Numeri e rigore scientico

Il revisionista ambientale

The Skeptical Environmentalist - Measuring the Real State of the World
di Bjørn Lomborg

Pensavate di vivere in un mondo inquinato, degradato e sovrappopolato? Vi sbagliavate di grosso. A spiegarvi che viviamo nel migliore dei mondi possibili ci pensa Bjørn Lomborg che è riuscito a mettere insieme un tomo di 515 pagine, e la bellezza di tremila note, tutte mirate a smontare la «litania ambientalista», come la chiama lui. Il suo capolavoro, The Skeptical Environmentalist - Measuring the Real State of the World (L'ambientalista scettico - Rapporto sul vero stato del pianeta) , pubblicato da una prestigiosa casa editrice scientifica, è votato a dimostrare che l'effetto serra, la deforestazione e tutte le altre catastrofi ecologiche di cui siamo a conoscenza, sono solo il frutto di un complotto ordito da militanti dell'ambiente e media per travisare i dati scientifici sullo stato del pianeta.

Un libro, insomma, capitato proprio nel momento giusto, quando cioè il presidente della più grande potenza inquinante del pianta ha deciso di stracciare il già moderato Protocollo di Kyoto, e di buttare nell'atmosfera un bel 36 per cento di emissioni in più, come è stato annunciato il 21 febbraio scorso. All'autore, però, non è andata così bene. Prima ci si sono messe le torte in faccia dei colleghi - che hanno addirittura fondato un sito apposito www. anti-lomborg. com - e poi sono arrivati gli attacchi delle più prestigiose riviste scientifiche, come Nature o Science, tanto per citarne un paio. Hanno abboccato soltanto i tabloid ingenui e quelli che, molto probabilmente, hanno partecipato attivamente all'operazione, come il Washington Post.

Demolendo Lomborg

Scientific American assicura che «demolire il lavoro di Lomborg sta diventando un genere editoriale a se stante» e fornisce il proprio contributo. Andando a fare le pulci alla monumentale bibliografia dell'Ambientalista scettico, viene fuori che solo l'1 per cento dei riferimenti riguarda pubblicazioni scientifiche vere e proprie che sono, come è d'obbligo, sottoposte alla revisione degli esperti. Il resto delle citazioni è composto di articoli tratti dai media generalisti o scaricati dalla rete, oppure ricavati da testi di colleghi di provata fede anti-ambientalista, come Julian Simon, professore di gestione aziendale che aveva già scritto un libro contro il "complotto ecologista".


Anche il personaggio, del resto, lascia un tantino a desiderare. Apparentemente questo professore di statistica presso l'Istituto di studi ambientali dell'Università di Aarhus, in Danimarca, ha tutte le carte in regola, compresa una militanza giovanile in Greenpeace. Si dichiara di sinistra e vegetariano, ma è soprattutto un esperto di statistica, scienza fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi al complesso studio degli ecosistemi. Poi però si scopre che, nel suo curriculum, non figurano pubblicazioni sui cambiamenti climatici né su uno qualsiasi degli argomenti affrontati nel saggio. Lomborg ha pubblicato soltanto uno studio statistico sui sistemi elettorali e uno sulle applicazioni della teoria dei giochi alle strutture sociali. Ma come è stato possibile che una prestigiosa casa editrice come la Cambridge University Press si sia prestata a pubblicare un testo contenente così tante inesattezze scientifiche? Aleggia il sospetto che il saggio, visto che Lomborg proviene dal Dipartimento di scienze politiche, abbia aggirato tutte le revisioni previste per i testi scientifici e, con una bella spintarella autorevole, sia piombato nelle librerie a tempo di record.

Colpito e affondato

Nel numero di febbraio di Le Scienze viene dedicato a Lomberg un piccolo dossier dove autorevoli ricercatori smontano una per una le sue affermazioni su biodiversità, popolazione e cambiamenti climatici. Nel demolirlo Jonh Holdren, membro della National Accademy of Science, fornisce una chiave utile per difendersi dai ciarlatani. Diffidate, dice in sostanza il professore, di chiunque fornisca dati troppo esatti su argomenti complessi. Lomborg infatti "presenta sistematicamente numeri con la precisione di due o tre cifre per quantità che non possono essere conosciute con quel grado di accuratezza: ‘il 43 per cento dell'uso dell'energia in America va sprecato'; ‘il costo delle emissioni di biossido di carbonio è di 0,64 centesimi per chilowattora', tanto per fare qualche esempio". Mai fidarsi di chi vi sostiene di essere in grado di misurare lo stato reale del mondo, tanto per parafrasare il titolo.

Fra gli esperti che si sono prestati a smontare le tesi del danese, certamente Stephen Schneider è un nome di spicco: professore emerito della Stanford University, figura come primo autore di numerosi capitoli del testo base dell'Ipcc, l'Intergovernmental Panel on Climate Change, l'organo internazionale più autorevole sul riscaldamento globale.

Schneider non nasconde affatto la difficoltà di avere a che fare con un sistema complesso come il clima: "Perfino il più attendibile organo internazionale di valutazione, l'Ipcc si è rifiutato di tentare stime probabilistiche sulle temperature future" costringendo i politici a basare le proprie decisioni su "sei percorsi alternativi ugualmente plausibili" che vanno dallo scenario ottimista a quello più pessimista. "L'incremento di temperatura media entro il 2100 sarà di 1,4 gradi Celsius oppure di 5,8? La differenza è quella che passa tra un cambiamento a cui ci si può relativamente adattare e una catastrofe planetaria", differenza su cui, ovviamente, influiranno le decisioni che vengono prese oggi dai governi, altro aspetto per il quale lo statistico danese non mostra alcuna sensibilità.

Lomborg esamina le questioni ambientali, che si tratti delle emissioni come dell'impatto dell'aumento della popolazione sulle risorse, come se le politiche energetiche - o demografiche - dei governi non avessero niente a che fare con il nostro futuro. L'autore si rende appena conto che la maggior parte delle riserve mondiali di petrolio si trova in Medio Oriente e che "è imperativo per il nostro futuro approvvigionamento di energia che questa regione rimanga ragionevolmente pacifica". La nota a piè pagina chiarisce il Lomborg-pensiero: "è stato proprio l'imperativo di pace per il Medio Oriente una delle ragioni di fondo per la Guerra del Golfo".

Ma se L'ambientalista scettico non brilla per profondità di analisi politica, anche la correttezza scientifica lascia un po' a desiderare. Come fa notare Schneider, Lomborg è costretto a citare l'Ipcc per dimostrare la totale inutilità di qualsiasi tentativo di ridurre le emissioni: ma sta bene attento a menzionare solo gli scenari più ottimistici, così come farà ogni volta che è costretto a mettere sul piatto qualche rapporto scientifico governativo, che si tratti di riduzione di biodiversità o del taglio delle foreste. Per il grosso della trattazione l'autore preferisce utilizzare letteratura non specialistica anche perché "gli autori dell'Ipcc sono stati sottoposti a tre successive valutazioni da parte di centinaia di esperti esterni. Non hanno avuto cioè il lusso di essere valutati in primo luogo da quella parte della comunità scientifica che concordava con i loro punti di vista". In sostanza, conclude Schneider "Nella prefazione Lomborg ammette: ‘Non sono un esperto di questioni ambientali'. Parole più vere non sono reperibili nel resto del libro".

Sabina Morandi
Roma, 28 febbraio 2002
da "Liberazione"