Cara Rossana, considero questa tua
lettera scritta dall'“interno” un' occasione che ci offri per
proseguire anche con maggiore radicalità e rigore l'approfondimento su cui
siamo impegnati dopo il voto e per sviluppare un confronto su questioni che
considero rilevanti per il nostro comune futuro.
Mi avvarrò dunque anch'io del “batti ma ascolta” di Fortini che tu
citi.
Ti ho ascoltata con attenzione, credo di aver capito ma, questa volta, proprio
non sono d'accordo.
Potevamo essere annientati, tu riconosci che c'era chi ci voleva morti.
Di più.Noi stessi abbiamo sottovalutato, nell'asprezza e nella difficoltà
della campagna elettorale e di fronte ai consensi nuovi che raccoglievamo, la
forza distruttrice di un regime bipolare che ha lavorato a cancellare dalle
istituzioni tutto ciò che sta fuori da esso.
Difatti tutti, anche forze rilevanti per storie, mezzi e visibilità, sono
stati cancellati.Tutti tranne noi.
Perché ce l'abbiamo fatta?
Non per aver conservato uno “zoccolo duro”, non è questa la
caratteristica del voto al Prc, ma per aver guadagnato, in controtendenza, un
consenso attorno ad una diversità, ad una alterità.
Ce l'abbiamo fatta perché è stata raccolta l' idea, ancora
approssimativa ma realmente proposta, di un'altra politica sia per profilo
di contenuti, che per rapporto con la società, che per critica alle
asfissianti tendenze di regime.
Il voto al Prc non è, prevalentemente, l'eredità di uno zoccolo duro, è,
invece il voto di un'area, se ci intendiamo sul termine, antagonista, di
critica all'esistente.
Dunque il voto al Prc non è solo importante perché lo fa vivere, ma anche
perché è una promessa.
Ma tu chiedi: perché non rappresentate uno sbocco allo sfaldamento dell'ex
bacino di voti del Pci?
Perché non è possibile ancora.
Quel mondo è stato disfatto; le sue culture, i suoi luoghi, le sue
organizzazioni, il suo popolo sono stati scompaginati dalla sconfitta, dall'autodissoluzione
e dalla rivoluzione capitalistica, quando non sono trattenuti da una antica
fedeltà in ciò che pure non li rappresenta ormai più.
Non è neppure immaginabile di traghettarne, così come sono, parti cospicue
al di qua del fiume. L'obiettivo può, anzi deve, essere perseguito.
Ma il processo non è quello meccanico della calamita, bensì quello complesso
della ricostruzione, della scomposizione (di culture, di modi di essere, di
consuetudini, di modi di pensare, di relazioni sociali) e della
ricomposizione.
Per questo, ad esempio, siamo stati così testardi nel proporre, insieme, la
crescita del Prc e la costruzione, con la sua presenza importante ma per nulla
esclusiva, di un soggetto politico forte di tutta la sinistra alternativa.
Per questo teniamo aperta la proposta della sinistra plurale malgrado e oltre
ogni rifiuto.
La nostra consegna è di fare “come se”, per poter perseguire un obiettivo
oggi impossibile e tuttavia necessario.
C'è il tempo della semina e quello del raccolto.
Oggi, dopo la devastazione (quella degli ultimi vent' anni a cui abbiamo
cercato di resistere), è il tempo della semina.
La vittoria delle destre non affonda le sue radici nella campagna elettorale bensì nei cinque anni del governo di centro-sinistra e, in particolare, nel corso disastroso preso dopo la rottura con la stretta liberista avviata nel 1998 e drammatizzato dalla guerra.
La vittoria delle destre è, in senso stretto, la sconfitta del
centro-sinistra.
Ogni discorso di tattica elettorale, se salta questo ostacolo, risulta
infondato.
Se il Prc avesse scelto una diversa tattica elettorale, non avrebbe avuto
questo risultato e dubito che lo stesso centro-sinistra avrebbe guadagnato
quei voti che ha avuto nei collegi uninominali.
Non è possibile fare una somma astratta di voti che esprimono diverse
intenzioni politiche perché le persone che li esprimono, quelle concrete, in
carne, sangue e sentimenti, non sono disposte a sommarsi oppure sono dispose a
farlo solo a certe condizioni e non ad altre.
Naturalmente, come abbiamo sempre detto una qualche maggiore apertura
sarebbe stata possibile al Senato se il centro-sinistra avesse compiuto
qualche atto politico significativo nei confronti del Prc e della sua
politica.
Senza questo sarebbe stato, io credo, un errore grave: sarebbe stato l'occultamento
delle cause su cui poggiava l'ascesa della destra e, con esso, l'impossibilità
di rendere comprensibile e visibile l' irriducibilità del Prc al
centro-sinistra.
Questa, a mio avviso, è la questione cruciale.
La vittoria delle destre è il Male, tra noi su questo non c'è mai stato
dubbio o discussione ma, io credo la vittoria del centro-sinistra non sarebbe
stato il Bene.
Un conto è concorrere a sconfiggere le destre, altro è impegnarsi a far
vincere il centro-sinistra.
La differenza è sottile e difficile da trovare nella tattica elettorale, ma
è politicamente enorme.
Per fortuna l'abbiamo trovata con la non belligeranza nella tattica
elettorale, e così resta aperta nella politica.
Abbiamo, in primo luogo, chiesto un voto al Prc per indicare una prospettiva
diversa entro cui far vivere anche una presenza autonoma nelle istituzioni e
abbiamo liberato, dov'era compatibile con questa priorità, uno spazio, nell'
uninominale alla Camera, che contemplasse la possibilità per l'elettore di
votare anche per il centro-sinistra.
Perché non abbiamo invitato, come partito, a votare lì per il
centro-sinistra e perché non abbiamo rinunciato a presentarci al Senato?
Perchè avremmo così varcato quella soglia critica che io ritengo fondativa
della ragione d'essere di una sinistra critica, cioè avremmo sostenuto il
centro-sinistra e lo avremmo consolidato nella sua scelta di continuare ad
essere quello che è, cioè una realtà di conservazione.
Il centro-sinistra ha un'idea proprietaria del voto, del voto che non sia
di destra, naturalmente, che non può essere incoraggiata se non a prezzo di
incoraggiare le pulsioni di regime che lo hanno così profondamente
attraversato.
Quella nostra dei giorni scorsi (la polemica con Nanni Moretti ndr) non è
stata la critica ad una intellettualità, ma proprio a questa propensione
proprietaria.
La critica agli apparati ideologici di consenso (pensiero unico) al formarsi
attorno alla cattedrale del governo (e della ideologia della governabilità)
di un ceto professionale e intellettuale interno allo scambio fra
valorizzazione della propria prestazione e organizzazione del consenso, è l'altra
faccia di una critica alla separatezza della politica che ha quale base l'autonomia
del conflitto sociale dei movimenti e delle culture critiche.
Una parte dell'intellettualità che ha fatto appello a votare per il Prc è
stata attratta proprio da questa nostra critica al regime bipolare e
attraverso questo nuovo spirito repubblicano si è disposta favorevolmente ad
intendere le ragioni della critica sociale.
La scelta del male minore, quale che sia il campo della contesa, risulterebbe
incompatibile con questo faticoso processo di crescita e di tessitura e, io
credo, con il futuro di una sinistra di alternativa.
Aggiungo, come semplice postilla: io non credo che sarebbe stato comunque
possibile raggiungere il pareggio, cioè bilanciare la vittoria della destra
alla Camera con quella del centro-sinistra al Senato, ma questo sarebbe stato
un risultato auspicabile?
Francamente non mi pare, non vedo quale vantaggio avrebbe avuto il paese da
una poderosa accentuazione della propensione concertativa, della vocazione
alla grande intesa, della pressione verso un'intesa politica bipartisan che
per quella via avrebbe preso corpo.
La vittoria delle destre è una regressione politica forte e contiene il
rischio grave di un arretramento di civiltà (anche perché il centro-sinistra
ne ha aperte parecchie di piste di lancio) ma piuttosto che l'eclisse dello
scontro politico meglio la regola democratica di una maggioranza che governa e
di una minoranza che fa opposizione.
Il problema, ora, è quale opposizione.
Le prime intenzioni da dentro il centrosinistra e anche dai Ds non sembrano
incoraggianti, rivolte come sono ad assecondare propensioni neocentriste.
Vorrei che fra noi il confronto partisse per affrontare il “che fare” da
una analisi di fase.
Ci aiuta il confronto con il '96.
Allora la desistenza tra il centro-sinistra e il Prc sconfisse, nella sfera
della politica, Berlusconi, ma nella società la presa della conservazione era
implacabile, come la tregua sociale.
Oggi le destre vincono le elezioni, ma la società è attraversata da un
disgelo, da una crescita dei movimenti che è fenomeno europeo e mondiale.
Non affido loro alcuna missione salvifica, ma il vento sta cominciando a
cambiare direzione.
La globalizzazione capitalista e persino l'economia che essa ha alimentato
rifanno i conti con la categoria della crisi.
Se si guardano le cose da questo punto di vista la destra appare meno
invincibile e la nostra politica è interrogata sul suo punto chiave, cioè
come si raggiunge quella che tu chiami, e io con te, la massa critica
necessaria per contrastare la globalizzazione e costruire l' alternativa.
Non c'è più la possibilità di separare presente e futuro, né nella
società né nella politica.
E' morta, se mai è esistita, l'autonomia del politico.
La connessione tra movimenti e progetti, tra conflitto sociale e programma,
tra lotta, produzione culturale e rappresentanza istituzionale si fa
strettissima.
Perciò abbiamo fatto quella scelta elettorale e non un' altra.
Non era solo una questione di tattica.
Ovviamente non è che non ci interessano, vista la fatica e il lavoro
politico che mettiamo per guadagnare una rappresentanza nelle istituzioni e l'impegno
che vi prodighiamo e persino l'attenzione e l'interesse all'apertura di
ogni possibilità di intesa e di alleanza per dare efficacia all'azione
politica.
Temo invece che abbiamo un dissenso sulle loro condizioni e, dunque, su come
ci si debba rapportare ad esse.
Io penso che noi viviamo una crisi della democrazia connessa ad una crisi
della politica.
La crisi della democrazia è il prodotto di una processo che rischia di
stritolarla prendendola in una morsa dall'alto e dal basso.
Quando tu dici che metà degli italiani ha votato per le ragioni dell'impresa
e per la riduzione dei diritti del lavoro, delusa dal socialismo e privata di
una prospettiva dici una cosa che va riflettuta e discussa.
Non è qui il caso di richiamare la tua attenzione sulla nostra replica che
pure è stata assai diversa da come tu la descrivi.
Altro è l'essenziale.
L'essenziale è la rottura del blocco sociale della sinistra e della
cultura critica anticapitalista che ne ha accompagnato la crescita.
Qui c'è l'origine della crisi della democrazia.
Il voto per il versante che ci riguarda, non è stato tanto determinato dall'adesione
alle tesi dell'impresa quanto la manifestazione di questa rottura.
Su un altro terreno è questione parallela a quella della nostra non
intercettazione del voto ex-Pci.
Quando una diga si rompe l'acqua va da ogni parte.
Altrimenti come spieghi il voto alla Lega dell'iscritto alla Fiom di
Brescia? Dopo una delle più straordinarie pagine di lotta proletaria durante
la quale tutto apparve agli scioperanti possibile, nell'Inghilterra del
secolo scorso, si ebbe dopo la drammatica sconfitta, la forse più grande
adesione volontaria alla guerra da parte di lavoratori.
Erano forse diventati guerrafondai? No, avevano perso ed era stata distrutta
la loro identità.
Solo dalla comprensione delle ragioni della sconfitta e dalla ricostruzione
dell' identità delle classi subalterne, io credo, ricominci il cammino
dalla fuoriuscita dalla crisi della politica e della democrazia.
Ma c'è pure l' aggressione dall'alto.
Nei giorni scorsi, a Torino, hanno chiesto a Ralph Darhendorf se in Italia
fosse in pericolo la democrazia.
L'intellettuale liberale ha risposto di sì ma per la ragione che i processi
di globalizzazione spostano le sedi decisionali dai parlamenti a luoghi altri
senza sovranità.
Cara Rossana, io penso che il Parlamento non sia più “il luogo delle
garanzie politiche”.
Intendiamoci, lo è stato e lo può, in altre forme, tornare ad essere.
Ma oggi non lo è.
Lì neppure si decide sulla guerra; prima la fanno e poi la discutono.
La crisi della democrazia è anche una poderosa ricollocazione e
redistribuzione dei poteri, perciò sarebbe inefficace alzare la bandiera
della difesa delle istituzioni.
Difenderemmo non la democrazia, ma un suo simulacro, lontani dalle realtà e
spiazzati dalla riorganizzazione dei poteri operata dalla rivoluzione
capitalistica.
La democrazia di massa va ricostruita per essere riconquistata.
Si propone perciò la ricerca di un nesso tra la presenza nelle istituzioni,
la riforma della politica e la produzione di alternativa.
Questo è il senso della nostra ricerca.
Per questo siamo così interessati anche ad esperienze lontane nello spazio ma
contigue a questa ricerca.
Per questo ci interessa così tanto Porto Alegre; perché parla un linguaggio
universale, perciò anche quello di questa nostra provincia.
La presenza nelle istituzioni rappresentative fatica a trovare, oggi, un senso
in se, quale che esso sia, compreso quello di garanzia.
Lo acquista, invece, se indaga proprio il lato che esse tendono ad oscurare ma
che, specie nei momenti di crisi della democrazia, è il solo che le possa
rivitalizzare: quello degli istituti della democrazia diretta.
Anche questo, cara Rossana è un insegnamento del Novecento e, io credo, di
quelli a noi più vicino e destinato a sopravvivere ad esso.