I danni provocati dal successo del paradigma neoliberista e delle relative politiche non si esauriscono naturalmente nell'ambito del lavoro e dell'occupazione. Essi investono in modo pervasivo tutti i settori della vita economica e sociale, come dimostrano i dati seguenti.
In tema di risanamento finanziario l'Italia ha conseguito un vero e proprio primato europeo, testimoniato dallo straordinario incremento dell'avanzo primario, ovvero della differenza tra entrate fiscali e spesa pubblica al netto degli interessi, passata dal -1,6% del 1990 al +5,2% del 2000, con un picco del +6,7% nel 1997. Una simile, gravosa correzione dei conti pubblici ha permesso, come è noto, l'ingresso immediato dell'Italia nell'Unione monetaria europea, dando luogo inoltre alla svolta verso il basso del rapporto tra debito pubblico e Pil, il cui declino è andato consolidandosi nella seconda metà degli anni 90. D'altro canto, il sentiero intrapreso ha implicato tagli alla spesa per investimenti pubblici e consumi collettivi, e un più generale calo della domanda aggregata, con evidenti ripercussioni sull'occupazione e sul tenore di vita delle fasce più deboli della popolazione. Inoltre, sotto il vincolo delle restrizioni di bilancio i governi si sono imbarcati in politiche di tassazione solo formalmente "neutrali", Un esempio tipico di neutralità fiscale delle politiche di governo è il seguente: all'atto dell'introduzione della tassa per l'Europa il meccanismo di prelievo ebbe carattere progressivo, con la conseguenza che gli indici di disuguaglianza mostrarono finalmente una contrazione. Ma all'atto delle restituzioni dei vari "dividendi fiscali" tutta la perequazione è andata persa, e gli indici di disuguaglianza sono tornati a livelli antecedenti al prelievo. rivelatesi di fatto sempre più inique man mano che la fase dell'emergenza si allontanava.
Questi e molti altri elementi rappresentano efficacemente l'altra faccia, solitamente nascosta, dei virtuosi anni 90. Ma l'aspetto più inquietante del risanamento è che questo sembra non avere mai fine. Dopo il faticoso ingresso nell'Unione monetaria si pensava che il rigore finanziario avrebbe finalmente lasciato spazio alle politiche di piena occupazione, alla creazione di infrastrutture, alla ricerca, all'istruzione, al recupero dell'ambiente e delle aree depresse. Nulla di tutto ciò è avvenuto. La sottoscrizione nel 1997 del Patto di stabilità europeo e il relativo impegno degli stati membri al raggiungimento del pareggio di bilancio hanno cristallizzato e reso ancor più stringenti i vincoli di finanza pubblica. Eppure, laddove all'inizio degli anni 90 simili restrizioni potevano avere un senso (soprattutto quello della necessità, per l'Italia, di stabilizzare il rapporto tra debito e Pil), oggi esse non trovano più giustificazioni, se non quella esclusivamente politica di voler ridurre il bilancio pubblico e il relativo intervento dello Stato alla massima velocità, e ad ogni costo.
Proseguire in Italia e in Europa lungo questa direzione, assecondando una pericolosa miscela di interessi, irrazionalità economica e miopia politica, potrebbe alla fine costar caro, per ragioni sia macroeconomiche che strutturali. Infatti, a fronte del sempre più probabile rallentamento della locomotiva americana, e in assenza di una svolta radicale della politica economica continentale verso l'obiettivo dichiarato della piena occupazione, i segnali di recessione potrebbero diffondersi a livello globale. Più in generale, poi, un indiscriminato, persistente ridimensionamento dell'intervento statale potrebbe aggravare l'attuale carenza di beni pubblici, di tipo infrastrutturale, tecnologico e soprattutto ambientale, la cui drammatica scarsità è evidenziata dai disastri ecologici che affliggono ormai periodicamente l'Europa e in particolare l'Italia. Per citare un esempio, si può ricordare che l'Italia spende cifre irrisorie per il riassetto idrogeologico, benché detenga il triste primato europeo della percentuale di territorio afflitta da periodiche frane e alluvioni: il 47,6%, un dato che si riflette nei 6.356 disastri registrati dal dopoguerra ad oggi, i quali hanno prodotto oltre 3.000 vittime.
Un altro primato italiano di ispirazione liberista è stato raggiunto nel campo delle privatizzazioni. Tra il 1990 e il 1998, lo Stato italiano ha ricavato dalla vendita del patrimonio pubblico quasi 64 miliardi di dollari, situandosi al primo posto tra i paesi OCSE in compagnia del Regno Unito. Le ulteriori dismissioni degli ultimi due anni, superiori ai 30.000 miliardi di lire, hanno oltretutto rafforzato il primato italiano anche rispetto al Regno Unito. Ma questo programma di dismissioni non ha certo dato i frutti decantati dai fautori dello "Stato leggero". Le vendite hanno infatti principalmente riguardato società che già prima delle privatizzazioni generavano ampi utili, mentre le aziende in perdita sono rimaste di proprietà pubblica. Il passaggio ai privati, poi, non ha provocato gli attesi incrementi di efficienza e di produttività: la crescita dei profitti aziendali si è infatti verificata in seguito ad un aumento del divario tra ricavi e costi unitari generato il più delle volte dalla stagnazione salariale e da condizioni di mercato tutt'altro che concorrenziali: basti in tal senso osservare l'andamento dei prezzi che, contrariamente alle attese, si è spesso e volentieri orientato verso l'alto. E' inoltre possibile che dietro la riduzione di alcune tariffe si nascondano spiacevoli sorprese. Prendiamo ad esempio il caso della telefonia fissa. Tra il 1996 e il 2000, benché molto meno rispetto a Germania e Francia, le tariffe telefoniche sono diminuite anche in Italia, all'incirca del 7%. Il problema è che tale abbassamento rappresenta la media degli incrementi dei canoni da un lato, e delle riduzioni sulle chiamate interurbane ed internazionali dall'altro. La morale è che l'effetto finale è regressivo, poiché favorisce gli utenti più ricchi rendendo invece più caro il costo della vita agli abbonati appartenenti alle categorie di reddito più basse. Quanto agli incassi del Tesoro derivanti dalle privatizzazioni, non si può certo dire che il loro impatto sia stato rilevante ai fini del risanamento: un contributo del solo 5% alla riduzione del rapporto tra debito e Pil dimostra l'assoluta inconsistenza dell'obiettivo di "fare cassa" tramite le dismissioni.
Insomma, lavoratori, consumatori e contribuenti non hanno tratto alcun vantaggio dalla poderosa vendita del patrimonio pubblico italiano. Allo stato, possono ritenersi soddisfatti soltanto i primi acquirenti dei titoli messi in vendita, i quali hanno in generale goduto della crescita dei valori azionari rispetto ai prezzi di emissione. In compenso, il paese subisce oggi la totale assenza di una politica di programmazione dello sviluppo. Lo Stato senza proprietà, prodotto dalla tenace politica di dismissioni degli ultimi anni, risulta infatti fortemente vincolato nella capacità di orientare le dinamiche del tessuto industriale del paese. E la ragione è semplice: l'impresa privatizzata è mossa esclusivamente dalla ricerca del profitto, laddove l'impresa pubblica o a partecipazione statale può essere chiamata a perseguire delle combinazioni di obiettivi, non necessariamente o non immediatamente profittevoli: si pensi alla localizzazione in aree depresse, alla fornitura di servizi di pubblica utilità in condizioni di scarsa economicità, all'opportunità di intraprendere costosi piani di riconversione produttiva per fini di tutela ambientale, e soprattutto alla necessità di difendere e promuovere la presenza nazionale nei settori ad elevato valore aggiunto.
La letteratura specialistica ha ormai chiaramente evidenziato i danni derivanti da un sistema produttivo governato in via esclusiva dal movente dei profitti, e ha inoltre individuato le ragioni per le quali la proprietà pubblica risulta in molte circostanze assolutamente necessaria per garantire il conseguimento di determinati obiettivi, sia equitativi che di sviluppo. A conti fatti, la scelta italiana di preferire il radicalismo liberista britannico al mantenimento delle proprietà pubbliche deciso da Germania e Francia sta già rivelando il suo aspetto degenere, smentendo su tutti i fronti lo scomposto ottimismo dei primi anni 90.
Ovviamente, non sarà facile imprimere una svolta nell'orientamento che ha dominato negli ultimi anni: gli ostacoli sono molti, di natura tecnica, politica e culturale. Tra gli ostacoli tecnici sussiste purtroppo quello derivante dalla scelta di effettuare le dismissioni a prezzi di collocamento generalmente inferiori a quelli che si sono poi imposti sul mercato. Conseguenza delle "svendite" è stato non solo un marcato trasferimento di ricchezza a favore degli acquirenti risparmiatori, ma anche la costituzione di un ostacolo ad eventuali, future politiche di riacquisto (ostacolo che, secondo numerosi economisti, potrebbe esser stato deliberatamente creato, così come avvenne nel Regno Unito durante i governi conservatori degli anni '80). Tuttavia, passata l'ubriacatura delle privatizzazioni, sussisteranno le condizioni per rilanciare proposte per una radicale alternativa agli indirizzi di politica industriale degli anni 90.
Sul versante dello Stato sociale, nel corso degli ultimi anni è stata avviata una vera e propria rivoluzione conservatrice, non semplicemente finalizzata a tagliare le spese, ma espressamente mirata a demolire il vecchio sistema universalistico, per sostituirlo con un mercato privato dei servizi. L'assoluta inadeguatezza dei servizi sociali italiani rispetto al resto d'Europa, In Italia, le spese per l'assistenza sanitaria e familiare non superano rispettivamente il 5,4% e lo 0,8% del Pil, a fronte dell'8% e del 2% della Francia. particolarmente avvertita da bambini, anziani, disabili, verrebbe affrontata attraverso lo sviluppo incentivato di un sistema di imprese private, il cui obiettivo, stando a un recente Dpef del governo, "non è quello di garantire a tutti un certo servizio ma di sostenere la domanda di quanti effettivamente ne avvertono il bisogno e sono disposti a dedicarvi una parte delle proprie risorse". Questa linea, già sperimentata presso gli enti locali governati dal centrodestra, trova ulteriore sostegno negli esponenti del governo che affermano che la spesa sanitaria in Italia andrà in futuro ridimensionata. In un simile scenario, è ovviamente superfluo chiedersi cosa ne sarà di coloro che avvertono bisogni di assistenza sociale e sanitaria ma non dispongono di risorse sufficienti per pagarsela. Come testimoniano le esperienze di numerosi paesi, intraprendere la strada del "mercato" significherebbe danneggiare i più deboli, consentendo così che la forbice distributiva operi anche sul terreno dei servizi sociali. Nel Regno Unito, in seguito all'estensione del sistema privato dei servizi sociali, la distribuzione delle risorse sanitarie ha rivelato una impressionante tendenza alla sperequazione.
Anche sul fronte della previdenza, l'ideologia dominante ha avuto un impatto notevole sulla politica economica italiana: l'allarmismo sulla spesa insostenibile e sul conflitto tra generazioni (teso a nascondere la vera posta in gioco, che consiste nella privatizzazione della gestione del risparmio), ha dato luogo a fortissime restrizioni, al punto che dopo la riforma Dini del 1995 e prima ancora delle ulteriori restrizioni del 1997, il nostro paese faceva registrare la crescita più lenta della spesa pensionistica tra i paesi europei. Un risultato, questo, scaturito da un durissimo cambiamento di regime previdenziale, che porterà in pochi anni all'abolizione della pensione d'anzianità Il che significa che per andare in pensione prima dei 65 anni occorreranno almeno 40 anni di contributi. e che secondo l'Inps provocherà a regime un impoverimento delle pensioni superiore al 35%.
Nonostante i colpi di scure già inferti al sistema, i liberisti lamentano tuttora un eccesso di spesa previdenziale rispetto agli altri paesi, ma è un dato di fatto che tale apparente "anomalia italiana" non fa che compensare la latitanza dello Stato sul più generale terreno della spesa sociale. E' bene chiarire in proposito che, se si considera il totale della spesa sociale in Italia (cioè pensioni, sanità, sostegno ai disoccupati, ai disabili e alle famiglie), essa non supera il 25,6% del Pil, un livello tra i più bassi d'Europa, come dimostrano il 33% dell'Olanda o il 29,2% della Francia. Questo significa che, se è vero che in Italia la distribuzione della spesa sociale tende ad essere sbilanciata verso le pensioni, è altrettanto vero che la soluzione dovrà consistere in un aumento complessivo della spesa e non in trasferimenti da una voce all'altra del bilancio, o peggio, in riduzioni sulle pensioni senza aumenti negli altri settori ! Le pensioni italiane, insomma, compensano da sempre e in malo modo le carenze strutturali del nostro sistema assistenziale. Il basso livello totale della spesa sociale, già ricordato in precedenza, è reso del resto evidente dal fatto che, come rilevato dall'Istat, le pensioni costituiscono un'irrinunciabile ancora di salvataggio per milioni di italiani prossimi alle soglie di povertà. Oltre 5 milioni e mezzo di pensioni non superano le 738.900 lire al mese. Ulteriori decurtazioni, oltre che eticamente inammissibili, potrebbero addirittura comprimere la crescita del Pil al punto da generare effetti contrari alle intenzioni. Quanto all'agitata panacea derivante dall'adozione dei fondi pensione e dei sistemi a capitalizzazione, l'unica evidenza disponibile verte sugli ingenti costi della transizione e sulla demolizione della solidarietà categoriale e generazionale che tale cambiamento porta con sé.
Non a caso, è proprio lo slogan liberista del conflitto generazionale a costituire una delle barriere più rilevanti al dialogo tra gli esponenti della sinistra e i giovani. Il punto è che troppo spesso si confondono casi specifici di spreco e privilegio nelle modalità di assegnazione dei benefici previdenziali Casi di privilegio che proprio negli ultimi anni sembrano esser tornati di moda. Gli incrementi pensionistici approvati l'anno scorso hanno infatti generato i seguenti risultati: applicando gli incrementi ai valori 2000, si ha che le pensioni minime ottengono un aumento di 10.000 lire circa, le pensioni fino al £1.441.800 mensili lorde non ottengono nulla, mentre una pensione d'oro (pari a 35 milioni al mese) gode di una rivalutazione non più di 58.000 lire mensili ma di ben 426.000 lire. con lo stato generale del sistema pensionistico. La verità è che la bandiera dello scontro tra generazioni rappresenta un altro, sofisticato espediente per occultare lo scontro tra le classi sociali. A tal fine si concentra l'attenzione sul solo rapporto crescente tra pensionati ed attivi, mentre si trascura il fatto che gran parte dei problemi deriva dalla scarsità di attivi causata dalla disoccupazione, nonché dai bassi livelli delle retribuzioni lorde (che vengono poi ripartite tra salari e contributi previdenziali). A tal proposito va rilevato che se nel corso dell'ultimo decennio gli aumenti di produttività fossero andati più a beneficio delle retribuzioni lorde e meno ai profitti, lo stato del sistema pensionistico risulterebbe oggi di gran lunga migliore.
I problemi reali sul fronte previdenziale riguardano invece, come era prevedibile, il crescente numero di lavoratori saltuari. Questi ultimi, data l'attuale normativa, godono di una copertura pensionistica molto limitata, non superiore al 36% del reddito. Tale ennesimo effetto perverso della precarizzazione del lavoro rende evidente la necessità di sostanziali correzioni di rotta, non solo sul fronte della previdenza ma anche su quello dei rapporti di lavoro.