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Programma Politico 2001 del Partito della Rifondazione Comunista
Capitolo 2: i guasti del neoliberismo
Ideologia e politica neoliberista in tema di lavoro e occupazione

Sull'occupazione e il lavoro circolano in Italia alcuni "luoghi comuni", ampiamente diffusi dai mezzi di comunicazione di massa e autorevolmente avallati da studiosi ed esponenti del governo, a partire dal presidente del consiglio. Ne indichiamo due, particolarmente significativi. Il primo è quello secondo cui il lavoro dipendente sarebbe in declino, e la classe operaia tenderebbe a scomparire: l'idea è che in futuro saremo quasi tutti lavoratori autonomi o in camice bianco. Il secondo mette in rilievo il fatto che l'occupazione ha ripreso ad aumentare: il fatto che i posti di lavoro creati siano prevalentemente precari non viene visto come un limite, ma come una inevitabile risposta all'imperativo della flessibilità imposto dalla globalizzazione. E' finita l'epoca del "posto fisso", si dice, e il lavoratore è sempre più "imprenditore di sé stesso", cioè deve vedere di volta in volta "come piazzare la sua forza-lavoro sul mercato".

Basta uno sguardo alla realtà, a partire dalle stesse statistiche ufficiali, per smentire questo quadro idilliaco. Anzitutto, non è vero che il lavoro autonomo cresce: negli ultimi dieci anni, esso risulta lievemente diminuito, mentre quello dipendente è lievemente aumentato. Ma soprattutto, all'interno del lavoro autonomo diminuiscono le figure tradizionali (come i piccoli commercianti) ed aumentano le forme di lavoro autonomo che in realtà rappresentano nuove forme di lavoro dipendente: i cosiddetti "para-subordinati" (ad es. i collaboratori coordinati e continuativi) o i soci-lavoratori di cooperative.

L'incidenza dell'occupazione industriale diminuisce, ma in parte ciò è dovuto al fatto che una serie di funzioni (amministrative, di progettazione, ecc.), che prima venivano svolte all'interno delle aziende industriali, oggi vengono "date fuori": e chi ci lavora viene registrato oggi come addetto al terziario, mentre prima veniva registrato come addetto all'industria. Inoltre, se nell'industria l'automazione riduce i posti di lavoro operai e ne trasforma in parte il contenuto, nel terziario invece i lavori operai crescono.

La disoccupazione resta elevata, ma soprattutto inegualmente distribuita: a fronte di situazioni di quasi piena occupazione in alcune regioni del Nord, restano i drammatici dati sulla disoccupazione nel Mezzogiorno, dove più della metà dei giovani non trova lavoro.

Tutto ciò non significa che siamo in una situazione di stagnazione o di sottosviluppo e di povertà generalizzata (ad es. molti "disoccupati" lavorano in realtà a nero). Il punto di fondo è la crescita dell'area di precarietà e insicurezza, elementi che permeano ormai gran parte dell'occupazione:

Conseguenza di tutto ciò è che, minacciati da una condizione professionale perennemente incerta, i lavoratori hanno progressivamente perso il controllo sui tempi e le modalità di lavoro, come si evince dal grande incremento delle ore di lavoro pro-capite e dalla diffusione dei turni flessibili. Le ore di lavoro pro capite sono passate, tra la prima e la seconda metà del decennio, da 1580 a 1644. Un incremento straordinario, soprattutto se si considera che esso è avvenuto in controtendenza rispetto alla diffusione dei contratti a tempo parziale.

Questi dati, che emergono dalle statistiche come dalle notizie che possiamo leggere ogni giorno, costituiscono solo un punto di partenza per valutare la situazione del lavoro in Italia. Bisogna infatti vedere come i lavoratori e le lavoratrici vivono questa situazione e quali risposte chiedono ai loro problemi. Di qui la necessità di un lavoro di inchiesta, e la scelta del nostro partito di farne una dimensione permanente del proprio impegno politico.

Dall'inchiesta emergono ulteriori smentite ai "luoghi comuni" dell'ideologia dominante. Da essa, ad esempio, emerge ben altro che il sentirsi "imprenditori di sé stessi". Piuttosto, è sempre più diffusa l'esigenza di stabilità e sicurezza. Esigenza che sarebbe riduttivo vedere come una pura "nostalgia del posto fisso", del rimanere tutta una vita presso la stessa azienda. Essa esprime qualcosa di più ampio e profondo: è l'esigenza di un sistema di diritti e di tutele da cui una parte crescente dei lavoratori è esclusa. Facciamo alcuni esempi:

In sostanza, possiamo riassumere le tendenze del decennio trascorso nei seguenti punti: cresce il lavoro dipendente reale (al di là delle diverse etichette con cui è denominato), crescono al tempo stesso le disuguaglianze al suo interno e si riduce l'area di lavoro tutelata dalle norme legislative e dalla contrattazione.

La disfatta liberista nel referendum sulla libertà di licenziamento del maggio 2000 ha fortunatamente costituito un primo argine all'onda d'urto dell'ideologia dominante. Si è trattato, in un certo senso, della logica reazione dei cittadini all'ormai palese ed insostenibile divario tra l'Eden evocato dai sostenitori della flessibilità e gli effetti reali delle politiche liberiste. E' cioè divenuto chiaro che le politiche del lavoro praticate negli anni 90 avevano ben poco da spartire con l'abbattimento della disoccupazione, riflettendo piuttosto la capacità del mondo imprenditoriale di esigere ed ottenere dalla politica un totale stravolgimento della disciplina dei rapporti di lavoro, uno stravolgimento nel segno della flessibilità sul quale le rigide imprese italiane hanno fondato gli straordinari recuperi di redditività degli ultimi anni. Nel corso degli anni 90 le imprese italiane si sono dimostrate assolutamente riluttanti sia sul fronte degli investimenti (-6,1% nella seconda metà del decennio) che su quello della flessibilità dei prezzi. Pertanto, gli incrementi nella produttività e nei profitti che esse hanno conseguito, vanno sostanzialmente tutti imputati ad un impiego più intensivo e flessibile del lavoro.

(revisionato il 26 aprile 2001)

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