Ecologia

Ambientalisti. E rossi

Trent'anni fa uno storico convegno scopriva che a distruggere la natura era proprio lui, il capitalismo

L'ecologia, parola quasi sconosciuta negli anni sessanta del secolo scorso, sbarcò in Italia alla fine di tale decennio sull'onda della contestazione degli studenti americani.
In quegli anni Feltrinelli aveva pubblicato il libro Primavera silenziosa della biologa americana Rachel Carson, che denunciava l'industria chimica responsabile, attraverso la vendita di crescenti quantità di pesticidi, dell'avvelenamento dell'intera biosfera: al punto che un giorno non ci sarebbero più stati neanche gli uccelli a cantare nel cielo.
La campagna degli anni cinquanta, in America, contro la contaminazione radioattiva planetaria provocata dalle esplosioni atomiche nell'atmosfera, era rimasta quasi sconosciuta in Italia. I comunisti erano impegnati nelle lotte operaie, nelle rivendicazioni salariali, anche se le battaglie per la salute nell'ambiente di lavoro (dal 1966 in avanti) anticipavano molti temi della successiva contestazione ecologica.

L'«ecologia delle contesse»

Quando è scoppiata in Italia, tale contestazione si è manifestata come un movimento di estrazione borghese: Italia Nostra, il Wwf, gli studenti e gli insegnanti che manifestavano contro gli inquinamenti industriali, contro la congestione delle automobili nelle città, sembravano fautori di un mondo deindustrializzato, portatore di disoccupazione.
E i padroni, del resto, dicevano chiaramente che se avessero dovuto installare depuratori e filtri, modificare i motori e le benzine, avrebbero licenziato un bel po' di operai.
I sindacati e il partito comunista non provavano simpatia per questi improvvisati amanti della natura.
D'altra parte era allora facile all'ecologia borghese, all'“ecologia delle contesse”, come scrivevano alcuni della contestazione di sinistra, includere, fra i nemici dell'ambiente, i comunisti e gli operai, nella loro difesa del posto di lavoro al fianco dei “padroni” inquinatori, nel loro rifiuto di vincoli alla caccia, nel silenzio sull'assalto del territorio che si manifestava nella speculazione edilizia, ma anche nelle borgate delle amministrazioni di sinistra.

Cosa c'entra Marx con l'ambiente?

Si leggevano allora, nella stampa “ecologica” borghese, interventi che si chiedevano: del resto che cosa mai potevano sapere Marx ed Engels dell'ecologia? guardate che disastri ecologici avvengono in paesi comunisti come l'Urss o la Cina!
Restavano così isolate anche le voci che, a sinistra, avevano riletto Marx per scoprire che alcuni dei temi dell'ecologia erano già presenti, eccome, nella critica marxiana alla maniera di produzione capitalistica e che nei suoi scritti era già spiegato che, per forza, il capitalista, per aumentare capitale, evitare costi e far crescere i profitti, “deve” avvelenare le acque, creare città congestionate, vendere merci adulterate, spingere a dilatare i consumi e gli sprechi, risparmiare sulla sicurezza nei cantieri, nelle fabbriche e nei campi.
In questa atmosfera il Partito comunista italiano organizzò un seminario invitando comunisti e non comunisti a discutere per tre giorni, nel novembre 1971, proprio trent'anni fa, i temi dei rapporti fra uomo, natura e società nella scuola di studi comunisti a Frattocchie, alla periferia di Roma.
Erano gli anni in cui si riscopriva “il giovane Marx”, quei Manoscritti del 1844 che erano stati tradotti da Norberto Bobbio nel 1949, e ristampati nel 1968 da Einaudi; i saggi di Engels scritti dal 1873 al 1882, tradotti da Lucio Lombardo Radice e pubblicati, col titolo La dialettica della natura, dagli Editori Riuniti nel 1956.
Il filosofo Giuseppe Prestipino tenne una lunga conferenza sul concetto di natura in Marx ed Engels; intervennero il medico Giovanni Berlinguer, l'ecologo Virginio Bettini, il saggista Dario Paccino, e poi Tomas Maldonado, Raffaello Misiti, il chimico Giorgio Di Maio, e tanti altri.
Tutti i contributi furono raccolti in un volume, ormai quasi introvabile, intitolato Uomo, natura, società. Ecologia e rapporti sociali, pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1971.

Arriva il Club di Roma

Si stava svolgendo, in quella breve primavera dell'ecologia, dal 1969 al 1973, un vivace dibattito: erano gli anni in cui apparve il libro del Club di Roma, I limiti alla crescita della popolazione, della produzione industriale, degli inquinamenti; nella primavera del 1972 si tenne a Stoccolma la conferenza delle Nazioni unite sull'ambiente umano, con la partecipazione per la prima volta della Cina; ancora nel 1972 fu pubblicato il libro di Barry Commoner, Il cerchio da chiudere, in cui veniva riconosciuta la fonte di ogni guasto ambientale nelle scelte produttive e merceologiche imposte dal capitalismo.
Sembrava una battuta la frase: “l'ecologia è rossa”, del titolo di un articolo pubblicato nel 1970 da Virginio Bettini nella rivista di Pro Natura, allora diretta da Dario Paccino, ma in tanti interventi del seminario di Frattocchie fu ripetuto che «il capitalismo distrugge la natura».
Quanto sono lontani quei tempi e quelle parole! Ci sono state le due lunghe crisi col prezzo del petrolio decuplicato e l'avvio delle lunghe guerre imperialiste per la conquista delle materie prime, un atto delle quali stiamo vivendo in queste 2001, sotto la nuova forma di impero globale quella serie di violenze nazionali, internazionali ed ecologiche che hanno assicurato la crescita economica selvaggia degli anni ottanta e novanta del Novecento.
C'è stato il crollo dell'Urss e il declino di un patrimonio di speranze e lotte di intere generazioni.

Austerità negli sprechi e nei consumi

Davvero era inconciliabile col pensiero marxiano il coraggio di porre dei limiti allo sfruttamento delle risorse della natura, all'espansione di una tecnologia sconsiderata come quella nucleare, che tanto piaceva ai governi di quegli anni settanta del secolo scorso?
O non era proprio un impegno comunista interrogarsi su un progetto di austerità negli sprechi e nei consumi, per rispondere piuttosto a bisogni sociali e popolati insoddisfatti, nella revisione critica dei processi produttivi, delle merci, dei trasporti, delle città, come si direbbe oggi, di nuovo beni comuni?
Buttando a poco a poco nel mare quel patrimonio di conoscenze e di dibattiti che hanno legato, negli anni settanta, il comunismo alla difesa dei grandi valori umanie naturali, la sinistra ha perso i motivi non solo di opposizione al più bieco e devastante governo di oggi, ma perfino di sopravvivenza.
Eppure gli eventi che stiamo vivendo, in cui la res publica è stata tradita dai governi della “cosa privata”, da leggi e norme che premiano gli inquinatori e gli uccisori di operai, gli speculatori, gli evasori fiscali, i distruttori della natura e dell'ambiente dimostrano proprio che dalla critica a questa finta modernità, dal rifiuto del dominio del denaro sul lavoro e sulla conoscenza, bisogna far ripartire un movimento di liberazione degli esseri umani, della natura e della società umana.
Bisogna far ripartire, con un ricupero dell'orgoglio che abbiamo avuto tre decenni fa, dagli stessi temi di allora - moralità, rispetto dell'ambiente in quanto rispetto degli altri esseri umani (ricordate il discorso di Berlinguer all'Eliseo nel gennaio 1977?) - una grande riforma morale, sociale e civile, basata sulla salvaguardia della salute e della vita, dei beni collettivi e della res publica, e pertanto genuinamente “ecologica”. Si dice la storia non si fa con i se.

Eppure un'altra storia era possibile. Ciò non serve a nutrire nostalgie ma a dirci che questa alternativa che può nascere dal coniugare comunismo e ambientalismo è un fatto concreto, che può vivere nell'oggi.

Giorgio Nebbia, Roberto Musacchio
Roma, 11 novembre 2001
da "Liberazione"