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Programma Politico 2001 del Partito della Rifondazione Comunista
Capitolo 3: le nostre proposte
Parte 2: Le politiche strutturali
Per una nuova politica di intervento pubblico

L'Italia ha guadagnato nel corso dello scorso decennio un triste primato mondiale nel campo delle privatizzazioni, per la loro entità, rapidità e diffusione. Il Prc ha contrastato in tutti questi anni questa tenace politica di dismissioni, avvenuta sotto la spinta dei poteri forti internazionali e sull'onda di una campagna ideologica, dietro la quale hanno agito corposi interessi privati nel nostro paese.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Si sono privatizzati settori nevralgici (come il credito, l'energia, le telecomunicazioni) e infrastrutture (autostrade, aeroporti, reti); si sono privatizzate e svendute imprese strategiche (come Telecom, Eni, Enel) ed estremamente redditizie. Avanzate con la pretesa di fornire servizi più efficienti e a prezzi più bassi, le politiche di privatizzazione e liberalizzazione hanno invece creato nel nostro paese numerose sacche di monopolio privato ed evidenti comportamenti collusivi e di cartello (si pensi a quanto accaduto, per esempio, nel settore assicurativo, bancario o petrolifero). In tal modo, anziché affrontare il nodo reale dell'efficienza del nostro sistema di servizi, si sono generate sacche di rendita privata, a scapito dell'occupazione e dei lavoratori e dei cittadini, in quanto utenti e consumatori.

Ma il paese ha sofferto del generale ridimensionamento dell'intervento dello Stato sotto molti altri aspetti. Nel corso del decennio sono caduti verticalmente gli investimenti pubblici in ogni ambito. Il sistema della ricerca scientifica ha subito un'ulteriore drastica contrazione. Nell'ambito della politica industriale, poi, lo Stato ha semplicemente abbandonato il campo. Al di là delle privatizzazioni, ogni scelta nel campo della produzione, delle sue finalità e delle modalità del suo svolgimento, è stata completamente subordinata alla massimizzazione del profitto delle imprese, sulla base del presupposto che queste avrebbero poi realizzato i necessari investimenti. Ogni strumento è stato piegato a questa logica: nel campo della politica fiscale e di bilancio dello Stato, riducendo il carico fiscale sui profitti; nel sistema della concertazione, comprimendo salari e costo del lavoro; nel mercato del lavoro, liberalizzandolo; nel campo delle sovvenzioni, dove l'Italia, come ci rimprovera l'Ue, è il paese che al contempo più sovvenziona l'industria (32000 miliardi nel 1999) e meno pone condizioni e controlli su tali finanziamenti.

Il risultato di queste politiche è stato semplicemente un'imponente ridistribuzione del reddito a favore dei profitti. I profitti sono infatti aumentati, costantemente nel corso di tutto il decennio, e in alcuni anni in modo formidabile; ma anziché essere reinvestiti nell'innovazione produttiva e in nuove occasioni di lavoro, hanno assunto la forma di rendite finanziarie, partecipando in tal modo alla insensata espansione della bolla speculativa sui mercati mondiali, impoverendo anche il paese di fondamentali risorse (dal 1990 circa 200 mila miliardi sono fuoriusciti dall'Italia). Gli investimenti, invece, sono caduti verticalmente (l'Italia ha registrato nel decennio un tasso di crescita negativo nell'accumulazione di capitale fisso: -0,2% come media complessiva negli anni 90).

Abbandonato alle forze del "mercato" e della nostrana classe imprenditoriale, privo di ogni reale disegno strategico, il sistema produttivo del paese, è dunque evoluto verso una logica finanziaria e priva di prospettive. Appesantito, da un lato, da sacche crescenti di parassitismo monopolistico, esso si caratterizza per essere sempre più marginale e dipendente dai grandi oligopoli internazionali nei settori tecnologicamente ed economicamente strategici e innovativi (chimica, farmaceutica, informatica, telecomunicazioni, aerospaziale, nuovi materiali, agroalimentare, ecc.); rigidamente specializzato in settori maturi e in segmenti della produzione strutturalmente esposti alla concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro; fondato su un reticolo di piccole e piccolissime imprese, spesso semplici subfornitrici, dotate di scarsa autonomia dalle grandi imprese appaltatrici e dai grandi monopoli interni e internazionali, e costrette a perseguire una strategia di continua riduzione dei costi. Un sistema, dunque, strutturalmente incapace di produrre una domanda di lavoro adeguata alle possibilità e alle necessità del paese, sul piano quantitativo e qualitativo.

Nel complesso gli anni 90 ci consegnano una situazione dell'occupazione deteriorata, con un tasso di disoccupazione ancora a due cifre e tra i più alti in Europa; una crescita del lavoro nero e in generale del lavoro povero, precario e privo di tutele; un tasso di occupazione della popolazione in età lavorative tra le più basse tra tutti i paesi industrialmente avanzati, che penalizza soprattutto le donne (il cui tasso di partecipazione al mercato del lavoro in Italia supera di poco il 34%), i giovani e le popolazioni meridionali.

Nasce da qui, da questa esperienza concreta, dai pericoli e dai guasti che ci consegna, la necessità di perseguire una linea nettamente diversa dalle scelte compiute in questi anni, di privatizzazione di ogni spazio pubblico e di deregolamentazione di ogni settore.

Alcune scelte e alcune soluzioni nel campo della politica industriale e degli assetti proprietari non possono che essere affrontate a livello internazionale e, in primo luogo, a livello europeo. Noi riteniamo, d'altra parte, che in Europa si pongano problematiche in ampia misura simili a quelle che abbiamo denunciato nel nostro paese; e un'uguale necessità di una radicale alternativa rispetto agli indirizzi che sono prevalsi negli anni 90. In un caso e nell'altro si tratta, in definitiva, di democratizzare le grandi scelte inerenti la vita economica; di creare un nuovo spazio pubblico con poteri di determinazione e orientamento sulle grandi decisioni produttive.

Altrove affrontiamo altre questioni relative alla necessaria revisione dei trattati europei e ai mezzi anche immediatamente disponibili per rilanciare un nuovo intervento pubblico su scala europea. Nell'ambito di tale revisione del processo di unificazione è comunque per noi imprescindibile una profonda revisione dell'intero complesso di normative nazionali ed europee che attualmente regolano materie come: la deregolamentazione e la privatizzazione nei settori strategici e nei servizi pubblici essenziali, i movimenti di capitale, gli investimenti diretti all'estero, le acquisizioni e le fusioni, il decentramento produttivo, il commercio estero. La libertà pressoché assoluta concessa al capitale nega infatti in radice la possibilità di un governo democratico delle trasformazioni in corso.

Non si tratta di negare la crisi - e la degenerazione - delle precedenti forme di intervento pubblico. Si tratta di opporsi all'irresponsabile e interessata confusione istituita tra politiche pubbliche, corruzione e "assistenzialismo". Si tratta di affermare la possibilità di dare risposte nuove e diverse a quella crisi: riformando profondamente l'insieme degli apparati pubblici, potenziandone il carattere democratico, in modo da garantirne modalità di funzionamento efficaci, trasparenti e da consentire in essi una diffusa partecipazione e un reale controllo collettivo. Si tratta soprattutto di riaffermare il diritto e il dovere da parte dei poteri pubblici di intervenire in tutte le attività economiche e le scelte produttive nelle quali l'interesse privato impedisce il perseguimento di fondamentali finalità pubbliche.

Nell'immediato, sarà perciò un nostro compito far vivere e crescere tra i lavoratori e i cittadini un grande movimento di opinione e di interessi che contrasti i paventati, ulteriori programmi di privatizzazione di aziende e infrastrutture pubbliche, proposti tanto dal centrodestra che dal centrosinistra, per promuovere finalmente un ampio e libero dibattito democratico sulla radicale e regressiva rivoluzione degli assetti proprietari in corso.

Nell'ambito delle attività già privatizzate, il governo e tutte le autorità preposte vanno richiamate al loro dovere di esercitare a pieno e con fermezza i propri poteri di regolazione e controllo in materia di tariffe e di disciplina anti-monopolistica, sanzionando con durezza gli abusi e i comportamenti monopolistici e collusivi. Per garantire ciò, l'attività delle autorità di vigilanza e regolamentazione deve essere riportata sotto il controllo del Parlamento (e non dell'esecutivo o di poteri tecnocratici) e resa realmente trasparente; e in esse deve essere garantita la presenza di rappresentanze dei consumatori-utenti e dei lavoratori delle società interessate.

Il Prc ha anche presentato nella passata legislatura un disegno di legge che dispone l'utilizzo dei ricavi delle privatizzazioni per finanziare, invece che mere esigenze di cassa, progetti di ricerca e di sviluppo di prodotti innovativi, fino allo stadio "precompetitivo" (come consentito anche dai trattati europei); e l'istituzione di un comitato che definisca i criteri e gli obiettivi di interesse generale cui si devono attenere i membri dei consigli di amministrazione espressione della residua proprietà pubblica in società privatizzate (come Eni, Enel, Telecom), per porre fine alla loro acquiescenza verso una conduzione dell'impresa volta unicamente alla realizzazione del massimo profitto, a scapito del lavoro, dei consumatori e delle prospettive future del paese.

Fermo restando che, in certi casi, è comunque più che ragionevole ritenere necessaria la predispozione di piani di riacquisto di ciò che è stato privatizzato: in primo luogo, nell'ambito delle infrastrutture, che costituiscono in molti casi monopoli naturali illegittimamente privatizzati. Senza proprietà pubblica è infatti più difficile il perseguimento di obiettivi sociali e di interesse collettivo, non necessariamente o non immediatamente profittevoli, come ad esempio, la localizzazione di attività in aree depresse, la fornitura di servizi in condizioni di scarsa economicità, la scelta di intraprendere costosi piani di riconversione produttiva per fini di tutela ambientale, la promozione di settori ad elevato valore aggiunto o a redditività differita o indiretta.

Tuttavia, anche prescindendo dalla proprietà pubblica, lo Stato detiene comunque un insieme di leve - norme e poteri di regolazione, fisco, domanda pubblica, spese in formazione, servizi e ricerca pubblica - che possono essere utilizzate per incidere con efficacia sull'intero sistema, soprattutto se esse vengono finalizzate in modo coerente al perseguimento di obiettivi chiaramente identificati e collettivamente condivisi.

Questi strumenti vanno utilizzati per sostenere un nuovo piano generale di trasformazione e innovazione del nostro sistema produttivo. Una nuova azione programmatrice pubblica, da determinarsi e realizzarsi anche con il concorso dei privati, ma soprattutto democraticamente, anche in forme decentrate sul territorio, e che abbia al suo centro, in primo luogo, un grande impegno pluridecennale di riconversione ambientale.

L'Italia ha assoluta necessità di identificare alcuni assi di sviluppo innovativi, per sottrarsi a uno sviluppo sempre meno autonomo e sempre più incentrato sulla ricerca di una competitività di costi, che sospinge il paese verso un imbarbarimento progressivo dei rapporti sociali, e che è insostenibile nel medio periodo: sul piano economico, sociale, territoriale e ambientale.

Dall'individuazione di questi nuovi assi di sviluppo dipenderà perciò tanta parte del carattere della nostra futura società e anche, interamente, per il nostro paese la possibilità di sviluppare una presenza qualificata a livello internazionale in settori innovativi, ad alto contenuto tecnologico e di sapere, e dunque un'occupazione nuova e di qualità.

Noi riteniamo che tra questi vi siano i campi connessi alla salute e al benessere della popolazione, alla cura delle persone, ai risanamenti ambientali, al risparmio energetico e allo sviluppo delle fonti energetiche alternative, alle produzioni pulite, al risanamento del territorio e alla riqualificazione del tessuto urbano, alla valorizzazione e allo sviluppo del patrimonio artistico e culturale. Intrecciati a questi, altri settori, come il sistema dei trasporti, il complesso delle telecomunicazioni e lo stesso comparto agroalimentare, hanno anch'essi forti potenziali innovativi, capaci di introdurre modificazioni qualitative sull'intero sviluppo sociale.

In questi ambiti devono essere concentrate risorse e capacità, per sviluppare un complesso di saperi, capacità professionali, servizi, tecnologie; e attorno a queste sostenere lo sviluppo di un nuovo sistema di attività produttive e una nuova occupazione.

(revisionato il 26 aprile 2001)

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