Il ruolo chiave della sua figura nella lotta contro i depistaggi di Stato

Quel debito con Pietro

Gli avvenimenti del 12 dicembre 1969

La figura di Pietro Valpreda è sempre stata emblematica per i militanti di sinistra di una stagione intera, quella che a cavallo fra la fine degli anni 60 e la metà degli anni 70, vide in campo, con il susseguirsi di innumerevoli episodi di violenza e soprattutto di stragi di cittadini innocenti, il tentativo più serio e organico, mai tentato nel nostro paese, di sovvertimento delle istituzioni democratiche.

Con la strage di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, la strategia della tensione entrò nella sua fase più radicale. Preceduta da una impressionante sequenza di attentati dinamitardi, più di uno ogni tre giorni solo nel 1969, si propose di gettare il paese nel panico, operando per associare, anche attraverso una sapiente campagna mediatica, la crescente forza del movimento operaio e studentesco, che dominava allora la scena politica e sociale, ad ogni sorta di violenza distruttrice. Si cercò in questo modo di fermare e contrastare una richiesta di maggiore democrazia e giustizia sociale, ma soprattutto lo spostamento a sinistra, fortemente temuto, del paese.

Nelle elezioni politiche del maggio 1968 consistente era stata l'avanzata delle sinistre ( 800.000 voti in più al Pci e 1.414.000 voti al Psiup alla sua prima presentazione), mentre le lotte dei lavoratori e del movimento sindacale, che portarono in un solo anno, dal '68 al '69, le ore di sciopero da 74 a 302 milioni, rivendicavano assieme: miglioramenti salariali, una maggiore democrazia nei luoghi di lavoro, riforme sostanziali per la tutela della salute, il diritto alla casa, una riforma del sistema pensionistico agganciata ai salari.

Sovversivismo delle élite

La strategia della tensione fu in questo quadro una politica, e non semplicemente una catena di episodi sanguinosi gli uni slegati dagli altri, incardinata su un ampio schieramento reazionario, ben oltre i gruppi del terrorismo neofascista. Rappresentò, per dirla con Gramsci, un atto di sovversivismo delle classi dirigenti che si definì nel profondo di un dibattito che attraversò insieme alla borghesia italiana e suoi poteri forti, le istituzioni militari, i corpi di polizia e gli apparati di sicurezza, rapidamente ricostruitisi nel dopoguerra all'insegna del più radicale anticomunismo, riciclando e recuperando intere parti del precedente Stato fascista.

La divisione in blocchi del mondo e dell'Europa, la guerra fredda, le lotte di liberazione nazionale, a partire dal Vietnam, che incrinavano la potenza degli Stati Uniti, rappresentarono ben più di una cornice della situazione politica italiana. Costituirono motivo e ragione di un intervento e di una interferenza diretta e pesante da parte americana. L'Italia si trasformò in un campo di battaglia, al confine fra i due blocchi, teatro di una guerra a bassa intensità combattuta contro il "pericolo comunista". A riscontro storico di ciò, oggi noi sappiamo con assoluta certezza, dalle indagini condotte dalla magistratura e dai processi in corso, di un ruolo effettivo, organizzativo e logistico, svolto da militari statunitensi a fianco dei terroristi neofascisti nella esecuzione di quella strage e delle successive.

La bomba di Piazza Fontana - 12 dicembre 1969

Da allora, dal 12 dicembre 1969. nulla davvero fu più come prima. Quelle bombe e quei morti, segnarono l'avvenuto passaggio di una parte importante dello Stato nell'illegalità. La strage di Piazza Fontana fu in questo senso una strage di Stato. Il corso successivo della storia venne cambiato. Alterato ne fu il gioco politico. La stessa traiettoria della sinistra ne fu in seguito modificata.

Pietro Valpreda e gli anarchici furono ingiustamente accusati e trasformati in vittime sacrificali da una vera e propria macchinazione tesa ad addebitare le stragi alla sinistra. Contro di loro si scatenò una campagna senza precedenti, una caccia alle streghe. I principali quotidiani dell'epoca pubblicarono in prima pagina la foto di Valpreda, indicandolo come la belva sanguinaria. A questo vergognoso linciaggio non si sottrasse, come molti ricorderanno, neppure l'Unità. E nella notte stessa, fra il 15 e il 16 dicembre, successiva all'arresto di Valpreda, Giuseppe Pinelli, una delle figure più rappresentative del Circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa, precipitò da una finestra del quarto piano della Questura di Milano nel corso di un interrogatorio.

Caccia alle streghe

Per archiviare "l'incidente" si scrisse una delle sentenze più vergognose e incredibili della storia giudiziaria italiana. Si argomentò che Pinelli fosse stato spinto fuori da quella finestra a causa di un «malore attivo», prodottosi dall'«alterazione del suo centro di equilibrio». Per lui, a distanza di tanti anni, ancora oggi, nessuna giustizia.

La pista nera

La lotta per la verità fu lunga e tormentata. Una strada in salita che vide in prima fila, in uno straordinario lavoro di mobilitazione e controinformazione, quella nuova sinistra nata sull'onda del '68. Già nel maggio del 1970 usciva l'opuscolo "La Strage di Stato", frutto di un lavoro collettivo di controinchiesta condotto da avvocati e giornalisti, che avrebbe anticipato le conclusioni giudiziarie di questi anni.

La pista nera, grazie soprattutto al coraggio e alla determinazione del giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz, prese corpo solo più tardi, nel '71, con gli arresti di Freda e Ventura. Nel marzo del '72 venne anche arrestato Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, e finalmente indiziati per la strage di Piazza Fontana i neofascisti veneti.

Tre furono gli anni di carcere cui fu costretto innocente Pietro Valpreda. Venne scarcerato solo il 30 dicembre del 1972 grazie ad una legge, appositamente studiata, che da allora prese il suo nome, sulla riduzione dei termini di custodia cautelare, quando ormai nell'opinione pubblica si era fatta finalmente largo la coscienza di una verità diversa e opposta a quella ufficiale. I processi successivi lo scagionarono completamente.

Oggi, a 33 anni da quei fatti, quando una nuova inchiesta giudiziaria su Piazza Fontana è finalmente approdata a Milano, il 30 giugno dello scorso anno, ad una prima sentenza di condanna nei confronti di alcuni esponenti del gruppo neofascista di Ordine Nuovo, ricordare Valpreda significa anche ricordare come la sua vicenda sia divenuta lungo tutto questo arco di tempo, la storia di un atto di accusa nei confronti delle trame nere e di Stato. "Valpreda è innocente, la strage è di Stato", questo lo slogan a lungo gridato nelle piazze, quasi una bandiera di verità, che ha contraddistinto una generazione di militanti di sinistra. Quello stesso Stato, va detto, che gli è ancora debitore, tanto più ora, di una verità piena, a lungo negata a lui e a tutti noi.

Nelle foto: un momento dei funerali di Pietro Valpreda l'8 luglio 2002 a Milano e il momento del confronto in questura (Valpreda è l'unico senza cravatta ...)

Saverio Ferrari
Milano, 9 luglio 2002
da "Liberazione"