuove sigle. Con Francesco Cossiga ministro dell'Interno, tutti e tre i nuovi organismi finiscono sotto la guida di iscritti alla P2: a dirigere il Sismi va Giuseppe Santovito, uno stretto collaboratore del generale de Lorenzo. Il Sisde va al generale dei carabinieri Giulio Grassini, il Cesis al prefetto Gaetano Napoletano. Tutti e tre, sbaragliano, in maniera incomprensibile, le candidature di ufficiali ben più qualificati e preparati, come il capo dell'antiterrorismo Emilio Santillo. Incomprensibile, beninteso, per i molti che all'epoca non sanno nulla di Gelli e della P2. Con questo uomini, e un comitato di crisi tutto piduista, il ministro Cossiga affronta quel disastro investigativo che furono i 55 giorni del sequestro Moro.

Il 2 agosto del 1980, dopo anni di quiete almeno apparente, lo stragismo di destra torna a colpire alla stazione di Bologna. Le indagini scoprirono che a distanza di undici anni da piazza Fontana, lo "Stato parallelo" utilizzava sempre gli stesso metodi: un gruppo di ufficiali del Sismi venne arrestato per una serie di attività illegali, tra cui il depistaggio delle indagini sull'ultima strage, operata da due colonnelli. Uno di loro, manco a dirlo, era iscritto alla loggia P2. Il gruppo faceva parte di una sorta di servizio nel servizio, ribattezzato dai giornali "supersismi", che agiva fuori della legge, costruiva falsi dossier, era arrivato addirittura ad attribuire un progetto di golpe ai più stretti collaboratori dell'allora presidente socialista, Sandro Pertini. Ancora una volta pulsioni contro la sinistra e protezioni in favore dei terroristi cementavano un gruppo di ufficiali stipendiati dallo Stato. E non si trattava di casi isolati: nel 1977, mentre viene varata la riforma dei servizi segreti che dovrebbe portare più trasparenze, le strutture periferiche della rete di Gladio ricevono l'ordine, del tutto illegale, di svolgere attività informativa. Questo stato di attività permanente e non inquadrata in nessuna forma legittima si manterrà fino al 1990. Finita la guerra fredda, il nuovo capo del Sismi deciderà addirittura di riconvertire in attività antidroga quello strano esercito invisibile.

«Non vi è alcuna giustificazione per Gladio - scriverà nel 1992 - la Commissione Stragi - né all'inizio né alla fine. Vi è invece un accrescimento della sua pericolosità e della sua illegittimità col passare degli anni».

Gladio non esiste più, e nemmeno la P2. Esistono ex gladiatori ed ex piduisti. Molti dei funzionari dello Stato che hanno militato in quell'altro "stato parallelo" sono ormai in pensione, ma spesso i figli hanno preso il loro posto, in virtù di un sistema di reclutamento "familiare" che ha resistito ad ogni riforma. Senza dubbio ci sono in giro molti orfani. Se siano o no in cerca di un padre, non possiamo saperlo.

Michele Gambino
Roma, 21 novembre 2002
da "Liberazione"