precedente   prima pagina   successiva   inizio capitolo   indice generale
Programma Politico 2001 del Partito della Rifondazione Comunista
Capitolo 3: le nostre proposte
Parte 2: Le politiche strutturali
Credito

Quale premessa alle proposte programmatiche sui temi monetari e creditizi, il Prc ribadisce un giudizio fortemente negativo sulle direttrici di fondo che hanno caratterizzato il processo di unificazione monetaria europea. L'unificazione monetaria europea, così come è stata concepita nel Trattato di Maastricht e sta concretamente realizzandosi, è stata incentrata su alcuni principi di evidente impronta monetarista e liberista. I paesi membri della Ume hanno, non solo rinunciato - per il rispetto dei famosi "parametri" - a una politica fiscale di sostegno della domanda e dell'occupazione, ma hanno abdicato anche la politica monetaria alla Banca Centrale Europea, la quale la esercita esclusivamente in funzione della stabilità del livello dei prezzi. Ciò significa che anche la politica monetaria, e in particolare la manovra del tasso ufficiale di sconto, viene esercitata prescindendo del tutto dai livelli di occupazione, oltre che dalle dinamiche distributive. Si tratta di una "filosofia" di politica economica la quale implicitamente assume che il mercato sappia trovare da sé la strada per lo sviluppo e che nega un ruolo significativo all'intervento regolatore dello Stato; e che ha mostrato in questo decennio - come già più volte, e drammaticamente, nella storia - il proprio fallimento.

L'impostazione monetarista del processo di unificazione ha inoltre pesantemente condizionato l'ampia ristrutturazione del sistema finanziario italiano. L'evoluzione conosciuta dal sistema bancario e assicurativo italiano costituisce uno dei casi più gravi ed eclatanti degli effetti distorsivi delle politiche di deregolamentazione e privatizzazione che hanno caratterizzato gli anni novanta.

La ristrutturazione del sistema finanziario e dei suoi assetti proprietari sono stati pesantemente condizionati da presupposti ideologici e - coperti da questi - dai concreti interessi del grande capitale nazionale ed europeo. In tal modo, è stato consegnato al "mercato" ed ai "privati" il primato assoluto nel controllo e nella gestione di questo settore così nevralgico, negando, di fatto, un ruolo significativo a qualunque soggetto che sia (o possa essere) portatore di un interesse pubblico-collettivo e che non abbia, quindi, come propria esclusiva funzione-obiettivo la massimizzazione del profitto.

Nell'arco di un decennio è stata pressoché cancellata ogni proprietà pubblica. La funzione sociale del credito e della gestione del risparmio sono state annacquate, se non esplicitamente annullate. A questo riguardo, è da rilevare tanto l'ambiguità della funzione attualmente svolta dalle fondazioni di matrice bancaria quanto il "triste" ruolo che si sono ritagliate le autorità pubbliche italiane, attive solo come mero elemento di sostegno di questa o quella cordata imprenditoriale.

La disintegrazione della proprietà pubblica ha anche aperto il nostro sistema a gravi rischi di "colonizzazione". La ristrutturazione che ne è seguita, anche per questa ragione, è venuta caratterizzandosi come una corsa al raggiungimento di una dimensione media ritenuta idonea a ridurre il rischio di contendibilità del controllo da parte di operatori stranieri. Il processo di intense concentrazioni che ne è derivato, esclusivamente affidato ai meccanismi di mercato, sta generando una serie di "distorsioni" che non vengono denunciate da nessuna forza politica e spesso non sono note all'opinione pubblica.

Da un lato l'incremento della dimensione media delle banche ha generato un maggiore tasso di concentrazione e dunque una riduzione del grado di concorrenza, cioè un maggior potere di monopolio delle banche (risultato: la concorrenza si è intensificata solo sui segmenti "ricchi" della clientela; mentre per tutti gli altri c'è stato un generale appesantimento dei costi dei prodotti/servizi). Dall'altro i processi di concentrazione hanno anche determinato una perdita di contatto delle banche dalle realtà locali, che ha contribuito a disperdere un patrimonio professionale e a rendere sempre più difficile, costoso e razionato l'accesso al credito, soprattutto per le imprese medio-piccole.

L'effetto complessivo è stata una crescita del costo del denaro per tutte le fasce di utenza più deboli (piccole e medie imprese, lavoratori autonomi, famiglie), mentre sul piano generale è quantomeno dubbio il fatto che le concentrazioni stiano generando una crescita degli indici di produttività e redditività bancaria. In ogni caso, quello che è certo è che la ricerca dell'incremento della redditività è stata affidata, non tanto alla introduzione di innovazioni tecnologiche, quanto, piuttosto da un lato, al peggioramento delle condizioni imposte alle fasce popolari di utenza (la recente vicenda mutui rappresenta solo una delle manifestazioni più eclatanti, e non necessariamente la più grave, dello strapotere che le istituzioni finanziarie hanno nei confronti della clientela di massa e di ciò che significa affidare alle sole "regole del mercato" aspetti quali l'accesso al credito o la gestione del risparmio - finanziario, previdenziale, assicurativo); dall'altro, a una pressione sul salario e sulle condizioni di lavoro (nei rapporti di lavoro sono stati ridotti i livelli occupazionali, si sono intensificate le "esternalizzazioni" e sono peggiorate le condizioni normative e salariali, in particolare per i nuovi e i futuri assunti).

Anche sul piano territoriale il processo di ristrutturazione del capitale finanziario sta dispiegando effetti nefasti. La prova più evidente è la situazione sempre più grave in cui versa il sistema bancario del Mezzogiorno, divenuto pressoché interamente dipendente dai centri di potere del resto del paese. E' infatti proprio qui - dove dovrebbe essere concentrato ogni sforzo per sostenere lo sviluppo - che maggiormente è cresciuto il costo del credito, e il suo razionamento, per le imprese medio-piccole.

Da ultimo, il passaggio da un sistema bancario articolato e prevalentemente pubblico a un sistema concentrato e deregolamentato ha determinato una crescita del "rischio sistemico". Si tratta di una possibilità consistente, in particolare se si tiene conto, da un lato, dei complicati intrecci nelle proprietà azionarie, tra banche (e assicurazioni) e nei rapporti tra banche e imprese e, dall'altro, della crescita del ruolo giocato dal mercato finanziario e, in esso, della speculazione.

In conclusione, l'evoluzione del nostro sistema bancario sta determinando politiche monetarie restrittive, tentativi di incremento dei margini di profitto a scapito dei lavoratori e della clientela, razionamento del credito alle imprese medio-piccole e alle nuove imprese, ulteriore ritardo del sistema produttivo meridionale, crescita del rischio sistemico.

Questo processo va arrestato e letteralmente invertito, in tutti i suoi aspetti.

Altrove affrontiamo il tema complessivo di un generale ripensamento del processo di integrazione europea. Qui ci limitiamo ad affermare che, in questo ambito, è fondamentale che si affermi la necessità che le autorità di politica monetaria assumano, come prioritari, obiettivi di sviluppo e pieno impiego (anziché obiettivi antinflazionistici e di cambio) e che operino conseguentemente mediante la riduzione del costo del credito e l'allargamento della base monetaria. Ugualmente necessario è che si rafforzino gli ambiti di autonomia già riconosciuti alle banche centrali nazionali all'interno del sistema della Banca centrale europea (attraverso normative nazionali e proposte a livello comunitario).

Sul piano nazionale andranno, comunque, ridefiniti, potenziati e rinnovati gli strumenti pubblici d'indirizzo, controllo e intervento sul sistema finanziario, creditizio ed assicurativo, allo scopo di garantire un più equo e democratico sviluppo del settore finanziario, di correggere le distorsioni presenti nei processi di selezione e destinazione del credito e di riaffermare la sua fondamentale funzione sociale.

In merito ai processi di ristrutturazione e consolidamento essi andranno valutati sulla base degli interessi del paese, delle collettività locali, dei lavoratori e dell'utenza; e sottratti a una logica che risponde soltanto agli interessi del grande capitale, della speculazione finanziaria, di ristretti gruppi dirigenti. Vanno impediti quando producano un eccessivo grado di concentrazione (anche mediante efficaci normative antitrust) e/o pesanti ricadute occupazionali; comportino un ulteriore drenaggio di risorse dalle aree più deboli del paese (ed in primo luogo dal Mezzogiorno) verso quelle più forti; o determino un'internazionalizzazione del settore (pure necessaria) puramente passiva e subalterna.

Politiche di accesso agevolato al credito devono essere sviluppate, in collegamento con il rilancio di un piano d'investimenti pubblici, in particolar modo nei nuovi settori individuati nell'ambito delle politiche industriali (settoriali e/o territoriali).

La creazione di nuove imprese e di nuova occupazione andrà promossa attraverso un adeguato rifinanziamento di tutti gli esistenti strumenti legislativi ed operativi già esistenti e attivando nuovi strumenti sia finanziari (tassi agevolati) che operativi (servizi e garanzie). In particolare devono essere sostenute società cooperative, imprese no-profit, imprenditoria giovanile e femminile, piccole imprese e lavoro autonomo.

Altre misure di democratizzazione dell'accesso al credito possono essere introdotte favorendo il ricorso a prestiti a medio-lungo termine e creando le condizioni affinché il credito venga concesso basando le valutazioni, non solo sulle garanzie reali, ma anche e soprattutto sulla validità dei progetti d'investimento finalizzati allo sviluppo economico e sociale del territorio.

Nell'ambito delle politiche di tutela della clientela deve essere garantita la massima oggettività e trasparenza nel sistema dei controlli. In particolare, al fine di tutelare le fasce di utenza più deboli (piccole imprese, artigiani, famiglie), vanno ampliate le normative atte a colmare le asimmetrie informative ed operative fra banche e clientela.

Oltre a rafforzare e a rendere rigorose e trasparenti le attività delle autorità di vigilanza (Banca d'Italia e Isvap), deve essere prevista l'istituzione di un Osservatorio pubblico sul costo e la qualità dei servizi finanziari, con poteri sanzionatori e di controllo. In esso devono trovare adeguata rappresentanza, oltre all'Abi, rappresentanze dei consumatori, dei lavoratori, delle piccole e medie imprese, dei lavoratori autonomi. Compiti dell'Osservatorio dovranno essere, tra gli altri: il monitoraggio dei costi dei vari prodotti/servizi finanziari; la definizione di standard minimi di efficienza e di costi massimi per l'utenza relativamente all'erogazione di servizi "sociali e pubblici". Nel campo d'indagine dell'Osservatorio devono essere ricomprese anche le attività del Bancoposta; e a questo riguardo è necessario definire una strategia complessiva per le attività finanziarie dell'operatore Poste (Bancoposta) che non risponda solo a logiche aziendali ma a finalità di interesse generale, garantendone ovviamente il mantenimento del controllo nell'area pubblica.

Particolare attenzione andrà dedicata anche alla regolamentazione di un settore in forte espansione, quale l'e-banking (vendita on line di prodotti finanziari), in modo tale che le opportunità di sviluppo non vadano ad esclusivo vantaggio degli operatori finanziari e non introducano ulteriori disparità di trattamento e distorsioni nel processo di allocazione del credito e di gestione del risparmio.

Per evitare, in futuro, il riproporsi della vicenda "mutui", la legge deve prevedere l'obbligo di rinegoziazione automatica delle condizioni (a costi ridotti e prefissati) qualora il tasso concordato alla firma del contratto venga a trovarsi al di sopra della soglia "usuraria".

Il processo di liberalizzazione delle tariffe (RC Auto) deve essere attentamente monitorato e finalizzato a calmierare i costi per l'utenza. Vanno pesantemente sanzionati i cartelli tra società ed impediti aumenti delle tariffe superiori al tasso d'inflazione programmato.

Per quanto attiene al risparmio previdenziale, il Prc ribadisce un giudizio estremamente negativo sulla "controriforma" del sistema previdenziale pubblico e sulla legge istitutiva dei Fondi Pensione. In ogni caso, in tale contesto, va per lo meno affermato il principio che, non necessariamente, le forme di risparmio previdenziale complementare "a capitalizzazione" debbano essere gestite da privati e secondo logiche strettamente di mercato. Proponiamo, pertanto, l'istituzione presso l'Inps (o altro ente pubblico) di un Fondo per la Previdenza Complementare, connotato da precisi indirizzi gestionali, al quale possano liberamente aderire lavoratori di ogni categoria.

Anche nel settore delle esattorie, come più volte denunciato dal Prc, la riforma che ha, di fatto, privatizzato la riscossione delle imposte sta producendo gravi danni sia agli utenti che all'erario, determinando nel contempo una pesante caduta del controllo pubblico sull'attività esattoriale.

Le macroscopiche disfunzioni dell'attuale sistema (con commissioni di riscossione fino al 30%) costituiscono evidenti prove dei guasti derivanti dalla dissennata privatizzazione della raccolta di denaro pubblico.

E' necessario, quindi, rivedere profondamente la legge di riforma e richiedere, da subito, un serio controllo sui Concessionari attraverso il recupero delle finalità che caratterizzano la legge istitutiva del Consorzio nazionale concessionarie e contrastando il depauperamento del patrimonio tecnico-funzionale di questa azienda.

Per tutelare i lavoratori del settore, è necessaria la revisione della legislazione che regola cessioni di attività/rami d'azienda (e in particolare l'art. 47 della Legge 428 del 29/12/90), che viene utilizzata per sospingere i lavoratori coinvolti in tali processi verso uno strutturale peggioramento del loro trattamento normativo e salariale e/o la perdita dei diritti sindacali, nel caso di trasferimento in aziende con meno di quindici dipendenti. Sono queste, naturalmente, esigenze di carattere generale ma che, in questi anni, acquisiscono una particolare rilevanza proprio con riferimento ai processi di ristrutturazione in atto nel settore creditizio ed assicurativo. Processi che vengono attivati da soggetti che, in genere, presentano bilanci floridissimi, che sono stati, nel recente passato, "assistiti" con denaro pubblico e che hanno l'esplicito scopo di diminuire il costo del lavoro. Per le società appartenenti a gruppi bancari ed assicurativi che abbiano significativamente diminuito i propri livelli occupazionali attraverso cessioni di attività/rami d'azienda e/o ricorrendo al "Fondo esuberi bancari" (o ad ammortizzatori sociali a carico dello Stato) va inibita, per tre anni, la possibilità di ricorrere a forme di assunzione attraverso "contratti atipici" beneficiando delle relative agevolazioni contributive pubbliche.

Occorre inoltre ricomprendere i rischi per le lavoratrici ed i lavoratori, derivanti da fatti criminosi svoltisi all'interno dei luoghi di lavoro (rapina), tra le materie disciplinate dalla legge 626.

Infine, deve essere attentamente seguita l'evoluzione del sistema bancario - tanto in relazione alla crescita della dimensione media delle banche quanto alle relazioni tra di esse - e del mercato finanziario per scongiurare una crescita significativa del rischio sistemico. A questo riguardo, deve essere proposta, su scala Europea, l'introduzione di una Tobin tax.

(revisionato il 27 aprile 2001)

 precedente   prima pagina   successiva   inizio pagina   indice generale