PIANO REGIONALE DI SVILUPPO

CONSIDERAZIONI DI CARATTERE GENERALE E POLITICHE

Sono passati pochi mesi dall'insediamento della nuova Giunta regionale lombarda, di centro destra, ma i suoi primi atti legislativi e politici hanno già segnato in profondità i rapporti tra le istituzioni nazionale e locali, con le parti sociali e indebolito le prospettive di universalità dei servizi resi alla popolazione della Lombardia.

I media hanno trattato con una certa dovizia di particolari "l'ingiustificato" incremento della retribuzione, (attualmente in stand bay), dei Consiglieri regionali voluto da tutte le forze politiche della maggioranza, ma tra gli atti che la stessa Giunta si appresta a realizzare ci sono proposte e indirizzi che farebbero sussultare anche i più accesi sostenitori del libero mercato.

Infatti, il referendum consultivo promosso dalla maggioranza, tra l'altro senza nessun effetto giuridico rilevante ma politicamente devastante, è solo l'inizio di un progetto politico più articolato che tende a comprimere il ruolo della Pubblica Amministrazione nel contesto economico da un lato ma allo stesso tempo riesce a sviluppare una certa discontinuità con i sostenitori del libero mercato stesso, cioè si nega la funzione storica di agente regolatore proprio della Pubblica Amministrazione.

Di particolare rilievo politico e con forti implicazioni sociali è la proposta di PRS fatta recentemente dalla Giunta.

Infatti, Il Governo della Lombardia non si assegna il ruolo proprio di una istituzione pubblica in materia di "erogazione della libertà e della solidarietà", ma affida questo compito alla responsabilità individuale e associata.

Il PRC ha continuamente contrastato (e continuerà a farlo) i provvedimenti adottati dal Governo nazionale (di centro sinistra), in materia di liberalizzazioni e privatizzazioni, che tra l'altro non sono necessariamente sinonimi, ma almeno questi processi prevedevano delle autorità garanti per quanto riguarda i servizi di pubblica utilità.

Il Governo della Lombardia, di centro destra, assegna questo compito alle responsabilità individuali e associate.

Non a caso si adotta come modello di riferimento la riforma della sanità per la quale nella scorsa legislatura la Regione Lombardia ha introdotto un nuovo modello organizzativo e culturale che doveva essere esteso alla scuola, alla famiglia, al welfare, alle politiche per il territorio e le infrastrutture e così via, cioè la Pubblica Amministrazione non deve e non può riqualificarsi per soddisfare i bisogni emergenti che la società a vario titolo manifesta, ma deve semplicemente ritirarsi non solo economicamente, ma anche come Ente regolatore del mercato stesso.

Non si spiegherebbe in altro modo la proposta di referendum sostenuta dal centro destra lombardo su sanità, polizia locale e formazione.

Infatti, queste tre materie sono già di competenza regionale da un lato, ma con il referendum si tenta di indebolire la capacità di indirizzo propria del Governo nazionale.

Il richiamo alla Corte Costituzionale fatto da Gianni Ferrara, dovrebbe essere sicuramente raccolto dalla sinistra politica, ma anche dalla folta rappresentanza sindacale: sono in gioco i più importanti diritti universali che la costituzione garantisce e dovrebbe difendere.

La stessa articolazione del piano regionale di sviluppo (PRS) in tema di sviluppo socio-economico e culturale, servizi alla persona, aree territoriali e istituzionali, manifesta per tutte le oltre 600 pagine, (di non facile lettura!), la volontà della Giunta di stare sopra ai problemi e non dentro.

Il Governo lombardo è così comprato dalle peggiori degenerazioni liberiste, che non riesce nemmeno a realizzare che l'economia lombarda attraversa una fase storica di oggettiva debolezza rispetto ai principali partners europei.

Tralasciando alcune evidenti falsità scritte nel PRS sulla capacità di crescita economica della Lombardia degli ultimi cinque anni, la Giunta e la sua maggioranza sembrano incapaci di interpretare le debolezze intrinseche della struttura produttiva regionale.

Nel PRS si afferma che il sistema manifatturiero lombardo ha realizzato un'ottima capacità di investimento, ma poco più avanti, candidamente, si afferma che l'accresciuto ruolo degli scambi intraindustriali e l'incapacità dell'offerta nazionale (quindi anche regionale), di adeguarsi alle richieste della domanda, soprattutto nel settore dei beni capitali, comportano un crescente ricorso alle importazioni (leggi debito) di beni intermedi e di investimento, con effetti negativi sulla bilancia dei pagamenti.

Il Centro Destra lombardo non ha capito che è proprio l'area dei beni capitali a creare occupazione e non soddisfatto riesce ad immaginare una regione capace di competere alla pari con i migliori paesi industrializzati in ragione della dinamicità dell'artigianato, delle piccole e piccolissime imprese e dei distretti industriali.

In realtà l'ultimo rapporto dell'ENEA sullo stato dell'innovazione così come il rapporto annuale dell'ISTAT rappresentano una realtà economica e manifatturiera inadeguata dal punto di vista della dimensione delle imprese, (troppo piccole), della loro capacità finanziaria e della loro bassa propensione e capacità a produrre innovazione.

Questi Istituti sottolineano inoltre e con forza che questi temi sono lo, snodo strategico che il paese e la regione devono risolvere se il mercato di riferimento è quello dei paesi industrializzati altrimenti la competizione di costo con i paesi emergenti condizionerà le capacità di sviluppo economico e sociale dell'Italia.

Non è forse questa la scelta della Giunta lombarda a far emergere con prepotenza un diffuso senso di insicurezza?

Non a caso l'IRER (Istituto Ricerche Economico Regionale) parla di deficit di integrazione sociale, dove fragilità e incertezza rappresentano il vero paradosso della società lombarda, e non sarà certo una più spinta flessibilità delle maestranze e del mercato del lavoro a risolvere le carenze infrastrutturali del sistema manifatturiero, cioè sapere e saper fare.

La Giunta lombarda e la sua maggioranza di centro destra ha scelto la via più comoda e sicuramente più redditizia in termini elettorali, ma politicamente devastante.

Infatti, quando la società perde il senso dei diritti universali e la universalità di alcuni servizi, così come la capacità di programmare lo sviluppo e, allo stesso tempo, si sostiene che il diritto individuale è la panacea di tutti i problemi, la degenerazione non sarà più l'eccezione ma la regola principale delle relazioni sociali.

Sicuramente nell'immediato per la sinistra e il sindacato si deve puntare ad un azione tesa a limitare almeno i danni di questo progetto che potrebbe definirsi quasi a-liberale (nel senso economico del termine), ma deve allo stesso tempo riaffermare l'universalità e la funzionalità della Pubblica Amministrazione.

Ciò richiede un progetto innovativo di presenza pubblica nell'economia capace di contenere i limiti del mercato, viceversa sarà difficile trovare degli equilibri politici adeguati per resistere alla degenerazione che il centro-destra ha determinato.

 

Danilo Aluvisetti
responsabile regionale PRC per le politiche economiche e del lavoro
Monza, 27 Ottobre 2000