Ma è forse sul tema dell'ambiente che si può rilevare con maggiore evidenza l'insostenibilità del paradigma neoliberista e delle relative politiche. La questione ambientale è parte fondamentale delle contraddizioni e della crisi dell'attuale modello di sviluppo e di società. Il riproporsi del caro petrolio a 30 anni di distanza dal primo shock petrolifero mostra come sia stato ricostruito un dominio capitalistico che, non solo non ha risolto i problemi, ma li ha addirittura esasperati. Possiamo dire in tal senso che ci sono due grandi crisi ambientali che si intrecciano tra loro: quella climatica e quella energetica. Tutti gli esperti concordano sugli effetti dirompenti dell'innalzamento termico dovuto ai "gas serra". Le misure di Kyoto rappresentano un pallido palliativo; esse, peraltro, sono state sconfessate dal vertice dell'Aia, dall'irresponsabile retromarcia americana sui temi ambientali e, ancora più concretamente, dalla realtà che vede crescere, invece che ridursi, le emissioni. Oltretutto il dato di fondo è che c'è un rapporto perverso tra crescita del Pil e produzione di effetto serra mentre, al contrario, il Pil si è disaccoppiato dalla produzione di benessere sociale: un fenomeno evidente nel nostro paese, che da quinta potenza mondiale in assoluto e quindicesima in termini di reddito procapite, vede sistematicamente cadere la propria posizione nelle classifiche basate su indici che tengano esplicitamente conto della salute delle persone e dello stato dell'ambiente. Nella classifica mondiale basata sull'Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, l'Italia perdeva nel 1995 ben quattro posizioni rispetto alla collocazione in termini di Pil procapite. Un discorso analogo può esser fatto con riferimento al cosiddetto "genuine saving", un indice di sostenibilità ambientale elaborato dalla Banca Mondiale. Possiamo dire, dunque, che oggi sono in discussione il significato stesso di sviluppo e i parametri tradizionalmente adoperati per misurarlo.
L'insicurezza ambientale coinvolge ormai la generalità delle persone. In Italia rappresenta un nodo di fondo. Il nostro è un Paese dove il rapporto tra natura e cultura è stato elemento cardine della civilizzazione. La nostra natura è preziosa ma costituzionalmente fragile. Questo secolo ha visto le classi dominanti infrangere sciaguratamente l'equilibrio. Il Paese rischia di spezzarsi a metà tra Nord e Sud per gli effetti dei cambiamenti climatici, è del tutto dissestato dalla cementificazione selvaggia e dagli scempi territoriali, ha conosciuto scelte produttive ed infrastrutturali dissennate, in un contesto di dilagante irresponsabilità politica. Quest'ultima è resa particolarmente evidente dalla crisi energetica, che si riflette ogni giorno nell'ormai insostenibile inquinamento prodotto dall'uso indiscriminato di combustibili fossili da un lato, e nell'incremento concomitante dei prezzi degli stessi, espressione di un potere monopolistico ma anche sintomo della esauribilità di tali risorse in tempi storicamente ravvicinati. Escluso giustamente il ricorso al nucleare per la sua insostenibilità si rende necessario l'avvio concreto della transizione verso le fonti alternative. La questione è che, come accade per la crisi climatica, non c'è nessun governo reale della crisi energetica. Solo per citare alcuni esempi di latitanza politica, basti pensare che nel corso degli anni 90, in assenza degli opportuni incentivi, l'Italia si è prima fatta raggiungere e poi largamente superare dagli altri paesi europei nell'impiego di numerose fonti energetiche alternative. Un caso emblematico è quello del solare termico: negli anni '80, le vendite di pannelli in Italia erano più che doppie rispetto a quelle rilevate in Germania. Ma nel 1997 le vendite registrate in Germania sono state più di 30 volte maggiori che in Italia. In assenza di una politica di programmazione, l'Italia ha inoltre accentuato rispetto al resto d'Europa la propria dipendenza dal trasporto su gomma, aumentato negli ultimi tempi a ritmi superiori al 5% annuo. A tutto ciò si aggiunga infine il paradosso che, in un'epoca di forte inasprimento della pressione fiscale (soprattutto sul lavoro), la tassazione ambientale ha invece mostrato un netto declino, piombando dal 13% delle entrate al 9,4%: un esempio di inquietante miopia politica, questo, che si è ripresentato con le indecisioni relative alla piena applicazione di uno strumento peraltro limitato come la carbon tax. E' bene chiarire in tal senso che, al fine del conseguimento del doppio obiettivo di uno sviluppo sia equo che compatibile con l'ambiente, occorre che l'incremento della tassazione ambientale (che agisce principalmente sui consumi) venga perseguito in inscindibile concerto con un ingente trasferimento dei carichi fiscali dal lavoro al capitale. Una linea, questa, che al di là dei proclami le politiche degli ultimi anni hanno totalmente disatteso.
Il punto, insomma, è che nella migliore delle ipotesi la politica ha abdicato, e che tutto è stato affidato al mercato e all'impresa. Che mercato ed impresa hanno ricostruito un dominio nei processi che abbiamo chiamato di globalizzazione. Che questi processi hanno accresciuto i fattori distorsivi ed entropici oltreché le disuguaglianze e le ingiustizie: inseguendo ambiente e lavoro al loro più basso costo, determinando esternalizzazioni e irrazionalità Un esempio emblematico di esternalizzazioni e irrazionalità è quello relativo all'inquinamento atmosferico delle città: l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilevato in proposito che circa 3.500 decessi registrati in 8 grandi città italiane nel 1998 (il 4,7% del totale dei decessi) vanno direttamente imputati all'eccessiva concentrazione di polveri inquinanti nell'atmosfera. E la dimostrazione di una profonda irrazionalità nell'assenza di una rigorosa politica di contrasto verte sul fatto che semplicemente abbassando le soglie di tollerabilità delle polveri si potrebbero non solo ridurre drasticamente i decessi, ma si risparmierebbero decine di miliardi di euro all'anno in termini, tra l'altro, di minore ricorso a cure ospedaliere. (si pensi agli spostamenti sempre più vorticosi di merci effettuati solo per massimizzare i profitti, e ai relativi costi). L'elemento profitto ha travolto ogni altro rendendo massima l'insicurezza. A tal proposito, non va dimenticato l'aspetto spesso criminale del degrado ecologico: si consideri che il business dell'ecomafia nel 1999 ha superato i 26mila miliardi di lire contro i 22mila del '98; una cifra impressionante, in cui rientrano le attività illecite nella gestione dei rifiuti speciali o pericolosi, l'abusivismo edilizio, il racket degli animali, i traffici di reperti artistici e archeologici, nonché gli appalti in opere pubbliche e la raccolta dei rifiuti urbani. Ne è un esempio, in tal senso, il fenomeno della mucca pazza e della degenerazione alimentare, conseguenza di una esasperata trasformazione dei processi produttivi, tutta finalizzata alla massimizzazione dei rendimenti. Crisi energetica, crisi climatica, crisi idrica e alimentare. Un mondo così vede a rischio la democrazia.