In un contesto di storiche e persistenti asimmetrie tra uomini e donne sul piano delle situazioni socioeconomiche e del condizionamento culturale, si rende necessaria un'indagine sugli effetti "di genere" della politica degli anni 90, per verificare se essa abbia contribuito a contrastare oppure ad alimentare quelle asimmetrie. I risultati emergono, in quest'ambito, ancor più limpidi ed inquietanti che altrove. Nell'impatto sui generi, infatti, e in particolare sulle condizioni di vita delle donne, il neoliberismo mette in piena luce il profondo conservatorismo che da sempre lo plasma e lo accompagna. Le politiche neoliberiste operano chiaramente in simbiosi con una cultura retrograde, evidenziata ad esempio dai progetti di privatizzazione dello Stato sociale e dei relativi servizi. In assenza di un sistema universale di servizi, le donne rischiano infatti di accollarsi carichi aggiuntivi di lavoro non pagato, venendo così ricacciate nel vecchio ruolo di "angeli del focolare". Nell'ultimo rapporto Istat si rileva che, a dimostrazione della scarsità di servizi sociali, tendono a persistere le barriere all'ingresso delle donne nel mondo del lavoro causate da responsabilità familiari, barriere che non sembrano affatto risparmiare le donne appartenenti a classi di età giovanili. Simili aggressioni si realizzano peraltro su un tessuto già fortemente discriminante da un punto di vista di genere, come testimonia il persistente divario della partecipazione femminile al lavoro in Italia rispetto al resto d'Europa. Nonostante l'incremento dei tassi di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, risulta ancora elevatissimo il divario rispetto alla media europea: nel 1998, infatti, l'Italia si assestava al 43,2%, contro il 59,9% della Francia e il 73,7% della Svezia. Lo scenario è oltretutto aggravato dal fatto che tra le donne che con mille difficoltà si affacciano sul mercato del lavoro, la probabilità di restare disoccupate resta drammaticamente più alta rispetto agli uomini: un divario tra i tassi di disoccupazione femminile e maschile di oltre il 7%, a fronte del 3% in Francia e della sostanziale parità in Germania. Del resto, che in Italia le donne subiscano più che negli altri paesi europei gli effetti dell'arretramento culturale e politico degli anni 90, è rilevato dagli indici sulla disparità di genere: nelle classifiche internazionali il nostro paese si colloca in posizioni inaccettabili, anche peggiori di quelle rilevate nelle classifiche ambientali, e spesso al di sotto di paesi economicamente molto meno progrediti del nostro. L'Indice di Sviluppo di Genere registra i dati sulle disuguaglianze tra uomini e donne in termini di scolarizzazione, risorse, opportunità di lavoro, ed altri parametri. Nella classifica basata su quest'indice e stilata dalle Nazioni Unite, il nostro paese si collocava nel 1998 al 23° posto, al di sotto di Spagna, Israele, Barbados e molti altri paesi. Ancora peggiore è la situazione dal punto di vista dell'indice di partecipazione delle donne alla vita politica ed economica: l'Italia si colloca al 26° posto, dietro il Sud Africa e a parità con il Costa Rica.
L'attuale profilo delle politiche sociali, insomma, risospinge le donne nell'ambito domestico, limitandone scelte, opportunità, autonomia economica, libertà; le costringe a farsi carico in maniera crescente di un doppio lavoro, in casa e fuori, svalorizzando entrambi; ripropone sul piano pratico e simbolico l'accettabilità del patto iniquo tra i generi che presiede all'economia familiare, e dunque l'accettabilità che meccanismi analoghi funzionino più in generale nella società, e non solo nei rapporti tra i generi. Nell'idea che le donne per funzione "naturale" debbano farsi carico della cura altrui c'è infatti il germe di una cultura dell'ineguaglianza e della sopraffazione: la disparità all'interno della famiglia, così evidente e nello stesso tempo cosi occultata nella divisione sessuale del lavoro, è in se stessa un elemento importantissimo di formazione culturale perché il significato sociale del sesso è uno dei fattori di maggiore incidenza sui nostri percorsi di rappresentazione del mondo e sulle nostre opportunità nella vita.
Il salto indietro nel tempo risulta oltretutto alimentato dalla crescente perdita di laicità dello Stato di fronte all'ingerenza della Chiesa di Roma e alla sua pretesa di detenere il monopolio dell'etica. Un'ingerenza che si manifesta ogni giorno, nelle più svariate iniziative politiche: quelle che svalorizzano la libertà e la responsabilità di donne e di uomini nelle loro scelte di relazioni affettive, progetti di vita in comune, scelta di maternità e paternità, in quanto prescrive e ripropone le regole auree della "famiglia legale" da difendere ideologicamente e tutelare in caso di bisogno economico.
Quelle che tentano di ricondurre all'ordine (ordine patriarcale) il corpo delle donne, mettendo sotto tiro la responsabilità e l'autonomia femminile attraverso un linguaggio reazionario, che fa dell'embrione un principio di vita, dell'aborto un assassinio, del calo demografico un sintomo dell'irresponsabilità femminile, della fecondazione artificiale un'occasione per l'egoismo femminile.
Contro questa mescolanza di liberismo e cultura reazionaria occorre intervenire rimettendo la questione di genere, dopo anni di oscurantismo, al centro del dibattito politico.