Noi ci prepariamo ad affrontare elezioni politiche nazionali. Ma l'evoluzione della situazione ci impone di pensare e agire in un ambito più vasto. La dimensione dell'agire politico non può più essere ristretta dentro i confini nazionali.
Il processo di globalizzazione porta con sé un processo di crisi dello stato-nazione. Non nel senso che diminuisce il numero degli stati; anzi dal dopoguerra in poi è successo esattamente il contrario. Quanto nel senso che il ruolo dello Stato nazione subisce un'importante modificazione. Da un lato le sue funzioni sono compresse e limitate dal prevalere di poteri e funzioni di organi sovranazionali, anche se non determinati democraticamente, da centri di potere economico e finanziario non controllabili dalla volontà dei cittadini. Dall'altro lato le sue funzioni sono minate da una spinta al localismo e al regionalismo che, lungi dal costituire un processo democratico di avvicinamento delle istituzioni ai cittadini, rappresenta un riflesso della globalizzazione, per il quale le aree forti di business tendono ad unirsi tra loro a scapito di quelle più deboli.
In questo quadro le politiche nazionali vengono deprivate di forza, in particolare per quanto riguarda le decisioni di politica e di programmazione economica.
Questo processo va contrastato perché comporta una perdita di sovranità a favore di un ordine e di un sistema a-democratico di dimensione internazionale, nei quali il vero potere è concentrato in organismi non elettivi, sottratti quindi ad ogni forma di controllo popolare e spesso degli stessi governi nazionali Ma per farlo bisogna assumere una dimensione sovrannazionale, almeno europea, del proprio agire politico.
La dimensione europea non comporta la perdita di una visione mondiale dei problemi, non significa accettare una prospettiva eurocentrica. Al contrario e piuttosto questa scelta corrisponde al tentativo di fare dell'Europa un argine, una massa critica contro questa determinata globalizzazione capitalistica.
Il modello americano di società non è irresistibile, così come non lo sono gli attuali processi della globalizzazione capitalistica. La consapevolezza che non si può tornare al ruolo degli stati nazionali dell'ottocento e del novecento, non comporta l'accettazione passiva dei modelli che ci vengono proposti e che, se così fosse, si imporrebbero definitivamente. Contro di essi, contro il "pensiero unico" che guida la globalizzazione, è possibile, oltre che necessario, costruire una resistenza a livello mondiale.
E' quanto già avviene dall'autunno del '99 in poi, da quando, cioè, il composito movimento di Seattle ha determinato il clamoroso insuccesso del vertice del Wto ed ha dato vita ad una catena mondiale di manifestazioni che sta crescendo non solo per quantità, ma soprattutto per qualità, come dimostrano gli esiti dell'incontro mondiale di Porto Alegre di fine gennaio 2001.