Dopo aver passato in rassegna gli effetti delle principali politiche di stampo liberista degli ultimi anni, e dopo aver dato una scorsa più generale ai mutamenti nei rapporti di forza e nelle condizioni di vita di italiani ed europei, verrebbe da chiedersi se, nonostante l'ammasso di fallimenti politici accumulati, esista ancora margine di manovra per l'ideologia dominante. E la risposta, purtroppo, è affermativa. Rilevato un certo affanno nei vecchi slogan sulla liberalizzazione del mercato del lavoro e sui benefici delle privatizzazioni, i liberisti si sono rifugiati nella demagogica richiesta di abbattimento delle tasse.
Su questo tema è bene chiarire che l'Italia è caratterizzata da una quota di pressione fiscale sul Pil allineata alla media europea. E' vero tuttavia che tale livello è stato raggiunto solo negli ultimi anni, in modo rapido e piuttosto traumatico, a causa del sentiero restrittivo della politica di bilancio. Tra il 1990 e il 1999 la pressione fiscale in Italia è passata dal 39,5% al 43,3%, convergendo in tal modo verso la media Ue. L'aumento dell'avanzo primario è stato infatti realizzato tramite un generale incremento delle entrate tributarie, con un'incidenza particolare su pensioni e redditi da lavoro dipendente, nonostante il fatto che già da tempo il 75% dell'imposta sul reddito gravasse esclusivamente su di essi. Nel corso degli ultimi vent'anni si è formato un crescente divario tra la maggiore pressione fiscale sul lavoro dipendente e quella gravante sugli altri fattori produttivi. L'Istat ci dice che tra il 1992 e il 1998, il prelievo Irpef sui lavoratori dipendenti e i pensionati è aumentato del 20% circa. Riguardo alle pensioni, va ricordato che dal 1995 al 2000 il prelievo fiscale sul monte pensioni è passato dal 9,2% al 12%, cioè da 16mila a 26mila miliardi. Come conseguenza, dal 1992 al 2000 il potere d'acquisto di lavoratori e pensionati ha subito drastiche decurtazioni, dalle 270 mila lire annue fino al milione e seicentomila!
Ma gli aspetti politicamente più significativi della politica tributaria del decennio si ritrovano nella fase appena avviata, volta alla riduzione della pressione fiscale. La crescente forza contrattuale del mondo imprenditoriale, le sempre maggiori riluttanze e difficoltà nell'impedire l'evasione fiscale I dati forniti dalla Sogei hanno stimato l'evasione fiscale totale nell'ordine dei 220.000 miliardi all'anno, una cifra tale per cui se tutti pagassero ciò che devono ogni cittadino potrebbe arrivare a risparmiare almeno un terzo sulle tasse dovute. e la fuga dei capitali, hanno indotto il legislatore ad una radicale riforma del sistema tributario basata su aliquote basse e decrescenti per i patrimoni e i redditi d'impresa. Come ammesso dalle stesse associazioni imprenditoriali la riforma sta rapidamente dando i suoi frutti: grazie all'introduzione della Dual Income Tax (Dit) e alle sue generose correzioni, le aliquote medie Irpeg dovrebbero presto stabilizzarsi al di sotto del 25%, un livello assolutamente competitivo in Europa. A ciò è bene inoltre aggiungere un fatto troppo spesso dimenticato, e cioè che, come ha più volte rilevato la Commissione Europea, le imprese italiane godono in Europa del più alto livello di contributi statali. Inoltre, riguardo all'Irap, la sua introduzione ha comportato non soltanto rilevanti sgravi impositivi sulle imprese (oltre 13.000 miliardi nel 1998), ma anche effetti perversi in termini di tecniche di elusione e soprattutto fenomeni sperequativi tra le regioni, che persino il Fondo Monetario Internazionale ha giudicato alla lunga insostenibili. Nel complesso, considerando le ultime due finanziarie, tra abbattimento delle tasse e riduzione dei contributi, le imprese hanno ottenuto sgravi per oltre 35.000 miliardi all'anno. Al fine di celare la netta propensione a favorire le imprese, il governo ha spesso affermato che nel 2000 gli sgravi fiscali sarebbero andati per due terzi alle famiglie e per un terzo alle imprese. Un'affermazione ingannevole, che si basa sul fatto di considerare le sole cifre assolute delle riduzioni fiscali. In realtà, guardando più correttamente agli sgravi in rapporto ai rispettivi gettiti fiscali, si scopre che il risparmio Irpef delle famiglie è stato del 4,1%, mentre il risparmio Irpeg per le imprese è stato del 6,1%, ovvero decisamente maggiore.
Tali evidenze sollevano enormi perplessità sulla conduzione della politica tributaria italiana degli ultimi anni. E' pur vero che esiste, in materia, un problema di competizione internazionale, e che in assenza di un coordinamento europeo sulle politiche di tassazione si correrà il serio rischio di non riuscire ad imporre un pavimento alla caduta delle aliquote su rendite e profitti. Un ulteriore fallimento del vertice di Nizza del dicembre 2000 è consistito, per l'appunto, nel rinvio a data da destinarsi del passaggio dalla formula dell'unanimità a quella della maggioranza nelle decisioni in materia di tassazione del Consiglio europeo. Un simile risultato dovrà essere al più presto discusso e riveduto, se si vuole evitare che la sovranità fiscale degli stati membri venga ulteriormente compressa dal dilagare dei fenomeni di abbattimento competitivo delle aliquote sul capitale. Ma in generale le tendenze in corso riflettono un chiaro asservimento della politica ai gruppi d'interesse più forti. Lo dimostra ad esempio il fatto che, al di là dei privilegi conferiti alle imprese, il governo si è pure impegnato in una discutibile riduzione dell'imposta di successione. Pubblicizzata come riforma atta a favorire il trasferimento dei piccoli patrimoni all'interno della famiglia, essa sembra piuttosto voler sostenere il puro movente dell'accumulazione: si pensi che, con essa, due eredi estranei alla famiglia del defunto che ricevessero un patrimonio del valore di 1.500 milioni arriverebbero a risparmiare ben 235 milioni di tasse, mentre un figlio che ricevesse un patrimonio di 500 milioni otterrebbe uno sgravio di appena 16 milioni.
A fronte di questa iniqua pioggia di agevolazioni, non si vedono invece all'orizzonte serie proposte di abbattimento delle aliquote per lavoratori dipendenti e pensionati, nonostante i livelli chiaramente superiori alla media europea. Al contrario, i principali schemi di riforma dell'Irpef avanzati dagli esponenti dei due Poli comporterebbero aggravi ulteriori per le due categorie (è il caso della paventata riforma Visco) E' il caso questo della proposta Visco sull'imposta proporzionale e sul dividendo sociale. Come è stato ammesso dagli stessi promotori, una simile riforma penalizzerebbe infatti i nuclei familiari attorno ai quali è stato istituito il sistema vigente: lavoratori dipendenti e pensionati. ed effetti distributivi assolutamente inaccettabili (è il caso della cosiddetta "rivoluzione" fiscale del centrodestra). La riforma fiscale avanzata da Berlusconi implicherebbe un calo di entrate di circa 38.000 miliardi, di cui quasi 30.000 miliardi verrebbero risparmiati dal solo 20% più ricco dei contribuenti. L'effetto sugli indici di disuguaglianza sarebbe impressionante. Anche sul versante della politica fiscale, quindi, il "meno tasse per tutti" e gli altri slogan di facciata della politica liberista mirano in realtà a nascondere i veri interessi che la muovono e le ulteriori sperequazioni che da essa deriverebbero.