Il divario tra gli slogan della retorica neoliberista e i risultati raggiunti dalle politiche che essa ha ispirato è dunque ormai evidente, ma questa non è l'unica lezione che si può trarre dagli anni 90. Le decisioni intraprese nel corso del decennio hanno confermato un altro, inquietante segno dei tempi: il ritiro della politica dall'ambizione di guidare gli eventi socioeconomici anziché limitarsi ad assecondarli. Rassegnati ad inseguire le dinamiche dei mercati e gli umori di interessi tanto particolari quanto influenti, i governi hanno finito per contribuire alla radicalizzazione, in Italia e in Europa, delle ingiustizie e dei paradossi del capitalismo rampante di fine secolo.
Per avere un'idea dei drammatici mutamenti avvenuti, basterà ricordare che in Europa, nel corso dell'ultimo ventennio, il numero dei poveri è cresciuto senza interruzioni, passando da circa 35 milioni ad oltre 57 milioni di persone. Un dato inglorioso, questo, rispetto al quale l'Italia ha mantenuto posizioni di vertice, in compagnia di Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo. Alle indagini sulla diffusione della povertà si aggiungono poi i dati sulla disuguaglianza, i cui indicatori, tra il 1989 e il 1999, sono aumentati in tutto il continente: in Italia, in particolare, la quota di persone con un reddito inferiore alla metà del valore mediano è cresciuta dal 9,2% al 14,4%. Gran parte delle divaricazioni registrate si spiega, naturalmente, con lo scarto crescente tra redditi da capitale e redditi da lavoro, come dimostrano i seguenti fatti: negli ultimi dieci anni le retribuzioni nette mensili sono diminuite dell'8,7%, e i lavoratori a bassa retribuzione sono aumentati del 10%; al tempo stesso, la quota dei profitti e delle rendite sul reddito lordo distribuito è aumentata di oltre sei punti percentuali. Questo ennesimo primato italiano nel già impresentabile scenario europeo si spiega dal lato dei profitti con una dinamica salariale che, affannandosi nel cercare di rincorrere il solo andamento dei prezzi non ha goduto nemmeno in minima parte degli incrementi di produttività, andati praticamente tutti a beneficio delle imprese.Tra il 1993 (anno dell'accordo del 23 luglio) e il 1998, le politiche di concertazione hanno determinato una dinamica media dei salari appena in linea con l'indice dei prezzi al consumo: in 5 anni i salari reali dell'industria sono cresciuti soltanto dell'1,2%, laddove la crescita della produttività è andata oltre il 15%, assicurando in tal modo un incremento della quota profitti del settore di circa il 2% (indice, questo, del sostanziale fallimento della partecipazione ai risultati d'impresa prevista nelle contrattazioni decentrate). A ciò vale la pena di aggiungere che, data la drammatica caduta degli investimenti (-6,1%), gli incrementi di produttività sono stati ottenuti tutti tramite l'aumento dello sforzo e della flessibilità oraria. Discorso analogo nel settore dei servizi, dove i salari reali sono aumentati dell'1% a fronte di incrementi di produttività dell'11,8%. Le statistiche rivelano inoltre una dinamica dei redditi da lavoro italiani espressi in termini reali di gran lunga inferiore a quelle rilevate in Francia e in Germania nel corso del decennio. Sul fronte delle rendite, poi, troppo spesso si è dimenticato che l'atteso e decantato abbattimento dell'inflazione ha dato luogo a un tale incremento dei tassi d'interesse reali da generare uno straordinario trasferimento di ricchezza a favore dei creditori, Occorre sempre tener presente, in tal senso, che il principale effetto delle politiche di bilancio restrittive degli ultimi anni è consistito in una redistribuzione della ricchezza a favore dei possessori di titoli di Stato e a danno dei beneficiari della spesa pubblica e dei contribuenti. del quale i recenti scontri tra associazioni bancarie e mutuatari costituiscono l'inevitabile riflesso.
Il quadro che emerge dall'analisi della distribuzione dei redditi rivela in definitiva preoccupanti fenomeni di regresso: le crescenti similitudini tra l'attuale ripartizione delle ricchezze e quella che caratterizzava gli anni 50 rappresentano una tipica testimonianza dei passi del gambero compiuti negli ultimi tempi. L'arretramento risulta peraltro confermato da numerosi altri fattori, di natura sociologica e culturale, come il progressivo degrado delle competenze alfabetiche della popolazione; Un'indagine del Censis rivela che oltre il 30% della popolazione adulta italiana versa in condizioni di sostanziale analfabetismo, ed un restante 34% tende a scivolare verso quelle condizioni. la crescita troppo lenta della partecipazione femminile al lavoro e il perdurare di divari retributivi tra donne e uomini con pari competenze; infine, la persistente tendenza all'immobilità sociale, I dati Istat mostrano che l'origine sociale resta decisiva nel determinare il destino professionale e socioeconomico degli italiani. Per un uomo di origine borghese e per uno di classe operaia le probabilità di accedere alle posizioni di vertice della scala sociale (imprenditore, professionista, dirigente) sono rispettivamente del 45% e del 9%. segno ulteriore questo dell'ipocrisia insita nei proclami liberisti dedicati all'avvento della "società delle opportunità".
Al termine di questa allarmante carrellata sulle iniquità favorite dalle politiche di orientamento liberista è legittimo domandarsi se, almeno sui versanti dell'efficienza e della competitività, tali politiche abbiano raggiunto qualche risultato di rilievo. Ma anche su questo fronte il liberismo degli anni 90 sembra meritare una condanna senza appello. Basterà in tal senso fare riferimento solo ad alcune delle principali lacune del sistema economico italiano. La prima lacuna consiste nella tendenza sempre più marcata alla specializzazione verso produzioni tradizionali: in assenza di un coordinamento pubblico, la classe imprenditoriale italiana ha lasciato che i beni a scarso contenuto tecnologico diventassero il fulcro del sistema produttivo italiano: Nel corso dell'ultimo decennio si è verificata in Europa una tendenza alla polarizzazione dei sistemi produttivi. L'Italia è andata a rafforzare la propria posizione nei settori industriali tradizionali, dalla lavorazione dei minerali non metalliferi alle macchine e apparecchi meccanici. Si è d'altro canto accentuata la debolezza strutturale italiana nei settori a più elevato contenuto tecnologico, soprattutto a causa di un forte ritardo nell'informatizzazione dell'economia, di una spesa per ricerca e sviluppo sempre più bassa, nonché inferiore alla metà di quella di Francia, Germania e Regno Unito. ne è una dimostrazione il fatto che i profitti accumulati nel corso del decennio, anziché essere reinvestiti nell'innovazione produttiva, hanno assunto la forma di rendite finanziarie, partecipando in tal modo alla insensata espansione della bolla speculativa sui mercati mondiali. Senza una drastica ripresa delle redini della politica industriale, nella divisione internazionale del lavoro prossima ventura l'Italia rischierà di trovarsi nella insostenibile posizione di un paese ad elevato tenore di vita condizionato sempre più dalla concorrenza dei paesi emergenti da un lato E' il caso di precisare che la specializzazione italiana verso produzioni tradizionali, causata in buona parte da un sistema imprenditoriale frammentato e avverso alle innovazioni, non potrà mai essere compensata da una caduta dei salari ai livelli dei paesi emergenti, considerato che nella grande maggioranza degli stessi il costo del lavoro è soltanto un decimo di quello rilevabile in Italia ! e dalla pressione delle multinazionali estere dall'altro.
Una seconda lacuna del sistema economico italiano, aggravata dall'orientamento neoliberista degli ultimi anni, è l'assoluta carenza di beni pubblici, ovvero di tutte le attività che, garantendo benefici collettivi ma non profitti privati, possono essere efficientemente prodotte soltanto dallo Stato: il riferimento, tra l'altro, è alle esigue risorse destinate alla ricerca di base, o all'insufficiente e irrazionale opera di contrasto nei confronti del degrado ambientale, peraltro causato in molte circostanze dall'opera corrosiva di interessi privati del tutto fuori controllo. L'aggressione del profitto nei confronti dell'ambiente assume in Italia un duplice aspetto. C'è innanzitutto quello palesemente criminale: si consideri che il business dell'ecomafia nel 1999 ha superato i 26mila miliardi di lire contro i 22mila del '98; una cifra impressionante, in cui rientrano le attività illecite nella gestione dei rifiuti speciali o pericolosi, l'abusivismo edilizio, il racket degli animali, i traffici di reperti artistici e archeologici, nonché gli appalti in opere pubbliche e la raccolta dei rifiuti urbani. C'è poi l'altra faccia del danno ambientale, forse ancor più inquietante, che consiste nelle aggressioni compiute nel rispetto di una legge in sistematico ritardo rispetto al sopraggiungere dei problemi: si pensi al caso della mucca pazza, frutto di una esasperata trasformazione dei processi produttivi dell'industria alimentare, trasformazione tutta finalizzata alla ricerca del profitto.
Infine, tra le debolezze del sistema produttivo italiano, occorre denunciare il totale abbandono del Mezzogiorno, il cui reddito procapite si è ormai ridotto a poco più della metà di quello del Centro-Nord. Per tutto il corso degli anni 90 il Pil procapite del Mezzogiorno ha mostrato una continua caduta rispetto a quello del Centro-Nord, passando da circa il 58% del 1989 al 54.9% nel 1999 (una tendenza pienamente confermata dagli andamenti degli ultimi due anni). Ancor più drammatico è stato l'ampliamento della forbice sul versante degli investimenti procapite, passati dal 63,7% del 1989 al 48,3% del 1999. Con riferimento all'occupazione, va rilevato che gli incrementi registrati negli ultimi mesi nel Mezzogiorno (+1,7% tra il 1999 e il 2000) sono rimasti sempre significativamente al di sotto di quelli riscontrati nel Centro-Nord (+2,2%). E' importante sottolineare, in tal senso, che in seguito all'abolizione della fiscalizzazione degli oneri sociali al Sud, il costo del lavoro è cresciuto nel Mezzogiorno dal 95,5% rispetto al resto del paese nel 1989 al 103,4 nel 1999. Considerando l'ostinazione con cui il Sud continua a mostrare segni fragili ma spontanei di vitalità economica, il crescente divario con il resto del paese deve essere chiaramente imputato alla paralisi della politica nazionale ed europea nei confronti delle periferie depresse dell'Unione, sempre meno sostenute rispetto alle aree ad elevato sviluppo. A dimostrazione dell'assenza di una concreta volontà politica di perequazione territoriale, a livello nazionale va denunciato l'impiego di un'imposta fortemente sperequativa come l'Irap per il finanziamento della spesa delle regioni. Questa imposta, applicata sul valore aggiunto delle attività produttive locali, darà luogo a gettiti profondamente diversi tra le regioni, e quindi a un divario sempre più ampio nelle prestazioni pubbliche erogate. Più in generale, è opportuno richiamare il fatto che nel 1998, per la prima volta in assoluto, la spesa pubblica per abitante è risultata più alta nel Centro-Nord che nel Mezzogiorno. Se a ciò si aggiunge che a livello europeo i fondi strutturali previsti per Agenda 2000 si sono ridotti da 32 a 29 miliardi di euro e che a partire dal 2006 il Mezzogiorno uscirà probabilmente dalla zona obiettivo 1 dell'Ue, si comprende che, al di là dei proclami, le politiche nazionali e sovranazionali di sviluppo delle aree depresse hanno assunto un profilo pressoché velleitario, e quindi inaccettabile.
In tutti i casi menzionati si tratta comunque di conseguenze tipiche della rinuncia a qualsiasi politica di programmazione dello sviluppo. La crescente e alimentata disaffezione nei confronti delle politiche pubbliche ha dato luogo ad una irresponsabile confusione tra il cosiddetto "assistenzialismo" e il necessario ruolo di coordinamento dei processi economici da parte dello Stato. A quest'ultimo si è finito per attribuire il pur importante ma insufficiente compito della regolamentazione. Il risultato è che, sotto la spinta di vecchi poteri particolari e nuove anarchie, il sistema economico si è ulteriormente deteriorato. In un certo senso, il successo della parabola "meno Stato più mercato", tanto di moda fino a poco tempo fa, non poteva avere effetti più grandi e disastrosi.