Una componente centrale delle politiche pubbliche di trasformazione e innovazione del nostro sistema produttivo non può che riguardare il campo dei saperi, delle nuove tecnologie e la formazione umana, nel senso più ricco e moderno del termine.
La pervasività della conoscenza nel nuovo paradigma produttivo (dal complesso tecnico-scientifico alla raccolta-elaborazione-gestione di informazioni/dati) mostra come il sistema dei saperi e della ricerca scientifica abbiano assunto una centralità sempre maggiore nel determinare caratteristiche decisive del futuro delle nostre società.
La rivoluzione tecnologica in corso, in forme sempre più accelerate, sta modificando la base stessa della vita degli individui, e i rapporti tra classi, società, popoli, attività economiche e istituzioni.
I nuovi saperi, le nuove tecnologie sono strumenti contraddittori. Lo sperimentiamo ogni giorno. La loro crescita può aprire nuove opportunità, contribuire ad alleviare o eliminare sofferenze prodotte dalle malattie o dalla povertà; e in parte ciò è avvenuto, se pure nel prevalente interesse di ceti e Paesi privilegiati. Il loro sviluppo potrebbe anche ridurre il tempo di lavoro necessario e la sua fatica e aprire nuove libertà nel lavoro e dal lavoro. Ma nel loro tipo attuale di sviluppo e applicazioni, che sfugge largamente al controllo democratico e riproduce su altra scala il disastro della spoliazione capitalistica di interi continenti avvenuta nei secoli scorsi, esse stanno anche creando nuovi pericoli, nuove miserie, nuove forme di analfabetismo e di esclusione, nuove gerarchie sociali.
La tecnologia bellica assorbe enormi risorse, rivoluzionando i sistemi di difesa e offesa, e contribuisce all'imbarbarimento della società e dei rapporti tra nazioni e popoli. L'espansione del campo delle biotecnologie, con le manipolazioni genetiche sul vivente, costituisce un esempio, anche se forse il più impressionante, del carattere estremo di nuova frontiera che viene assumendo la ricerca scientifica. La volontà di sussumere questa regione del sapere e della tecnica sotto il dominio prevalente della proprietà privata e del mercato rappresenta, invece, una delle manifestazioni più evidenti delle aberrazioni prodotte dal sistema capitalistico contemporaneo e dei pericoli e delle irrazionalità che possono essere insite nello stesso sviluppo tecnico-scientifico, se esso non viene sottratto alla logica totalitaria della mercificazione e della privatizzazione di ogni ambito della vita.
Sul controllo, lo sviluppo e l'utilizzazione dei nuovi saperi e delle nuove tecnologie va perciò aperta nel nostro paese, come in tutto il mondo, una grande battaglia democratica, per riportare la ricerca - la sua promozione, il suo finanziamento, la sua gestione - sotto il controllo di poteri pubblici democratici, sopranazionali e nazionali.
In questo contesto, il primo compito di uno Stato democratico è quello di potenziare il sistema dell'istruzione e della formazione pubblica, per dotare ogni cittadino di un ampio sistema di saperi e strumenti critici che facilitino il suo approccio alla valutazione delle novità tecnico-scientifiche. A questo scopo sarebbe necessario avviare una vera e propria campagna di democratizzazione delle conoscenze, anche orientando i media a una pratica di informazione meno spettacolare e più critica, più volta a preparare la collettività all'uso degli strumenti di partecipazione che è necessario costruire.
Il secondo compito di uno Stato responsabile è quello di potenziare la ricerca pubblica. Il carattere pubblico della ricerca risulta in diversi settori fondamentale e imprescindibile, come ad esempio nella ricerca di base. Il carattere pubblico della ricerca è anche un forte antidoto all'appropriazione privata del sapere, in molti casi illegittima e comunque socialmente irrazionale. Il carattere pubblico della ricerca costituisce inoltre uno strumento fondamentale di orientamento nello sviluppo sociale complessivo del paese. Dall'entità, dalla qualità e soprattutto dalla finalizzazione della ricerca dipenderà, infatti, in modo determinante tanta parte del futuro del paese e delle sue prospettive di riforma e cambiamento in campo economico, sociale, ambientale, e ovviamente, culturale.
L'Italia, viceversa, riduce sistematicamente da anni l'entità delle risorse destinate alla ricerca, in assoluto e in rapporto agli altri paesi industrializzati (spendiamo in ricerca la metà della media dei paesi Ocse: l'1,02% del Pil, la media europea è al 2,4%); mortifica i nostri ricercatori o li costringe a emigrare per poter continuare a coltivare la propria attività; tende sempre più a subordinare la ricerca alle sollecitazioni provenienti dall'attuale sistema di imprese, piegando questa leva strategica dello sviluppo del paese al servizio di interessi di parte.
Affermare la necessità di un controllo democratico sulla ricerca, non vuol dire naturalmente mettere in discussione il principio fondamentale della libertà della ricerca. Tuttavia, la politica ha il ruolo di esigere dai ricercatori che, nella loro libertà di ricerca, la loro autonomia sia temperata dal senso di responsabilità. La ricerca stessa e la sua applicazione, in alcuni campi può determinare pericoli per la salute o per altri diritti delle persone. In questi casi la politica non può abdicare alla responsabilità di indicare limiti e scelte e di sforzarsi di acquisire previsioni sulle conseguenze della ricerca stessa; e nella valutazione di utilità e rischi va comunque applicato il principio di precauzione. Naturalmente, quando la ricerca è finanziata da privati, essa deve comunque sottomettersi a verifiche di compatibilità.
La libertà di ricerca, affermata in linea di principio, è d'altra parte messa in discussione di fatto dalla crescente subordinazione a interessi privati, che è pratica corrente, anche nelle stesse strutture pubbliche, in seguito a precise direttive del Governo. La committenza privata comporta un orientamento ad applicazioni commerciali, spesso limitanti e non compatibili con l'interesse della società e con la esigenza di equo accesso ai risultati. Inoltre, oltre che sbagliato in radice, il sistema ha funzionato in maniera stentata, perché le commesse sono in realtà scarse, essendo l'industria italiana notoriamente impegnata ad affrontare la competizione internazionale più con i bassi salari che con l'innovazione.
Controllo democratico, vuol dire anche promuovere una partecipazione democratica, in uno scambio tra comunità scientifiche e società civile, per discutere quali ambiti siano portatori di un connotato socialmente e ambientalmente progressivo e dunque meritevoli di essere privilegiati. Sta al sistema politico di creare, nel raccordo tra istituzioni politiche, culturali e rappresentanze di movimenti ed associazioni che esprimono istanze rilevanti nella società, in primo luogo quelle legate alla questione di genere, uno spazio pubblico di dibattito e decisione, al quale siano sottoposte anche le ricerche private o finanziate dal privato.
Nel finanziare e promuovere la ricerca, la politica deve valutare le priorità. Noi riteniamo che tra queste vi siano i campi connessi alla salute e al benessere della popolazione, alla cura delle persone, ai settori di sviluppo individuati nell'ambito di coerenti politiche industriali e sociali, al risanamento ambientale, al risparmio energetico, alle produzioni pulite. In ogni ambito, ma in questi in particolare, deve essere garantita un'equa possibilità di accesso ai risultati.
Occorre dunque potenziare e qualificare il sistema di ricerca pubblico. A tal fine è necessario che:
Siamo altresì convinti che vada garantito uno spazio per la manifestazione e la soddisfazione di esigenze del territorio. Vanno per questo superate le attuali forme centralistiche di governo della ricerca, per pervenire alla costruzione di efficienti organismi rappresentativi di area, che sappiano individuare e perseguire le finalità sociali e ambientali espresse a livello locale e regionale, allo scopo di inserirle efficacemente nel contesto nazionale, europeo e internazionale.
Il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), in particolare, rappresenta, unitamente a vari altri enti di ricerca, un importante patrimonio che va difeso e ulteriormente valorizzato e sviluppato sulla base di tali principi, pervenendo a una sua strutturazione che esalti l'autonomia degli organi decentrati di ricerca e preveda al tempo stesso le idonee sedi di coordinamento disciplinare ed interdisciplinare.
Non possiamo non denunciare, d'altro lato, la grave situazione in cui si trova ormai da molti anni l'Ente per le Nuove tecnologie, l'Energia e l'Ambiente (Enea), il secondo ente pubblico di ricerca italiano. L'attuale situazione dell'Enea rispecchia la più generale situazione della ricerca pubblica in Italia, caratterizzata da un'estrema scarsità di finanziamenti pubblici e incertezza sui programmi e sulle strategie di fondo, che fanno della ricerca pubblica italiana la cenerentola nell'ambito dei paesi sviluppati. Per anni l'Enea ha potuto contare su un finanziamento statale annuo di 450 miliardi (contro i 1000 di 15 anni fa), sufficienti solo agli stipendi e al funzionamento "a vuoto" dei centri e delle sedi. Si è accentuata, in tal modo, la sua subordinazione agli interessi dell'industria privata, la sua "aziendalizzazione" e privatizzazione strisciante, che si manifestano, oltre che nella scelta degli argomenti di ricerca imposti dalle commesse, anche con partnerships industriali, joint-ventures, società miste. Il recente finanziamento di 200 miliardi stanziato dal governo per ricerche sulla tecnologia dell'idrogeno, sul solare fotovoltaico e altre tecnologie solari è un primo passo nella direzione giusta, per non disperdere e mortificare il patrimonio, inestimabile per il nostro paese, di capacità professionali e di risorse presente nell'Enea nel campo delle ricerche tecnologiche, ambientali, climatiche, energetiche, biomediche, bioagricole. Preservare e rilanciare l'Enea, metterlo al servizio del paese, significa dotarlo di un piano coerente e di finanziamenti pubblici certi. Significa altresì rivedere profondamente l'organizzazione del lavoro, eliminando la precarietà, e permettendo al personale di ricerca di avere certezza nella continuità del proprio lavoro, unica garanzia al mantenimento delle conoscenze e delle competenze scientifiche.