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Programma Politico 2001 del Partito della Rifondazione Comunista
Capitolo 3: le nostre proposte
Parte 5: Per una nuova cittadinanza
Cittadinanza e genere

Il principio dell'autodeterminazione femminile ha rappresentato nel secondo Novecento non soltanto un grande momento politico-simbolico nel percorso di emancipazione, liberazione e libertà delle donne, non soltanto un allargamento della cittadinanza ma un vero e proprio salto di qualità, un radicale riposizionamento del modo di concepire i rapporti sociali e la legge che li regola. In quei rapporti e in quella legge ha fatto irruzione infatti l'esperienza umana femminile non come oggetto ma come soggettività consapevole. Per la prima volta nella storia dei rapporti di genere il corpo femminile è stato considerato corpo sovrano, del soggetto femminile di appartenenza e non più "naturalmente" oggetto del dominio, della rappresentazione del mondo, dell'immaginario e della norma maschili.

L'autodeterminazione costituisce quindi la parte fondativa e fondamentale della cittadinanza femminile perché stabilisce concretamente e specificamente le modalità dell' "habeas corpus" femminile. Quel corpo, che nel patriarcato era sottoposto al controllo maschile, concepito come funzione familiare, in osmosi con l'ambito domestico e funzionale ad assicurare la discendenza maschile - da tutelare e punire da parte di altri - entra per la prima volta nell'ambito della responsabilità femminile. Ogni donna è responsabile del suo corpo in materia di sessualità, procreazione, maternità. Il corpo delle donne non è disponibile per nessuno, ogni donna sceglie e decide. Anche, se vuole, con chi condividere le sue scelte.

La maternità è una scelta connessa a un potere che le donne hanno, a un'esperienza umana - quella appunto di generare - che le coinvolge direttamente e totalmente e rispetto alla quale soltanto loro possono dire "la prima e l'ultima parola".

Anche quella di abortire.

Il principio dell'autodeterminazione non è negoziabile. Esso costituisce un passaggio di vera e propria civilizzazione nelle relazione tra donne e uomini che va rilanciato e rafforzato contro gli ormai dichiarati obiettivi del centro-destra di mettere mano alla legge 194 (Interruzione volontaria di gravidanza), contro le politiche si smantellamento o svuotamento delle strutture consultoriali, contro le campagne oscurantiste tese a criminalizzare le donne che decidono di abortire.

Il principio dell'autodeterminazione femminile deve transitare tra le giovani generazioni, femminili e maschili, così come deve circolare tra le ragazze e i ragazzi l'informazione sessuale e deve essere favorito l'accesso ai contraccettivi, compresa la pillola del giorno dopo.

Sono infatti i soggetti femminili più fragili - soprattutto ragazze e immigrate - quelli che per lo più si trovano nella necessità di ricorrere all'aborto. L'attività dei consultori deve essere moltiplicata, proiettata sul territorio, mirata a far sì che le donne, a partire dalle fasce che più ne hanno bisogno, siano messe in condizione di conoscere e scegliere consapevolmente come gestire la propria sessualità e la capacità procreativa del proprio corpo.

Con l'autodeterminazione la maternità non è più un destino biologico ma non è neanche un obbligo sociale, né è un imperativo morale né soprattutto deve essere un pretesto ideologico per nascondere o edulcorare politiche più o meno apertamente fondate, come quelle delle destre, sul rifiuto dell'altro e sulla paura che il calo delle nascite favorisca "l'invasione" degli immigrati.

La maternità è invece una grande scelta esistenziale femminile, che fonda i commerci sociali. E' una scelta di amore, di intrinseca relazionalità umana - la relazione strettissima, vera e propria condicio sine qua non, tra madre e creatura - di senso di sé e del mondo, che transita e informa l'intera società Contiene infatti in sé, in maniera emblematica e irripetibile, gli elementi che sono - o dovrebbero essere - alla base dello stare insieme sociale: il radicale riconoscimento dell'Altro da sé; il convivere con la diversità; il prendersi cura di ciò che serve allo stare insieme.

La possibilità di scegliere liberamente, con agio materiale ed esistenziale, la maternità è indicatore della qualità del patto sociale e delle relazioni tra i sessi che informano quel patto. La maternità consegue a un'asimmetria dei corpi maschile e femminile e a un'esperienza umana legata a quei corpi che deve investire l'intera sfera dei diritti, a partire da quelli del lavoro. L'impresa non può frapporre ostacoli alla scelta di maternità di una donna, la maternità non può essere assimilata né paragonata a una malattia, e non può ricadere sulle spalle della donna in termini di diritto al lavoro e diritti del lavoro, garanzia del reddito, salvaguardia della qualità del proprio lavoro. La maternità deve essere radicalmente sostenuta e tutelata sul luogo di lavoro e nella società, attraverso la messa a punto di un piano organico di servizi pubblici, una durata dei tempi di lavoro che favorisca tra donne e uomini la distribuzioni dei compiti di cura e di relazionalità affettiva nei confronti dei figli, una qualità della vita che dia senso e futuro alla scelta di maternità, una strategia di politiche economiche tese ad assicurare alle donne un'autonomia che le sottragga alla dipendenza dal reddito del partner.

Le politiche familistiche promosse nazionalmente dal centro-sinistra, e sul piano territoriale da molte giunte di centro-sinistra e centro-destra in termini assai simili per quanto riguarda la logica di fondo nonché la natura economica delle proposte, vanno respinte perché vanno in direzione esattamente opposta a quella di garantire autonomia sociale alle donne. Il "family state" infatti:

  1. risospinge le donne nell'ambito domestico, limitandone scelte, opportunità, autonomia economica, libertà; le costringe a farsi carico in maniera crescente di un doppio lavoro, in casa e fuori, svalorizzando entrambi, perché quello fuori di casa diventa residuale e aggiuntivo a quello maschile e familiare, quello domestico "naturale" e dovuto; ripropone sul piano pratico e simbolico l'accettabilità del patto iniquo tra i generi che presiede all'economia familiare, e dunque l'accettabilità che meccanismi analoghi funzionino nella società più in generale, non solo nei rapporti tra i generi;
  2. imprigiona le nuove generazione per un lunghissimo periodo nelle maglie della famiglia d'origine, privando i giovani e le giovani di autonomia sociale, di sicurezza e speranza nel futuro, di responsabilità pubblica;
  3. svalorizza la libertà e la responsabilità di donne e di uomini nelle loro scelte di relazioni affettive, progetti di vita in comune, scelta di maternità e paternità, in quanto prescrive e ripropone le regole auree della "famiglia legale" da difendere ideologicamente e tutelare in caso di bisogno economico, in quanto "nucleo naturale" della società. La funzione di supplenza del welfare state che si vuole attribuire alla famiglia va radicalmente contrastata.

Il diritto delle donne a non dover sobbarcarsi i compiti della riproduzione sociale come conseguenza del suo essere donna, a non essere architrave e protesi della famiglia, ma individua e cittadina, implica la lotta a fondo contro qualsiasi impostazione familistica del welfare: da qui parte un impegno fondamentale di costruzione dell'alternativa.

La famiglia è una costruzione storico-sociale che si è diversificata nel tempo ed è in tensione tra dinamiche sociali, desideri esistenziali, relazioni affettive, scelte di vita e di comportamento.

Le biotecnologie riproduttive non devono servire, come è successo nella vicenda del decaduto disegno di legge sulla fecondazione artificiale, a veicolare modelli e comportamenti familiari prescrittivi, ispirati all'etica della Chiesa cattolica. Anche in questo campo vige il principio della responsabilità individuale, a cominciare da quella femminile.

La legittimità delle convivenze, famiglie di fatto, dell'amore gay e lesbico non può essere messa in discussione da nessuna autorità statale. Questo è un punto essenziale, come tutti quelli che caratterizzano la libertà femminile, per stabilire il tasso di laicità dello Stato rispetto alla Chiesa cattolica, per sottrarre radicalmente lo Stato dall'ingerenza del Vaticano e dalla sua pretesa di detenere il monopolio dell'etica. Il Prc è impegnato alla valorizzazione delle scelte libere di convivenza come scelte di esistenza, affettività, crescita interpersonale, responsabilità umana.

(revisionato il 28 aprile 2001)

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