Viaggio nella Sicilia assetata alla vigilia delle elezioni amministrative, dove l'oro blu abbonda ma per pochi

Le mani sporche nell'acqua

Il treno Agrigento-Palermo prende fuoco ed è una fortuna che siamo quasi arrivati all'ultima stazione. Mentre il vagone di coda è invaso da fiamme e fumo, i viaggiatori scendono senza scene di apprensione e se ne stanno in silenzio in attesa di sapere dai ferrovieri quando e con quale treno potranno arrivare alla stazione centrale di Palermo. Colpisce che nessuno chieda niente sulle cause dell'incendio. Un ferroviere dice una cosa che dà una risposta al silenzio di tutti: «Accontentiamoci che abbiamo i binari».

Accontentarsi dei servizi pubblici che non funzionano fa parte di un'antica saggezza, o per altri aspetti, di un antico male che in Sicilia s'incontra spesso. Ma chi ha voglia e tempo di protestare contro le ferrovie vecchie e malandate, se deve risolvere ogni giorno un problema molto più grave, come procurarsi l'acqua?

Ad Agrigento, dove ogni bicchiere d'acqua ha una storia di inefficienza del servizio pubblico, di malaffare, di sprechi e di mafia, solo quattrocento persone hanno partecipato alla manifestazione indetta da Cgil, Cisl e Uil per protestare contro l'ennesima drammatica crisi idrica che ha messo all'asciutto città e campagne. C'è una coda di anziani ad una fontana pubblica per riempire i bidoni dell'acqua. Nelle città del continente queste scene si vedevano al tempo di guerra: per questo è venuta a riprenderle anche la televisione danese.

«Perché non avete partecipato alla manifestazione?». Risponde Maria Rosaria, mentre regge la tanica sotto la cannella: «E che ci andavamo a fare? Con i governi di centro l'acqua non l'abbiamo avuta. Con quelli di centrosinistra neppure. Quelli che governano ora sono di destra: non ce la danno e non ce la daranno. Dobbiamo fare le code alla fontana: non si può fare diversamente».

Alla fine della guerra scoppiò la rabbia per l'acqua. Nei paesi e nelle città la lotta per l'acqua fu il segnale della riconquista della democrazia. Ci furono rivolte, assalti alle prefetture e agli uffici degli enti idrici. Nel 1954 (il 17 febbraio) a Mussomeli, nella provincia di Caltanissetta che ancora oggi è assetata, l'ente acquedotti fu assediato perché aveva mandato le bollette per il pagamento dell'acqua nonostante che nelle case i rubinetti non versassero neppure una goccia. L'intervento della polizia provocò quattro morti. Quando fu costruita a Comiso la base missilistica, i cartelloni di protesta dicevano: «Vogliamo acqua non missili».

Tante dighe, ma...

I governi della Dc hanno fatto in Sicilia 25 dighe, ma solo quattro funzionano, le altre non sono state mai connesse con i serbatoi comunali, non hanno mai avuto il collaudo, e in alcuni casi col tempo sono diventate pericolanti. Quella in peggiori condizioni è la diga Comunelli, tanto che il servizio nazionale dighe ha ipotizzato la sua demolizione: costerebbe 40 miliardi di lire. Un altra diga, quella del Furore, vicino Agrigento, destinata ad uso irriguo, dopo anni di inutilizzazione si è quasi prosciugata, in parte per l'evaporazione e in parte per i furti di acqua. La Diga Pietrarossa è sotto sequestro per dissesti su cui indaga la magistratura per accertare se siano dovuti a cause naturali oppure a negligenze delle imprese che l'hanno costruita. I lavori per la costruzione della diga Blufi, progettata senza tener conto dell'impatto ambientale, e decantata come la soluzione dei problemi idrici per la Sicilia centrorientale, si sono fermati nel 1996 per contrasti tra la committenza e le ditte appaltatrici che chiedevano un aumento di 45 miliardi sul costo preventivato. Due giorni fa alla vigilia delle elezioni amministrative il presidente della regione ha annunciato i finanziamenti per farla completare entro quattro anni.

Il paradosso della Sicilia assetata, è che di acqua ce n'è in abbondanza, più che in altre regioni. Questo non è un mistero. Il mistero è nel motivo per cui manca nelle case. Negli invasi c'è una disponibilità in grado di assicurare 250 litri d'acqua giornalieri ad ogni abitante dei comuni capoluoghi di provincia e 210 in tutti gli altri comuni. E' assai più della quantità d'acqua di cui dispongono molte altre città italiane in cui i rubinetti non sono mai all'asciutto. Nella provincia di Reggio Emilia, dove la disponibilità d'acqua è di 133 litri al giorno per abitante, l'acqua viene erogata ogni giorno per 24 ore.

Sono dati ufficiali pubblicati nella relazione dell'ex generale dei carabinieri Roberto Jucci, commissario regionale per le acque in Sicilia. Il documento è datato 11 marzo 2002. Dopo quella data Jucci è stato mandato frettolosamente a casa e la carica di commissario per le acque se l'è assunta il presidente della Regione Cuffaro che ha subito convinto Berlusconi e Lunardi a preannunciare nuove opere pubbliche a suon di centinaia di miliardi per risolvere il problema dell'acqua in Sicilia. La vecchia Dc fa ancora lezione.

Le mani della mafia

Come in ogni vigilia elettorale, da mezzo secolo a questa parte, il governo scopre che la Sicilia è assetata, ne attribuisce la causa alla mancanza di grandi opere pubbliche, e solletica gli appetiti di imprenditori e faccendieri dell'isola. Come al solito i soldi promessi prima o poi arriveranno in abbondanza, ma l'acqua non arriverà nei rubinetti.

Domani si vota per rinnovare i sindaci in 153 comuni della Sicilia, 35 sopra i diecimila abitanti. E' un test importante perché interessa 1.2000.000 elettori e la questione dell'acqua influirà molto sul voto. Il manifesto elettorale di Rifondazione comunista dice: «Per l'acqua in ogni casa e nelle campagne 24 ore su 24 per 365 giorni l'anno, contro la mafia, gli sprechi e le privatizzazioni».

Se l'acqua c'è, ma non scorre nei rubinetti, la ragione più antica è la mafia. La sete perenne porta in Sicilia un flusso altrettanto perenne di denaro per la costruzione di dighe, di dissalatori e di condotte che offrono alla mafia imprenditrice l'occasioni di mettere a frutto la sua capacità di condizionamento nei confronti dell'imprenditoria legale.

Perché questo flusso non s'interrompa è necessario che le dighe non siano mai completate e, quindi, non possano funzionare; che le condotte degli invasi e dei dissalatori siano un colabrado in modo che l'acqua si possa rubare o possa andare perduta; che le reti idriche urbane siano nella più caotica frammentazione così da impedire un erogazione regolare nelle case.

Interessi politici e affarismo prosperano proprio sulla sete delle città e delle campagne. Secondo la relazione Jucci la disponibilità idrica per garantire una fornitura di acqua giornaliera per 24 ore consecutive è più che sufficiente purché sussistano due condizioni: la prima è che l'acqua dovrebbe arrivare nei serbatoi comunali ogni giorno nelle quantità previste, il che richiede alcuni lavori urgenti e il «forte coordinamento di tutti gli enti di gestione»; la seconda è la mappatura delle reti idriche senza la quale non si possono ridurre le perdite entro i limiti fisiologici.

Il fatto è che il coordinamento degli enti di gestione delle acque non è pensabile perché sono 451, fra enti acquedotti, consorzi pubblici e privati, cooperative ed enti di sviluppo agricolo, ciascuno con i suoi presidenti, i suoi sponsor politici, le sue burocrazie, il suo mondo di affari. Rifondazione comunista propone di smantellare questo sistema inefficiente e clientelare e di istituire un'autorità unica e pubblica, che - dice il segretario regionale Giusto Catania - «dovrebbe fissare un tariffa unica per l'acqua in tutta la Sicilia, e arrivare ad un'erogazione uguale per tutti». La destra vuole il contrario: la privatizzazione della gestione dell'acqua attraverso accordi tra i costituendi nuovi consorzi - «ad ambito territoriale ottimale» (Ato), dice la legge, ma di fatto provinciali - e le società per azioni interessate all'affare dell'acqua. Durante la commemorazione di Falcone nell'aula bunker del tribunale di Palermo, il rappresentante del consiglio provinciale studentesco, dopo aver spiegato quali valori avvicinano i giovani a Falcone, ha detto al presidente Cuffaro: «Non privatizzate anche l'acqua».

Il caso Agrigento

Per vivere ad Agrigento (55.000 abitanti) bisogna imparare l'arte di arrangiarsi con l'acqua. Ci si arrangia in mille forme: con le vasche sui tetti, in molti casi di eternit un materiale trattato con l'amianto che produce effetti tossici, con le vasche da bagno usate come deposito delle acque scaricate dalle lavatrice da riciclare per gli sciacquoni dei cessi, con i bidoni riempiti alle fontane, con l'acqua comprata nei negozi o dalle alle autobotti (2000 lire per una tanica di venti litri) con le cisterne interrate di cui sono dotati solo gli edifici più moderni. Nelle ultime settimane la città e le campagne sono state assetate perché l'acqua pubblica non è stata erogata per venti giorni. Stessa situazione nei 43 comuni della provincia. Domani si vota in due grossi comuni, Favara e Raffadali: in quest'ultimo Rifondazione comunista corre da sola col segretario provinciale Alfonso Frenda. Vincenzo Lombardo, della sezione di rifondazione comunista, ha scritto una lettera aperta «ai cittadini di Raffadali» in cui richiama l'attenzione sul fatto che nel 1986 l'acqua arrivava per tre ore ogni 18 giorni e che oggi dopo un intervento della protezione civile che ha fatto costruire due grosse vasche cittadine «in cui non è mai andata una goccia d'acqua», l'erogazione avviene ogni quindici giorni per tre ore. «Un bel progresso! Fortunatamente per noi ci sono dei signori- lo Stato li chiamerebbe contrabbandieri? - che ci forniscono di acqua prelevata non si sa dove, con i loro camion su cui caricano centinaia di bidoni di plastica da venti litri o bonze da cinque a diecimila litri. Il prezzo è di 100 lire al litro, anche se in questo periodo di forte crisi, qualcuno di loro ha avuto la bontà di richiedere 150 lire al litro».

Per Mimmo Fontana responsabile della lega Ambiente la disponibilità d'acqua nella provincia di Agrigento è superiore alla media italiana. Cita i dati dell'ente regionale acquedotti: dal primo gennaio 2002 al 17 maggio scorso l'approvvigionamento erogato ai serbatoi comunali ha assicurato una quantità d'acqua pari a 265 litri al giorno per abitante. Perché allora l'acqua non arriva nelle case? Dice Fontana: «Non si ha la capacità di gestirla correttamente. Il sindaco di Forza Italia eletto lo scorso novembre propone e addirittura nuovi dissalatori, impianti che costano centinaia di miliardi e producono l'acqua a costi alti: 3500 al metro cubo, contro le 300 lire al metro cubo dell'acqua di diga. La verità è che con una spesa di trenta miliardi si può realizzare ad Agrigento una rete idrica pensata come un sistema unico e computerizzata, il modello adottato in tutte le città continentali: questo metterebbe fine alle perdite dovute al logoramento delle vecchie condotte e ai furti. La quantità d'acqua che si perde è del 30/35 per cento ma in città raggiunge il 50%. Il vero scandalo è che abbiano in città quattordici serbatoi non connessi fra loro che alimentano diversi pezzi di rete scollegati e realizzati in vari tempi: come in quasi tutte le città siciliane non è mai stata fatta una mappa del sistema idrico. Quando c'è una rottura o una qualsiasi operazione su un pezzo di rete, l'erogazione può restare sospesa in qualche quartiere per molti giorni. Con una rete unica computerizzata si potrebbe avere l'acqua corrente tutti i giorni. Perfino nella contabilizzazione dei consumi oggi si usano sistemi diversi: c'è chi paga l'acqua forfettariamente e chi la paga a contatore. In un quartiere residenziale marino, chiamato «Dallas», un nome che dice tutto, c'è chi si può permettere di riempire con l'acqua pubblica anche la piscina e col sistema forfettario riesce a pagare meno di quanto dovrebbe».

Il caso Gela

A Gela, la città più grande dove domani si vota, quasi centomila abitanti, arrivano minacce mafiose: destinatario, come ieri ha scritto Liberazione, il candidato a sindaco di Rifondazione comunista Aldo Scibona. Perché lui? Che senso ha quella busta, con dentro un bossolo e il suo facsimile col volto pieno di buchi, infilata nella cassetta della posta della sezione del partito? Scibona è un professore di lettere, ha fatto una battaglia rigorosa per la trasparenza del Comune, un comune che nel 1992 è stato sciolto per «fenomeni di infiltrazione mafiosa che condizionano la libera declinazione degli amministratori». Dopo 18 mesi di gestione commissariale è stato eletto sindaco Franco Gallo( ds), che ha interrotto improvvisamente il suo secondo mandato qualche mese fa con le dimissioni ed è andato a presiedere il consorzio industriale «Gela Sviluppo». Dice il segretario di Rifondazione comunista Guido Altamore: «Non è stato possibile fare l'accordo con l'Ulivo, perché dopo le dimissioni del sindaco, date senza una motivazione politica, noi abbiamo chiesto un profondo rinnovamento dell'amministrazione comunale. Gela è la metafora italiana di un'industrializzazione senza sviluppo e di un'oppressione mafiosa che intossica i servizi e le attività produttive. Noi vogliamo che il comune diventi una casa di vetro, senza segreti per i cittadini. Alla fine per questa battaglia abbiamo deciso di correre soli».

Le questioni messe al centro della campagna elettorale da Rifondazione comunista sono la trasparenza sugli appalti comunali; il rinnovamento degli impianti del dissalatore che hanno condutture lesionate; l'approvvigionamento idrico delle aree agricole che da due mesi sono all'asciutto e rischiano di perdere il 60% del raccolto; il risanamento del territorio accompagnato dallo sviluppo tecnologico del petrolchimico.

Due mesi fa Rifondazione è stato il partito più coerente nel denunciare la farsa del pet-coke, un combustibile inquinante usato per alimentare la supercentrale, che il governo ha legalizzato con un decreto, per non essere costretto a ordinare all'Agip di rinnovare gli impianti.

A Gela, a differenza che nel resto della Sicilia, la mafia non ha sotterrato le lupare. A metà gennaio sono stati ammazzati un imprenditore e un guardiano del cimitero. Si è parlato di mafia dei cimiteri. Significa che quando vai a sotterrare il caro estinto puoi essere avvicinato da qualcuno che ti dice: «Per farti un favore posso procurarti un loculo per soli venti milioni di lire». Poi c'è la mafia dell'acqua, la mafia della spazzatura e così via.

Annibale Paloscia
Agrigento, 25 maggio 2002
da "Liberazione"