Da Bernstein al quotidiano "Il Riformista" di Antonio Polito

Veri e falsi riformisti

Il Nome e la Cosa

Vi ricordate, or son tredici anni, il dibattito sul Nome e la Cosa? Non era nominalismo, ma sostanza. Il solo atto del cambiamento di identità equivaleva - o preludeva - a un mutamento di pelle. La rinuncia a dirsi comunisti era, già in sè, l'abbandono del grande obiettivo strategico di cambiare la società. Il Nome, insomma, era la Cosa. Solo che, da allora, è la Cosa ad essere rimasta avvolta in un'opacità sostanziale: infatti, ha via via cercato un Nome che la rappresentasse al meglio, in realtà senza mai trovarlo Oggi, mentre perfino il vecchio Ulivo pensa di dotarsi di un nome meno "naturalistico" e un po' più politico, il tema si ripresenta nel dilagare di una parola, che Sergio Cofferati non ha esitato a definire "malata": riformista. A sinistra, nella sinistra moderata e tra i progressisti, è un refrain quasi ossessivo, una moda. Quasi, un motto russeliano: Perché non possiamo non dirci riformisti. E' riformista la maggioranza ds uscita dal Congresso di Pesaro, D'Alema -Fassino. E' riformista il manifesto-appello lanciato ogni anno da Giuliano Amato, eminenza grigia dello schieramento. E' riformista Francesco Rutelli, ex-leader generale del centrosinistra, come, del resto, Romano Prodi. Sono riformisti, è ovvio, quelli dello Sdi. Quanto all'ala di destra dei Ds, che è allo stesso tempo una costola della Repubblica, sono riformisti così convinti che hanno deciso di editare, nientemeno, che un quotidiano che così si chiama, Il riformista, appunto. Ma anche la corrente opposta della Quercia, il "correntone", dichiara di condividere una identità riformista. Ma, in tanta profluvie di adepti, che cosa significa, in realtà, oggi, dirsi riformisti?

Cosa significa oggi "essare riformisti"?

Facciamo un passo indietro nel tempo. "Riformista" è un aggettivo molto datato: risale al grande dibattito che, alla fine del XIX secolo, impegnò il movimento operaio sulle questioni della violenza e della legalità, e divise i partiti socialisti sui mezzi necessari a superare il capitalismo e costruire il socialismo. I riformisti confidavano su una evoluzione della società in senso socialista graduale, pacifica, quasi "inevitabile". I rivoluzionari sostenevano che, senza un momento di rottura, senza la conquista violenta del potere politico, non era data la possibilità di un vero cambiamento. Gli uni e gli altri, comunque, erano d'accordo sui fini ultimi: per citare solo un esempio, George Bernard Shaw e Sidney Webb, autori dei Saggi fabiani ed esponenti dell'ala più moderata del movimento socialista, scrivono nei primi anni del '900 articoli di fuoco sulla transizione, la proprietà collettiva, le Comuni che avrebbero costituito la base materiale (ed anche etica) della società socialista. Lo stesso Eduard Bernstein - massimo teorico del revisionismo e autore dell'infausto motto "il movimento è tutto, il fine è nulla" - non rinuncerà in nessun momento della sua riflessione all'ipotesi, per quanto lontana nel tempo e nello spazio, di una società comunque incentrata sul protagonismo delle classi lavoratricie e non dominata dalla logica del mercato. In breve: i riformisti in quanto contrapposti ai rivoluzionari, o ai massimalisti, appartengono davvero ad un'altra epoca storica.

Un altro momento storico? Quello di Bad Godesberg, il congresso socialdemocratico del 1959, quello che "mette in soffitta Marx": forse, è proprio questo il modello dei nostri odierni riformisti. Ma, anche in questo caso, non ci siamo. La Spd virò certo a destra, ma non abbandonò il proprio riferimento al movimento operaio e alle classi subalterne. La sua idea e la sua pratica di governance, pe usare un altro termine di gran moda, sono legate, poi, ad un fortissimo Welfare State, a una politica di alti salari, ad un intenso intervento pubblico sull'economia. Tutte cose abissalmente lontane dai D'Alema, dai Fassino e dai Prodi: che lo Stato sociale lo vogliono ridurre, che i salari (e le garanzie) operaie le vogliono sempre più basse, che accettano il Mercato e i suoi interessi come criterio sovraordinatore della società.

"non possiamo dirci socialisti"

Ma forse bisogna cercare ancora più da vicino, negli anni che ci stanno alle spalle: per esempio, forse sono i socialisti italiani i veri padri dei riformisti del 2002. L'idea è venuta anche al socialista Enrico Manca, che ieri ha scritto una lettera a Il riformista che conteneva molti complimenti e una domanda: ma non sarebbe stato meglio, più chiaro e più semplice, se vi foste chiamati Il socialista? La risposta è, però, un secco rinvio al mittente: "non possiamo dirci socialisti", rispondono quelli del quotidiano diretto da Antonio Polito, anche se consideriamo Bettino Craxi uno dei grandi leader di questi decenni. "Socialista" non ci basta più, non ci piace più: vogliamo andare oltre. Oltre dove?

Dirsi riformisti per non riformare nulla

Siamo così arrivati ad una conclusione parziale: la gran parte di coloro che si dicono riformisti non vuole riformare nulla.
Non vuole cambiare la società neppure nel senso del classico "compromesso" socialdemocratico.
Non persegue disegni di tipo, più o meno, keynesiamo.
Vuole, all'opposto, vere e proprie controriforme economiche e sociali che, da un lato, accrescano la libertà d'azione dei capitali, la "flessibilità" e la precarietà del lavoro, l'espansione del modello americano e che, dall'altro lato, dimuniscano l'intervento pubblico nell'economia e nella società.
A seguire, ancora, le pagine de Il riformista, si scopre che sono fermi ad un'immagine puramente apologetica della globalizzazione capitalistica, portatrice in quanto tale di ricchezza e sviluppo per il pianeta. E che il loro nemico principale è il movimento no global: Il riformista stroncava ieri l'ultimo libro di Naomi Klein, le giornate del Social Forum di Firenze, e perfino il filosofo girotondino Gianni Vattimo.
Ma se si fossero presi la briga di leggere il manifesto sottoscritto da Fabius, Mauroy e Rocard avrebbero potuto apprendere che la critica della globalizzazione e del modello americano ha camminato ben oltre lo schieramento dei no global e della sinistra alternativa. A questo punto, non sappiamo come definire i socialisti del Psf che tentano di uscire dalla sindrome della sconfitta da un'ottica di sinistra. Chi sono i veri riformisti? Loro o Rutell-Prodi-D'Alema-Polito?

Non fosse altro che per questo intrico di difficoltà storico-politiche, cooncettuali e nominalistiche, ci teniamo ben stretto il nostre nome: comunista. Credetemi: è tremendamente difficile e impegnativo. Ma è anche infinitamente più interessante.

Rina Gagliardi
Roma, 3 novembre 2002
da "Liberazione"