Si è fatto in questi mesi un gran parlare di disagio giovanile, avanzando le ipotesi più disparate e scomposte per interpretare le crescenti difficoltà di comunicazione tra le generazioni. Emblematicamente, tra tutte le chiavi di lettura fornite, quella del lavoro sembra non aver trovato spazio per emergere. Eppure, rispetto a vent'anni fa, l'impatto dei giovani con il mondo del lavoro è diventato molto più duro. I giovani hanno rappresentato in un certo senso le cavie, i prototipi per una società globalmente regolata dal paradigma liberista, avendo subito per primi l'impatto della flessibilità, del precariato, di un modello nel quale ai lavoratori è praticamente negata la possibilità di risparmiare. La nuova realtà dei rapporti di lavoro ha reso la difesa sindacale una mera chimera agli occhi dei giovani. E la demagogia liberista sul sindacato degli “insiders”, i cosiddetti garantiti, sulle pensioni e sui relativi conflitti generazionali (da noi discussa in precedenza) ha teso ad accrescere lo spartiacque esistente tra lavoratori giovani ed anziani. In un simile contesto, non deve meravigliare la diffusa diffidenza dei giovani nei confronti della difesa dei diritti, della lotta politica e sindacale. Piuttosto, occorre dimostrare loro che l'attuale andazzo di contratti perennemente a termine, di lavoro nero, insicuro e dequalificato non costituisce affatto la risultante di una legge economica ineludibile, ma rappresenta il riflesso dei rapporti sociali correnti, rapporti che possono essere modificati. La consapevolezza della effettiva possibilità di riprogettare la composizione e la distribuzione del reddito, i tempi e le modalità di vita, di studio e di lavoro, è questo il tassello mancante tra le giovani generazioni. Riappropriandosi di una simile, concreta speranza, si può star certi che i giovani sapranno riappropriarsi del ruolo che gli spetta: quello di cambiare il mondo.