Anche le politiche culturali sono state ispirate da un processo di conversione alle linee neoliberiste. Sotto l'onda e la giustificazione del risanamento economico, nel nostro paese sono state ridimensionate tutte le spese d'investimento pubblico nei settori della ricerca scientifica, negli interventi per l'ambiente e per i beni culturali. Gli stessi consumi culturali, il sistema formativo, i media e il sistema dell'informazione sempre più sono stati trasformati da elementi costitutivi della cittadinanza in beni acquistabili sul mercato, sottoposti alle leggi della concorrenza. Questi processi hanno prodotto una segmentazione inaccettabile dei consumi culturali di massa. Grandi sacche di analfabetismo culturale concorrono a consolidare le attuali disuguaglianze sociali e le gerarchie di status. Se il reddito è diventato sempre più l'indicatore per l'accesso al prodotto culturale di qualità, tutto il sistema della fruizione simbolica si impoverisce e si banalizza. La sua mediocrità diventa una componente essenziale dello scadimento delle sensibilità collettiva verso le diversità culturale, i codici linguistici complessi; insomma redditi e consumi segmentano la capacità dei soggetti di collocarsi con pari possibilità sulla scena sociale. Si determina il paradosso di una forbice sempre più aperta tra potenzialità e disponibilità delle conoscenze e delle informazioni e la loro distribuzione e fruizione sociale. Tali saperi stratificati determinano la stessa qualità della vita dei soggetti, frammentano le stesse gerarchie di valori comunemente riconosciuti; determinano in ultima istanza la possibilità di accedere a lavori qualificati e di pregio, chiudendo un circolo vizioso inaccettabile.
Questo sostanziale impoverimento della conoscenza, sia nei suoi punti di eccellenza, sia come diffusa conoscenza sociale, costitutiva di un civile senso comune, ha determinato un arretramento del paese in quanto a capacità di innovare e competere a livello internazionale.
Il sistema dell'informazione e dei media pubblici ha ceduto alla privatizzazione e il parametro costitutivo della loro diffusione non è stato più il riferimento della qualità, ma l'audience e la soddisfazione-accettazione dei clienti-utenti.
Infine i processi di privatizzazione che hanno investito anche il sistema formativo, sia scolastico che universitario, stanno creando un deficit di futuro in termini di intelligenza e saperi collettivi condivisi.
Il sistema scientifico e della ricerca ha visto sempre più ridursi i canali del finanziamento pubblico; hanno successo quei settori più direttamente legati alle imprese, spesso riservandosi nicchie della ricerca che non hanno impianto strategico per lo sviluppo. La stessa libertà della ricerca rivendicata dagli scienziati sembra più inscritta in una richiesta di mano libera interna alle logiche di mercato piuttosto che una giusta rivendicazione del rilancio della conoscenza come bene comune strategico della nazione. Una dimensione di nuovo americanismo lobbistico nei confronti del potere pubblico da parte di settori della scienza rompe con una tradizione della comunità scientifica mediatrice tra libertà della scienza e responsabilità etica della sua applicazione e utilizzazione sociale.
L'anno giubilare ha fatto correre grandi quantità di risorse, ma per lo più ci sembra secondo una logica a pioggia, piuttosto che come intervento d'urto per determinare una riqualificazione di più lunga durata del patrimonio pubblico dei beni culturali. La logica di spettacolarizzazione degli interventi e una ricorrente dimensione "consumistica" della fruizione artistica e del patrimonio culturale ha impoverito i processi didattici e comunicativi necessari per l'elevamento culturale reale dei soggetti fruitori. La crescita dei consumi spesso ha preso la forma di un accesso povero ad un rumore di fondo, per la mancanza di sinergie che intercorre tra la cultura del territorio e i grandi sistemi della riproduzione culturale: l'università, i media, la scuola.
Nel sistema globale della produzione e diffusione della cultura e dei prodotti dell'immaginario acquista un punto di grande rilievo strategico la riconduzione alla dimensione angusta di merce di ogni prodotto dell'ingegno umano.
La connessione generale dei saperi sociali diventa ogni giorno sempre più proprietà privata, mezzo di produzione del profitto e nuova materia prima nello stesso tempo. La proprietà intellettuale di questi beni diventa allora lo snodo della questione. La vita biologica, i prodotti dell'ingegno umano, le arti, la creatività, l'invenzione di nuovi simboli, le stesse esperienze umane di vita sono sottoposte alla pressione della privatizzazione. La difesa del diritto d'autore, come del diritto alle conoscenze scientifiche deve essere riconsiderato. La conoscenza, anche se è bene prodotto da persone, sempre è segnato dalla sua genealogia sociale, la conoscenza è sempre debitrice al contesto e all'eredità culturale. Il prodotto d'ingegno deve essere libero: è stata una grande acquisizione del pensiero liberale. Ma simmetricamente deve esistere un diritto dei cittadini all'accesso alla conoscenza e alla cultura. Un diritto reale passa per la gratuità e l'universalità. Dovremo allora tutelare la conoscenza, con la protezione del diritto degli autori, quando il prodotto d'ingegno si fa mezzo di produzione per il profitto e nello stesso tempo esaltare l'aspetto di "dono" sociale del prodotto d'ingegno quando questo si fa realtà comunicata socialmente. In ogni caso altra cosa è l'atteggiamento monopolistico dei soggetti industriali e commerciali che impongono il copyrigth sui prodotti d'ingegno. Questi fenomeni non solo rendono per lo più inaccessibili i beni culturali, ma costituiscono un freno allo sviluppo culturale. Certo è difficile per le politiche statali intervenire su processi interni alla globalizzazione delle produzioni e dei mercati, ma è insostenibile una politica passiva e spesso accondiscendente ai meccanismi oggi operanti. Settori strategici come quelli del software informatico, dei prodotti di largo consumo, musica, audio, video sono i nuclei nevralgici di un piano di welfare informativo e simbolico, utile sia per le ricadute sullo sviluppo economico, sia per il rilievo che la diffusione della cultura ha sui diritti di cittadinanza.
Dalle valutazioni che si sono fatte derivano alcuni punti programmatici di grande rilievo.
La sollecitazione di un cambio di rotta negli investimenti per la ricerca, un investimento per il sistema formativo pubblico sono le priorità di ogni politica culturale che miri a consolidare i saperi e soprattutto per cercare nuove vie di produzione della conoscenza, autonome dai condizionamenti del mercato. La trama della spesa pubblica per scienza, conoscenza e cultura si è fatta sempre più esile. Proponiamo un impianto che operi su due piani e che preveda investimenti strutturali capaci di legare le politiche industriali e del lavoro alle risorse della scienza e della sperimentazione tecnologica; e investimenti infrastrutturali che facilitino l'accesso alla produzione e al consumo culturale.
Intendiamo il dovere delle istanze pubbliche di generare e diffondere quelle strutture che sono precondizione di ogni esercizio dell'accesso alla cultura. Oltre la scuola, la spesa allargata per la cultura deve ricostruirsi come un settore strategico della riforma del welfare. Destinatari privilegiati devono essere i giovani, le comunità di immigrati, i settori della formazione e del consumo culturale ricorrente nelle età della vita. Una società multietnica e una società che invecchia hanno bisogno di una diffusione di servizi di beni simbolici di natura innovativa rispetto all'esistente. La riduzione dell'orario di lavoro incrocia anche questa questione della cultura come bene costitutivo della qualità della vita nei suoi tempi sottratti alla produzione. Non intendiamo alludere all'allargamento del mercato del "tempo libero" come nuova area alienante del consumo, ma al consumo culturale come riorganizzatore del tempo non produttivo e quindi come tempo di crescita squisitamente umano e civile.
Perciò proponiamo la creazione diffusa sul territorio nazionale di Case delle culture. Ovvero, di centri polivalenti del consumo culturale, sottratto alle pure regole del mercato. E con ciò la costituzione di aree franche in cui, soprattutto per i giovani, si dia la possibilità di un sistema pubblico della cultura. In essi dovranno essere offerti "punti internet" e accessi gratuiti di qualità alla rete; sale di registrazione musicali e audiovisive; spazi per la sperimentazione teatrale. Attraverso essi dovranno essere realizzati canali di finanziamento e distribuzione agevolata per la produzione cinematografica innovativa e qualificata.
Insomma si tratta di investire per incrementare la spesa allargata per la cultura, in un intreccio programmato tra risorse dello Stato e degli enti locali.
Tali centri di servizi polivalenti per la cultura devono costituire anche una forma dell'erogazione del salario sociale.
Ancora sul terreno dei diritti d'autore dobbiamo rivendicare un impegno, con gli strumenti della defiscalizzazione oppure della compensazione della spesa statale, per i beni culturali destinati a settori di primaria importanza collettiva: le scuole e le università, i centri culturali, le istituzioni pubbliche.
Cineteche, archivi, centri di promozione del cinema devono costituire i punti di riqualificazione dei prodotti italiani e soprattutto gli strumenti della preservazione delle aree di qualità, quando i flussi culturali si orientano prevalentemente verso i prodotti di mercato e le mode culturali effimere. Insomma va attivato un piano per respingere la colonizzazione americana dell'immaginario.
Per quanto riguarda il settore dello Spettacolo Rifondazione si impegna su leggi di riforma capaci di rilanciare il teatro italiano e le attività musicali sottraendole al carattere autoritario e verticistico dei "Centri nazionali" voluti dall'attuale governo.
In particolare per il cinema è necessaria una nuova politica generale legata ad una strategia della qualità che si colleghi all'unica prospettiva reale che ha il cinema europeo di competere con lo strapotere cinematografico nordamericano. Contro ogni tendenza sbagliata e perdente all'imitazione di quei modelli produttivi e culturali Rifondazione Comunista propone l'estrema valorizzazione della molteplicità creativa e delle originalità d'ispirazione di questa particolarissima industria di prototipi che è ancora presente sia nei paesi del centroeuropea che in quelli dell'est europeo dove queste attività sono letteralmente in via di estinzione.
Nel nostro paese, in particolare, vanno rilanciate tutte le forme possibili e intelligenti di sostegno e incentivazione della produzione indipendente e della creatività degli autori; vanno eliminate le concentrazioni monopolistiche di cinema e televisione che impediscono la libera circolazione delle opere (su 110 film prodotti in Italia nel 98 hanno avuto l'uscita nazionale solo 39); va ripristinata la programmazione obbligatoria dei film italiani; va rifinalizzato e ristrutturato il Gruppo Cinematografico Pubblico recentemente ribattezzato in "Cinecittà holding"!
Ma più in generale va ribadito che il cinema è un fatto eminentemente e fino in fondo culturale. E che dunque non può essere in alcun modo lasciato a logiche e interessi di mercato. E' lo Stato, necessariamente, ad avere il compito e il dovere di intervenire per dare vita a una nuova grande politica.