Il terremoto di San Giuliano di Puglia

Scosse di classe

dalla discussione tra Voltaire e Rousseau ai giorni nostri

Nel 1755 un terribile terremoto devastò la città di Lisbona - secondo alcune cronache, le vittime furono 20 mila, una vera e propria ecatombe. Nella discussione che ne seguì, rimase celebre la polemica tra Voltaire e Rousseau: il primo lamentava la "fatalità", l'imprevedibilità di una catastrofe di quelle proporzioni, che metteva a dura prova la nascente "civiltà dei lumi". Il grande filosofo ginevrino gli rispose che, tuttavia, quel disgraziatissimo evento non era governato da una logica puramente naturale, visto che il sisma aveva accuratamente selezionato le sue vittime: i poveri erano morti pressoché tutti, i ricchi, in parte rilevante, erano riusciti a salvarsi. Fu quasi la prima volta, nella storia moderna, che venne avanzata una interpretazione sociale - non puramente filosofica, o religiosa - di un "grande fatto di cronaca".

Anche in questo caso, si può dire, la sensibilità di Rousseau si conferma come del tutto profetica. Sono passati due secoli e mezzo, da quell'acceso dibattito tra philosophes, e da allora i progressi sono stati enormi, dal punto di vista della possibilità - tecnologica, culturale, scientifica - di difenderci dagli effetti dei sismi. Eppure, che cosa abbiamo da aggiungere alle osservazioni roussoviane? I terremoti continuano ad esserci, e questa di sicuro è una "fatalità". Ma i terremoti continuano a fare vittime secondo una logica rigorosamente di classe: e questa è tutt'altro che una fatalità. Avete mai sentito parlare, in una catastrofe sismica del Molise, o del Centro America, o dell'Umbria, o del Giappone, di case borghesi distrutte, di palazzi importanti sepolti, di signori finiti sotto le macerie, di business men sfollati o ammassati in tendopoli? E' più facile per un ricco entrare nel regno dei cieli che essere colpito da un terremoto.

Non si tratta, naturalmente, di uno dei tanti "complotti del capitale". C'è, anzi, in questo genere di vicende una sorta di naturale innocenza del sistema: il quale, semplicemente, ignora alla radice tutti i valori (sicurezza ambientale, cura del territorio, protezione civile, manutenzione sociale) che non producono profitto. Un'indifferenza "originaria", che l'attuale dominio ideologico neoliberista non fa altro che dilatare a dismisura. Ma che consegna alla sfera dell'interesse pubblico - alla politica - compiti e responsabilità insostituibili. Chi dovrebbe salvaguardare i cittadini dal rischio sismico - dalle alluvioni, inondazioni, straripamenti dei fiumi - se non l'autorità pubblica, Stato, comuni, province? Chi dovrebbe imporre, se no, i controlli necessari, il rispetto degli standard, la salvaguardia delle norme di sicurezza? E preoccuparsi della terra che frana, degli acquedotti sbrindellati, del sistema fognario fuori controllo?

Qui, certo, si inserisce l'anomalia italiana, quella che, anzitutto, affonda nel passato le sue radici. Questo è un Paese nel quale i governi (fino a quello di centrosinistra compreso) hanno storicamente privilegiato gli interessi privati rispetto a quelli generali. Dove le uniche vere infrastrutture progettate, finanziate e costruite sono state le autostrade. Dove c'è sempre stato il culto delle grandi opere - purché faraoniche, inutili o socialmente dannose - e il disprezzo di quelle socialmente utili. Dove i geologi sono disoccupati, i pompieri malpagati, i sismologi sottoutilizzati. Dove la normativa edilizia o giace disattesa o è truffaldinamente aggirata, e la corruzione dei controllori è pratica costante, oltre che a tutti (?) nota.

In un Paese del genere, certo, un Governo come quello di centrodestra piomba come una tonnellata di sale su un corpo ferito, come l'estrema disgrazia della sua storia. "Vizi", privilegi, illegalità, speculazioni d'ogni sorta tendono a diventare la nuova "base etica" della comunità nazionale. E che cosa volete che siano i terremoti? Una pura fatalità.

Rina Gagliardi
Roma, 2 novembre 2002
da "Liberazione"