Se delle istituzioni non vi interessa, perché non siete una forza
extraparlamentare?
Sono fra coloro che hanno condiviso la vostra scelta di rompere nel 1998 con
il governo Prodi, quando Prodi e D'Alema, raggiunto il risanamento e l'euro,
non hanno mantenuto l'impegno di rimettere al centro le questioni del lavoro e
dello sviluppo: quello era un mutamento di rotta, una stretta liberista che
non stava nei patti del 1996 e dovevate non starci.
Del resto, tre mesi dopo sarebbero andati alla guerra contro la Jugoslavia.
è Questa è invece una questione di tattica o di prestigio messi al di
sopra del risultato istituzionale: non diciamo, per favore, di identità.
Non siete così fragili.
Non ci tornerei se non pensassi che alle spalle c'è un errore - come negli
e-mail che arrivano a Liberazione e al Manifesto - che consiste nel mettere
nelle Camere di più e di meno di quel che esse sono.
Di più perché non è il Parlamento il luogo di un'alternativa radicale; di
meno perché è invece il luogo delle garanzie politiche basilari del
conflitto.
Non è uno degli insegnamenti del Novecento?
Dalla vostra presenza io mi aspetto, come molti, che su questo punto vi
assumiate autonomamente le responsabilità anche dove altri sono
irresponsabili.
Così se capisco il sollievo di essere usciti vivi da una prova nella quale
qualcuno vi voleva morti, non per questo il vostro giudizio sull'esito
elettorale può essere positivo.
Le elezioni sono andate male.
Non solo perché gli italiani non hanno fatto quel passo in più che avrebbe
impedito lo scattare di moltiplicatori catastrofici a favore di Berlusconi, ma
perché la crisi più clamorosa è quella dei Ds, e di essa nulla - questo è
il punto - avete recuperato.
Anzi rispetto al 1996 avete anche voi perduto oltre un milione di voti.
Perché?
Perché non rappresentate uno sbocco allo sfaldamento dell'ex-bacino del Pci?
Non è diverso da quel che mi chiedo per il Manifesto: com'è che l'Unità
apre e chiude, e noi vendiamo tale e quale lo stesso numero di copie?
Ci risponderemo che il 95 per cento degli italiani sono ormai liberisti,
ultracapitalisti, venduti?
Moretti non è un sintomo di cui tener conto, ma un intellettuale parassita e
cialtrone cui dedicare pagine su pagine di vendetta?
Saremmo non solo sciocchi, ma perduti.
Considero Bertinotti un leader nazionale, l'esistenza di Rc un punto di
partenza decisivo nelle sue scelte.
Per questo vorrei a voi avanzare una domanda.
Berlusconi è stato votato non per sbaglio ma perché si è proposto come
il seguace di Thatcher e Reagan in Italia.
Gli italiani non sono sciocchi, metà di essi - non tutti imprenditori o
possidenti - ha votato per l'impresa, per la riduzione dei diritti del lavoro,
per la consegna ai privati di quel che resta del patrimonio e dei mezzi di
pubblico intervento, per la competitività, sperando che sia un motore più
forte ed efficace che in passato, delusi dal socialismo di cui nessuno li ha
aiutati a capire né i fini né la fine, disposti a pagare un prezzo per
un'ambizione ormai privata, "particulare", più alta e diffidenti
per tutto ciò che è "pubblico" e "stato" (dove anche noi
siamo timidamente arretrati), rassegnati che il mercato diventi il regolatore
sociale.
A questa spinta, nata anche da una delusione e mancanza di prospettiva,
abbiamo opposto: ma c'è il conflitto di interessi, ci sono le pendenze
processuali, c'è la questione morale e da ultimo, ci sono i salari dei
metalmeccanici.
Non è bastato.
La più grande sinistra occidentale non è riuscita in nessuna delle sue
parti a dimostrare che non è vero che There Is No Alternative, non c'è
alternativa, che la supremazia dell'impresa e del mercato non è fatale, che
non domani e altrove ma oggi e qui una maggioranza delle sinistre radicali, e
anche moderate, sarebbe in grado di opporvi un argine e far decollare un
diverso processo di sviluppo.
Leggo che abbiamo perduto il 30 per cento delle risorse umane più preparate,
che il 60 per cento delle imprese medio-alte è sotto controllo
internazionale: non lo abbiamo impedito, coalizzando chi perdeva il lavoro con
chi lo vedeva precarizzato, i metalmeccanici che non mollano col magma degli
atipici, gli studenti in letargo, gli insegnanti fra l'incudine di Berlinguer
e il martello di Berlusconi.
Il minimo che possiamo dire è che non siamo riusciti a mostrare chiara la
posta in gioco, e dove ci siamo riusciti non abbiamo saputo dare anche la
fiducia che la partita non è chiusa e si può fare altro.
Il Polo non ha spuntato un voto di più del 1996, eppure non abbiamo innescato
neanche l'inizio della lunga marcia fra coloro che alle sue lusinghe hanno
resistito.
Fra qualche giorno il grande bacino dei Ds, in gran parte provenienti
dall'ex Pci, andrà alla resa dei conti.
D'Alema e Amato presenteranno il progetto d'un partito alla Blair, una
Margherita laica e nulla più.
Non ci interessa orientare i milioni del “popolo di sinistra”, che è
fatto anche di lavoratori, che rilutteranno, che hanno perduto la fiducia nei
loro gruppi dirigenti?
Li ascolteremo o ne stigmatizzeremo l'immaturità, la timidezza, il non
capirci, insomma, il non essere bravi come noi?
Come li coinvolgiamo?
Che cosa offrite loro, che cosa chiedete?
Non è questo che dovremmo chiederci tutti?
A meno che Rifondazione si proponga, diversamente da come si era pensata, come
veicolo attento ma transitorio delle effervescenze che la globalizzazione
produce, crepe autentiche o più spesso simboliche che si aprono nellà
società totalizzante.
Io non ne sottovaluto il segnale ma, come sapete, non considero questa una
strategia anticapitalistica incisiva.
Proprio perché la globalizzazione ha queste dimensioni e una specifica
capacità di integrare e di escludere, occorre che sia contrastata da una
"massa critica" come quantità, sapere e anche, sì, organizzazione.
Lo riconosce anche Pierre Bourdieu.
Se no - certo, meglio che niente - sfileremo a Nizza, a Napoli, a Genova, la
polizia provocherà e avanti fino al prossimo appuntamento.
Vorrei essermi fatta capire, e che mi si rispondesse.
Come amava ricordare Fortini: batti (proprio nel senso di picchia!) ma
ascolta.