Storia della squadra di calcio “Marxiana”. (Prima parte)

L'allenatore operaio e la tattica del comunismo

Torino, ottobre 1969. In strada esplode la violenza fascista. «Maledetti, ci vendicheremo». E nasce una squadra di calcio che fa della rivoluzione russa e del Che una strategia di gioco.

Decido di prendermi una breve vacanza, e di andare a trovare Raul Taverna a Montevideo. Raul è un giornalista del quotidiano «El Pais», si occupa di calcio da sempre ed è uno dei migliori amici di Enzo Francescoli, il «Principe» che ha giocato anche in Italia, nel Cagliari e nel Torino. Fuma più di me, è basso, cicciotello e porta i capelli lunghi sulle spalle, a quasi sessant'anni. Lo chiamo da Buenos Aires. E' felice di sentirmi: «Dopo tanto tempo! Ti aspetto a casa mia, domani. Preparerò in tuo onore un asado. Prometti, vecchio filibustiere, di fermarti almeno una notte. Ho dei sigari brasiliani che ti faranno impazzire e del vino cileno da far perdere la testa. Cosa devi portare? Mi bastano i tuoi ricordi, come sai».

Caro, splendido, generoso Raul. Ci conoscemmo nel 1985, durante la Coppa America di football. Mi avvicinò allo stadio Monumental, masticando l'italiano imparato dai genitori, di origini emiliane: «Ho letto su un giornale le tue storie sul pallone. Mi sono piaciute moltissimo, e ne ho parlato in un mio articolo». Da quel momento in avanti, abbiamo diviso i giorni e le albe a Montevideo e a Rivera, proprio lassù ai confini con il Brasile. Una città da racconto: il confine con Sant'Ana do Livramento, Stato del Rio Grande do Sul, è dato da una fontana in mezzo a una piazza. Non ci sono controlli, non ci sono barriere, non c'è polizia. Prendi l'aperitivo in Uruguay e il caffé in Brasile, fantastico. Penso a queste cose mentre l'aliscafo mi porta da Baires alla capitale uruguayana. Il mare è mosso, c'è vento, penso a Stanlio e Ollio, a Soriano, a «Triste, solitario y final». Penso che dovrei tornare in Italia, ma questo viaggio in Sudamerica alla ricerca di ombre e personaggi mi sta aiutando. Non è un bel momento, per me. Ma a chi può interessare i miei guai, i miei problemi? A chi può interessare la mia crisi esistenziale?

E' lì ad aspettarmi, Raul. Con il suo sorriso da ultima frontiera, con quella sua allegria mai esagerata. Ci abbracciamo, come due fratelli ritrovati. Mi mostra la cravatta: «E' il tuo prezioso regalo. La cravatta del Bologna! Mia moglie mi prende in giro: toglila almeno quando vieni a letto».

Mi chiede della mia vita. Gli dico: «Un'altra volta, non sono giorni, non è più tempo. Sono qui per dimenticare, se è possibile». Capisce, mi dà una pacca sulla spalla e mi trascina in un bar, che dà sul mare. «A casa, più tardi. Anche la vecchia ha voglia di vederti, e le mie figlie pure. La più grande, Zelda, è fidanzata, il prossimo anno vuole sposarsi. Studia filosofia, le ho detto che è la laurea della disoccupazione. Il mondo non sa più che farsene della filosofia. Qui vanno avanti i laureati in menzogne, in traffici illeciti, in strategie militari». Ordiamo due birre. Gelate al punto giusto. Raul mi parla del Nacional di Montevideo: «La stessa squadra di Eduardo Galeano. Come stanno andando nel vostro campionato Recoba e Montero? E quel ragazzino, Zalayeta, che potrebbe diventare un campione?». Una nave è ferma, tra l'orizzonte e il niente. La radio trasmette canzonette. Una donna sola e perduta chiede un caffé. Ha il volto stanco. A un tavolino, un vecchio sfoglia il giornale. Una pagina dopo l'altra. Senza leggere una sola parola. Il barista, nessun gesto consolatorio, sta dando il resto alla donna sola e perduta.

«Dai, cos'é questo cattivo umore? Senti. Facciamo come a Rivera. Comincia tu, racconta una storia. Una storia che deve prendermi il cuore e commuovermi».

«Bene, Raul. Meglio il passato, del presente e del futuro. Meglio il calore del tempo andato. Ascolta...».

Gli racconto la vicenda dell'allenatore operaio. Di una delle persone più belle e vere e giuste e formidabili della mia giovinezza. E' il 1969, ottobre. Il mio primo giorno al Liceo. Il Quinto Scientifico di Torino. L'uomo è andato da poco sulla luna, ma in Vietnam uccidono i contadini con il Napalm. Non ho idee politiche molto chiare. Mi ritengo di sinistra, ma la mia vera passione è il calcio. Domenica a vedere la Juve in curva Filadelfia, poi partite con gli amici a non finire. Gioco centravanti e il mio idolo è Pietro Anastasi, attaccante catanese acquistato dalla società bianconera anche per fare felice gli operai meridionali della Fiat Mirafiori. Aspetto di entrare in classe, di conoscere i miei nuovi compagni. Comincia a far freddo, Torino, quella mattina, è accarezzata da una nebbia sottile. Nel mercato sul corso si sentono voci forti, da una bancarella offrono carote e melanzane a prezzi stracciati, da un'altra jeans americani con «uno sconto mai visto, donne. Roba che viene dal Texas, forza che sono gli ultimi!». Poi, sento urlare: «Arrivano i fascisti, arrivano i fascisti!». Tutto avviene in pochi secondi. Tre giganti palestrati, uno armato con un punteruolo. E quel punteruolo finisce sulla testa di un ragazzo, vicino a me. Crolla a terra, sangue e polvere. Una ragazza sviene, il suo libro di latino finisce a miei piedi. Altri si spingono. Volano cartelle e manate. «Aprite 'sto cancello, presto», «Se ne sono andati», «Maledetti, ci vendicheremo», «Sempre il solito», «Compagni organizziamoci, oggi subito assemblea». Divento comunista quella mattina.

Leggo Gramsci e la storia della rivoluzione russa, ma anche Cesare Pavese, oltre ai miei amati sudamericani. Comincio a distribuire volantini e a parlare alle assemblee. Passo una notte in un'osteria a sentire un militante di Lotta Continua raccontare vita e morte di Che Guevara. Ma non dimentico il calcio. Organizziamo un torneo interno. Noi della sezione A con quelli delle E formiamo una squadra che chiamiamo «Marxiana». Ci alleniamo alla Pellerina, periferia della città. Ci manca l'allenatore. L'idea viene a Federico, della E. «Scusate, potrebbe seguirci Giorgio, mio fratello. Fa l'operaio alla Fiat, ma è uno che sa di pallone, lo ha giocato nei dilettanti. Un centrocampista delizioso, uno alla Rivera».

Così, conosciamo Giorgio. E' alto, ben messo fisicamente, una faccia intelligente: «Marxiana è un bel nome. Bene: formeremo la prima squadra concepita con una tattica speciale. La tattica del comunismo. Il comunismo applicato al football. Ragazzi, è cominciata la rivoluzione!».

(Fine prima parte) Seconda parte

Darwin Pastorin
Montevideo, 14 dicembre 2004
da "Liberazione"