Il dibattito nella sinstra dopo il risultato elettorale del 13 maggio.
Cara Rossana, non sono d'accordo.

Cara Rossana, considero questa tua lettera scritta dall'“interno” un' occasione che ci offri per proseguire anche con maggiore radicalità e rigore l'approfondimento su cui siamo impegnati dopo il voto e per sviluppare un confronto su questioni che considero rilevanti per il nostro comune futuro.
Mi avvarrò dunque anch'io del “batti ma ascolta” di Fortini che tu citi.
Ti ho ascoltata con attenzione, credo di aver capito ma, questa volta, proprio non sono d'accordo.

Primo: il voto al Prc. Un risultato importante e una ragione di soddisfazione politica.

Potevamo essere annientati, tu riconosci che c'era chi ci voleva morti.
Di più.Noi stessi abbiamo sottovalutato, nell'asprezza e nella difficoltà della campagna elettorale e di fronte ai consensi nuovi che raccoglievamo, la forza distruttrice di un regime bipolare che ha lavorato a cancellare dalle istituzioni tutto ciò che sta fuori da esso.
Difatti tutti, anche forze rilevanti per storie, mezzi e visibilità, sono stati cancellati.Tutti tranne noi.

I motivi della tenuta del PRC

Perché ce l'abbiamo fatta?
Non per aver conservato uno “zoccolo duro”, non è questa la caratteristica del voto al Prc, ma per aver guadagnato, in controtendenza, un consenso attorno ad una diversità, ad una alterità.
Ce l'abbiamo fatta perché è stata raccolta l' idea, ancora approssimativa ma realmente proposta, di un'altra politica sia per profilo di contenuti, che per rapporto con la società, che per critica alle asfissianti tendenze di regime.
Il voto al Prc non è, prevalentemente, l'eredità di uno zoccolo duro, è, invece il voto di un'area, se ci intendiamo sul termine, antagonista, di critica all'esistente.
Dunque il voto al Prc non è solo importante perché lo fa vivere, ma anche perché è una promessa.

Lo sbocco allo sfaldamento dell'ex-PCI

Ma tu chiedi: perché non rappresentate uno sbocco allo sfaldamento dell'ex bacino di voti del Pci?
Perché non è possibile ancora.
Quel mondo è stato disfatto; le sue culture, i suoi luoghi, le sue organizzazioni, il suo popolo sono stati scompaginati dalla sconfitta, dall'autodissoluzione e dalla rivoluzione capitalistica, quando non sono trattenuti da una antica fedeltà in ciò che pure non li rappresenta ormai più.
Non è neppure immaginabile di traghettarne, così come sono, parti cospicue al di qua del fiume. L'obiettivo può, anzi deve, essere perseguito.
Ma il processo non è quello meccanico della calamita, bensì quello complesso della ricostruzione, della scomposizione (di culture, di modi di essere, di consuetudini, di modi di pensare, di relazioni sociali) e della ricomposizione.
Per questo, ad esempio, siamo stati così testardi nel proporre, insieme, la crescita del Prc e la costruzione, con la sua presenza importante ma per nulla esclusiva, di un soggetto politico forte di tutta la sinistra alternativa.
Per questo teniamo aperta la proposta della sinistra plurale malgrado e oltre ogni rifiuto.
La nostra consegna è di fare “come se”, per poter perseguire un obiettivo oggi impossibile e tuttavia necessario.
C'è il tempo della semina e quello del raccolto.
Oggi, dopo la devastazione (quella degli ultimi vent' anni a cui abbiamo cercato di resistere), è il tempo della semina.

Secondo: la vittoria delle destre e il comportamento elettorale del Prc.

La vittoria delle destre non affonda le sue radici nella campagna elettorale bensì nei cinque anni del governo di centro-sinistra e, in particolare, nel corso disastroso preso dopo la rottura con la stretta liberista avviata nel 1998 e drammatizzato dalla guerra.

Le destre vincono sul piano politico non su quello tattico

La vittoria delle destre è, in senso stretto, la sconfitta del centro-sinistra.
Ogni discorso di tattica elettorale, se salta questo ostacolo, risulta infondato.
Se il Prc avesse scelto una diversa tattica elettorale, non avrebbe avuto questo risultato e dubito che lo stesso centro-sinistra avrebbe guadagnato quei voti che ha avuto nei collegi uninominali.
Non è possibile fare una somma astratta di voti che esprimono diverse intenzioni politiche perché le persone che li esprimono, quelle concrete, in carne, sangue e sentimenti, non sono disposte a sommarsi oppure sono dispose a farlo solo a certe condizioni e non ad altre.

La chiusura del centro-sinistra

Naturalmente, come abbiamo sempre detto una qualche maggiore apertura sarebbe stata possibile al Senato se il centro-sinistra avesse compiuto qualche atto politico significativo nei confronti del Prc e della sua politica.
Senza questo sarebbe stato, io credo, un errore grave: sarebbe stato l'occultamento delle cause su cui poggiava l'ascesa della destra e, con esso, l'impossibilità di rendere comprensibile e visibile l' irriducibilità del Prc al centro-sinistra.
Questa, a mio avviso, è la questione cruciale.
La vittoria delle destre è il Male, tra noi su questo non c'è mai stato dubbio o discussione ma, io credo la vittoria del centro-sinistra non sarebbe stato il Bene.
Un conto è concorrere a sconfiggere le destre, altro è impegnarsi a far vincere il centro-sinistra.
La differenza è sottile e difficile da trovare nella tattica elettorale, ma è politicamente enorme.

La non belligeranza

Per fortuna l'abbiamo trovata con la non belligeranza nella tattica elettorale, e così resta aperta nella politica.
Abbiamo, in primo luogo, chiesto un voto al Prc per indicare una prospettiva diversa entro cui far vivere anche una presenza autonoma nelle istituzioni e abbiamo liberato, dov'era compatibile con questa priorità, uno spazio, nell' uninominale alla Camera, che contemplasse la possibilità per l'elettore di votare anche per il centro-sinistra.
Perché non abbiamo invitato, come partito, a votare lì per il centro-sinistra e perché non abbiamo rinunciato a presentarci al Senato? Perchè avremmo così varcato quella soglia critica che io ritengo fondativa della ragione d'essere di una sinistra critica, cioè avremmo sostenuto il centro-sinistra e lo avremmo consolidato nella sua scelta di continuare ad essere quello che è, cioè una realtà di conservazione.

Il centro-sinistra ha una idea "proprietaria" del voto

Il centro-sinistra ha un'idea proprietaria del voto, del voto che non sia di destra, naturalmente, che non può essere incoraggiata se non a prezzo di incoraggiare le pulsioni di regime che lo hanno così profondamente attraversato.
Quella nostra dei giorni scorsi (la polemica con Nanni Moretti ndr) non è stata la critica ad una intellettualità, ma proprio a questa propensione proprietaria.
La critica agli apparati ideologici di consenso (pensiero unico) al formarsi attorno alla cattedrale del governo (e della ideologia della governabilità) di un ceto professionale e intellettuale interno allo scambio fra valorizzazione della propria prestazione e organizzazione del consenso, è l'altra faccia di una critica alla separatezza della politica che ha quale base l'autonomia del conflitto sociale dei movimenti e delle culture critiche.
Una parte dell'intellettualità che ha fatto appello a votare per il Prc è stata attratta proprio da questa nostra critica al regime bipolare e attraverso questo nuovo spirito repubblicano si è disposta favorevolmente ad intendere le ragioni della critica sociale.
La scelta del male minore, quale che sia il campo della contesa, risulterebbe incompatibile con questo faticoso processo di crescita e di tessitura e, io credo, con il futuro di una sinistra di alternativa.

Il "pareggio" avrebbe comunque favorito i pasticci concertativi>/h5>

Aggiungo, come semplice postilla: io non credo che sarebbe stato comunque possibile raggiungere il pareggio, cioè bilanciare la vittoria della destra alla Camera con quella del centro-sinistra al Senato, ma questo sarebbe stato un risultato auspicabile?
Francamente non mi pare, non vedo quale vantaggio avrebbe avuto il paese da una poderosa accentuazione della propensione concertativa, della vocazione alla grande intesa, della pressione verso un'intesa politica bipartisan che per quella via avrebbe preso corpo.
La vittoria delle destre è una regressione politica forte e contiene il rischio grave di un arretramento di civiltà (anche perché il centro-sinistra ne ha aperte parecchie di piste di lancio) ma piuttosto che l'eclisse dello scontro politico meglio la regola democratica di una maggioranza che governa e di una minoranza che fa opposizione.

Quale opposizione?

Il problema, ora, è quale opposizione.
Le prime intenzioni da dentro il centrosinistra e anche dai Ds non sembrano incoraggianti, rivolte come sono ad assecondare propensioni neocentriste.
Vorrei che fra noi il confronto partisse per affrontare il “che fare” da una analisi di fase.

La situazione attuale e quella del 1996

Ci aiuta il confronto con il '96.
Allora la desistenza tra il centro-sinistra e il Prc sconfisse, nella sfera della politica, Berlusconi, ma nella società la presa della conservazione era implacabile, come la tregua sociale.
Oggi le destre vincono le elezioni, ma la società è attraversata da un disgelo, da una crescita dei movimenti che è fenomeno europeo e mondiale.
Non affido loro alcuna missione salvifica, ma il vento sta cominciando a cambiare direzione.
La globalizzazione capitalista e persino l'economia che essa ha alimentato rifanno i conti con la categoria della crisi.
Se si guardano le cose da questo punto di vista la destra appare meno invincibile e la nostra politica è interrogata sul suo punto chiave, cioè come si raggiunge quella che tu chiami, e io con te, la massa critica necessaria per contrastare la globalizzazione e costruire l' alternativa.
Non c'è più la possibilità di separare presente e futuro, né nella società né nella politica.
E' morta, se mai è esistita, l'autonomia del politico.
La connessione tra movimenti e progetti, tra conflitto sociale e programma, tra lotta, produzione culturale e rappresentanza istituzionale si fa strettissima.
Perciò abbiamo fatto quella scelta elettorale e non un' altra.
Non era solo una questione di tattica.

Terzo: la questione delle istituzioni.

Ovviamente non è che non ci interessano, vista la fatica e il lavoro politico che mettiamo per guadagnare una rappresentanza nelle istituzioni e l'impegno che vi prodighiamo e persino l'attenzione e l'interesse all'apertura di ogni possibilità di intesa e di alleanza per dare efficacia all'azione politica.
Temo invece che abbiamo un dissenso sulle loro condizioni e, dunque, su come ci si debba rapportare ad esse.

La crisi della democrazia e della politica

Io penso che noi viviamo una crisi della democrazia connessa ad una crisi della politica.
La crisi della democrazia è il prodotto di una processo che rischia di stritolarla prendendola in una morsa dall'alto e dal basso.
Quando tu dici che metà degli italiani ha votato per le ragioni dell'impresa e per la riduzione dei diritti del lavoro, delusa dal socialismo e privata di una prospettiva dici una cosa che va riflettuta e discussa.
Non è qui il caso di richiamare la tua attenzione sulla nostra replica che pure è stata assai diversa da come tu la descrivi.
Altro è l'essenziale.

Quando una diga si rompe l'acqua scorre da ogni parte

L'essenziale è la rottura del blocco sociale della sinistra e della cultura critica anticapitalista che ne ha accompagnato la crescita.
Qui c'è l'origine della crisi della democrazia.
Il voto per il versante che ci riguarda, non è stato tanto determinato dall'adesione alle tesi dell'impresa quanto la manifestazione di questa rottura.
Su un altro terreno è questione parallela a quella della nostra non intercettazione del voto ex-Pci.
Quando una diga si rompe l'acqua va da ogni parte.
Altrimenti come spieghi il voto alla Lega dell'iscritto alla Fiom di Brescia? Dopo una delle più straordinarie pagine di lotta proletaria durante la quale tutto apparve agli scioperanti possibile, nell'Inghilterra del secolo scorso, si ebbe dopo la drammatica sconfitta, la forse più grande adesione volontaria alla guerra da parte di lavoratori.
Erano forse diventati guerrafondai? No, avevano perso ed era stata distrutta la loro identità.
Solo dalla comprensione delle ragioni della sconfitta e dalla ricostruzione dell' identità delle classi subalterne, io credo, ricominci il cammino dalla fuoriuscita dalla crisi della politica e della democrazia.

La globalizzazione e lo spostamento altrove delle decisioni

Ma c'è pure l' aggressione dall'alto.
Nei giorni scorsi, a Torino, hanno chiesto a Ralph Darhendorf se in Italia fosse in pericolo la democrazia.
L'intellettuale liberale ha risposto di sì ma per la ragione che i processi di globalizzazione spostano le sedi decisionali dai parlamenti a luoghi altri senza sovranità.

Le istituzioni e gli istituti della democrazia diretta

Cara Rossana, io penso che il Parlamento non sia più “il luogo delle garanzie politiche”.
Intendiamoci, lo è stato e lo può, in altre forme, tornare ad essere.
Ma oggi non lo è.
Lì neppure si decide sulla guerra; prima la fanno e poi la discutono.
La crisi della democrazia è anche una poderosa ricollocazione e redistribuzione dei poteri, perciò sarebbe inefficace alzare la bandiera della difesa delle istituzioni.
Difenderemmo non la democrazia, ma un suo simulacro, lontani dalle realtà e spiazzati dalla riorganizzazione dei poteri operata dalla rivoluzione capitalistica.
La democrazia di massa va ricostruita per essere riconquistata.
Si propone perciò la ricerca di un nesso tra la presenza nelle istituzioni, la riforma della politica e la produzione di alternativa.
Questo è il senso della nostra ricerca.
Per questo siamo così interessati anche ad esperienze lontane nello spazio ma contigue a questa ricerca.
Per questo ci interessa così tanto Porto Alegre; perché parla un linguaggio universale, perciò anche quello di questa nostra provincia.
La presenza nelle istituzioni rappresentative fatica a trovare, oggi, un senso in se, quale che esso sia, compreso quello di garanzia.
Lo acquista, invece, se indaga proprio il lato che esse tendono ad oscurare ma che, specie nei momenti di crisi della democrazia, è il solo che le possa rivitalizzare: quello degli istituti della democrazia diretta.
Anche questo, cara Rossana è un insegnamento del Novecento e, io credo, di quelli a noi più vicino e destinato a sopravvivere ad esso.

La lettera di Rossana Rossanda
Fausto Bertinotti
Roma, 24 maggio 2001
da "Liberazione"