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Programma Politico 2001 del Partito della Rifondazione Comunista
Capitolo 3: le nostre proposte
Parte 2: Le politiche strutturali
Agricoltura

Siamo, ormai, nel pieno di una crisi alimentare senza precedenti. Le tante emergenze in corso sono il manifestarsi in forma concreta degli effetti dell'impazzimento del sistema di mercato imposto all'agricoltura. Si mostrano in tutta la loro evidenza, così, gli esiti di scelte che, in nome del primato neoliberista, hanno voluto anche la produzione del cibo asservita alla logica del massimo sfruttamento delle risorse sacrificando a essa qualsiasi altro interesse: quello dell'ambiente, della salute, del lavoro.

Quello agroalimentare è uno dei settori sui quali ha un maggiore impatto l'attuale modello di sviluppo capitalistico: l'elevatissimo tasso di concentrazione nella produzione e nella distribuzione, acquisito dalle grandi multinazionali del settore, è stato realizzato a spese del contenuto di lavoro, cultura e socialità che ha tradizionalmente caratterizzato la produzione alimentare, per ottenere un prodotto dalle caratteristiche standardizzate al servizio del massimo profitto sul mercato.

E' stata così imposta un'idea di agricoltura finalizzata alla produzione per le esportazioni, da realizzarsi sui mercati ricchi; e che si svincola dalla relazione con il territorio e con la storia, con i processi secolari che hanno prodotto i cibi in relazione con i consumi espressi dalle culture territoriali. Un'agricoltura piegata alle esigenze dell'impresa che, in nome dell'assoluta preminenza del "mercato", riconosce all'intervento pubblico soltanto il compito di elargire incentivi e finanziamenti, magari da conquistarsi a ogni calamità o a ogni congiuntura sfavorevole, senza riconoscere alcuna responsabilità sociale all'attività privata e, quindi, senza controlli: fuori da ogni primato dell'interesse collettivo alla salute e alla qualità del lavoro.

E' questa, in una parola, l'agricoltura, voluta da questa forma del capitalismo mondializzato, che utilizza le stesse crisi che produce per rafforzare e concentrare ulteriormente il suo sistema di potere.

La crisi legata alla Bse, ad esempio, tocca particolarmente la condizione dei consumatori, perché agisce in un sistema di consumi alimentari già profondamente modificato, piegato all'uso pesante di proteine animali, e funzionale agli interessi dell'agricoltura continentale europea, cioè della produzione agricola senza terra e ad alto profilo industriale. L'allevamento, in questo caso, è stato reso uguale a una qualsiasi catena di produzione industriale. La produzione animale europea è ormai essenzialmente industria di trasformazione di materie prime importate: gli animali sono spinti a rese esagerate e innaturali: le proteine vegetali per la loro alimentazione non bastano più e si ricorre all'uso di quelle animali per aumentare la resa di bovini, maiali, polli, etc; l'allevamento è stato totalmente slegato dalla terra. La crisi attuale non è che è una delle tante, che si annunciano ricorrenti e hanno la forma del lungo periodo: si pensi a ciò che stanno determinando la mancata redditività delle produzioni ortofrutticole mediterranee e l'indebitamento delle aziende agricole meridionale. Essa avviene inoltre in un vuoto di rappresentanza dei soggetti che operano nel settore, che è legata alla sostanziale condivisione della competitività come caratteristica del governo del settore; e mette a nudo la mancanza reale di un progetto alternativo capace di darle sbocco fuori dalla contingenza e oltre la semplice rivendicazione dello stato di crisi. Anzi sembra prevalere, in questo quadro, la via che ancora una volta sceglie il mercato: quella di farne pagare i costi ai soggetti più deboli: le famiglie, i lavoratori, gli agricoltori.

Si riprodurrebbe, così, la regola dell'organizzazione del mercato agroalimentare che accumula in alto (mangimifici, multinazionali agroalimentari, grandi concentrazioni commerciali, ecc.) i profitti dell'intera filiera della produzione; e scarica in basso rischi e costi.

Si può agire in questa crisi lavorando per ricomporre una vasta platea di soggetti e interessi, che fino ad ieri sono stati divisi e frammentati, denunciando il fallimento del modello agricolo neoliberista e chiamando gli agricoltori, i tecnici, i lavoratori della filiera allargata, gli operatori della ricerca, i cittadini a rivendicare un'agricoltura fuori dall'attuale sistema di dominio agroalimentare, ripartendo dal territorio, dal lavoro, dalla qualità degli alimenti. Si può agire nella crisi di rappresentanza del mondo agricolo ponendo insieme il generale avanzamento dei salari e dei redditi agricoli, con il fine di valorizzare la funzione realmente produttiva contro i processi di finanziarizzazione o l'accumulazione destinata alla rendita. Si può farlo assumendo il primato dell'interesse collettivo, a partire dalla certezza della sicurezza alimentare e dalla conservazione del territorio; in definitiva rivendicando un'altra agricoltura fatta non per i sudditi del mercato ma per un altro sviluppo socialmente riconosciuto: che preveda una diversa distribuzione della terra (invertendo l'attuale tendenza alla concentrazione proprietaria), un governo dell'offerta, il rispetto dei cicli naturali, forme di conduzione basate sulla valorizzazione e la qualità del lavoro e non sul profitto.

Per arrivare a questo occorre però fissare alcuni punti, fondamentali per un nuovo modello della produzione del cibo, della sua distribuzione e del suo consumo e per una riforma della politica agricola che realizzi la "coesistenza pacifica" delle agricolture del pianeta, riaffermando, in contrasto radicale con la logica della globalizzazione, il principio della sovranità alimentare.

Questo principio può essere perseguito solamente attraverso la reintroduzione della possibilità di porre vincoli alle importazioni. Ciò vale soprattutto per i paesi meno avanzati e per i prodotti alimentari di base. Poiché, infatti, il sostegno al reddito è un privilegio dei paesi più avanzati, attraverso l'apertura forzata dei mercati alle importazioni si determina una inevitabile - ed insostenibile - pressione sui prezzi dei prodotti locali, e quindi sui redditi dei produttori. Le disparità di sviluppo possono dunque essere colmate solo attraverso una necessaria protezione del mercato e della produzione interni, che consente anche di ricostruire l'intero ciclo del prodotto alimentare e, quindi, di controllarne la qualità. Il conseguente riequilibrio dei prezzi, e di conseguenza dei redditi, permette inoltre una migliore distribuzione interna delle risorse a favore delle zone svantaggiate e di cicli produttivi multifunzionali utili all'ambiente ed all'occupazione.

In definitiva l'agricoltura deve essere mantenuta fuori dalle logiche liberiste dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc o Wto), per promuovere, al contrario, la sovranità alimentare dei territori.

Per questo oggi è fondamentale rispondere all'emergenza originata dalla Bse, fuori dalla logica dei due tempi e in modo da costruire le condizioni per un nuovo corso.

Per fare ciò è necessario definire alcuni punti su cui è possibile costruire un percorso unitario per uscire dalla crisi e per riformare radicalmente la politica agricola.

Introdurre un radicale cambiamento nelle politiche agricole europee.

La spesa agricola europea è orientata attualmente a finanziare l'agricoltura industriale, a rafforzare così il modello continentale e a spostare fuori dall'Europa le produzioni mediterranee. L'effetto previsto è quello di espellere entro il 2005 un milione e duecentomila aziende agricole nell'area dell'Europa del Sud (settecentomila addetti in Italia). Il cambiamento radicale degli orientamenti della spesa può essere utilizzato come leva per modificare l'impianto imposto a Maastricht e i suoi effetti in agricoltura. La spesa deve essere ridistribuita destinandola: per un terzo al lavoro (introducendo un parametro che consideri e valorizzi le unità di lavoro per unità di prodotto), favorendo così le attività agricole realmente produttive; per un terzo alla qualità, premiando gli standard di sicurezza e il raggiungimento di una qualità media delle produzioni; per un terzo al territorio, riconoscendo il ruolo decisivo dell'azienda agricola nel lavoro di manutenzione e cura del territorio e nella salvaguardia dell'ambiente, anche in aree non competitive.

Riaffermare il primato dell'interesse pubblico su quello del mercato.

Ciò significa affermare la prevalenza dell'interesse collettivo su quello dell'iniziativa privata che, anzi, deve assumere un criterio di responsabilità di fronte ai cittadini, da realizzarsi con l'adozione del principio di precauzione nei processi di produzione degli alimenti in qualsiasi segmento della filiera agroalimentare. Il principio di precauzione deve improntare le scelte conseguenti: di moratoria delle produzioni transgeniche, di massima cautela nell'offerta di cibi al mercato, di controllo rigoroso, includendo criteri di "tracciabilità" certa del'intero ciclo dei prodotti (cartellini effettivamente descrittivi, etc.). Il riconoscimento di un ruolo pubblico di orientamento e controllo deve avvenire attraverso la creazione di un'Agenzia Nazionale per la sicurezza alimentare (realizzazione dell'anagrafe bovina, ecc.). Deve inoltre essere realizzato un piano straordinario per la forestazione produttiva e per lavori di pubblica utilità finalizzati alla conservazione di contesti ambientali, uniti alla realizzazione di attività agricole in aree interne e alla riqualificazione ambientale nelle aree a sfruttamento intensivo compromesse dall'uso massiccio di prodotti chimici e di processi industriali.

Valorizzare il rapporto con il territorio.

Il cibo non è una merce: per questo l'agricoltura deve rimanere fuori dall'Omc (o Wto), come chiedono tutte le organizzazioni contadine dei Sud del mondo. Per questo va contrastato il modello che impone a questi paesi di produrre per le esportazioni e per i mercati ricchi, inseguendo il massimo profitto su scala mondiale e una standardizzazione estrema della produzione nel pianeta. Va invece affermata la scelta di un'agricoltura legata alla stagionalità dei prodotti, al ciclo corto ed al circuito corto (qui produco qui consumo, vera garanzia di qualità), favorendo i processi di filiera integrati nel territorio, i marchi di tipicità e il circuito di distribuzione che ne valorizza le caratteristiche.

L'acquisizione di clausole sociali sul lavoro.

Ovvero la realizzazione di misure e interventi che premino la qualità di lavoro (sia autonomo che dipendente) in tutte le parti della filiera collegata all'agricoltura, favorendo il rilancio dei salari e dei redditi agricoli, della qualità e delle garanzie del lavoro, per restituire ruolo ai protagonisti principali del processo agricolo e costruire un'alleanza con i consumatori. A questo fine si deve superare la logica dei contratti di riallineamento per i braccianti e delle politiche di esternalizzazione, di subcommessa e di precarizzazione nelle aziende di lavorazione agroalimentare. Fare ciò vuol dire puntare al consolidamento ed alla qualificazione del valore lavoro; e può permettere di costruire una rivendicazione comune agli agricoltori e ai dipendenti e di intervenire per l'adeguamento degli altri costi produttivi (sementi, materie prime, servizi, etc.) e per l'abbattimento di quelli improduttivi (rendite finanziarie, transazioni, etc.).

Misure per uscire dalla crisi della Bse.

Di fronte all'ampiezza della crisi, alla straordinarietà degli effetti che produce sul ciclo produttivo, in tutte le parti della filiera, e sulla condizione dei cittadini, va dichiarato con urgenza lo stato di crisi, per predisporre strumenti adeguati alle necessità di intervento. L'intervento finanziario, che va realizzato chiedendo la massima assunzione di responsabilità dall'Unione europea, ma, anche, intervenendo con adeguate risorse nazionali, deve essere condizionato a sostenere i soggetti produttivi più deboli nella loro necessità di recuperare autonomia e capacità produttiva; ad assicurare la certezza della sicurezza delle qualità prodotte; a prefigurare la fuoriuscita dalla deregolamentazione del settore e la definizione di un modello per il settore zootecnico alternativo a quello intensivo di tipo industriale. In questo senso le erogazioni devono contenere il vincolo dell'impegno a garantire nuove modalità di produzione in tutta la filiera, prima che essere orientate a compensare la mancata produzione. In particolare va difesa la condizione degli allevatori, che con il loro lavoro fisico sono prima garanzia di presidio nella filiera, sostenendone la necessaria riconversione verso una pratica zootecnica che ripristini il giusto equilibrio nel rapporto fra terra e quantità di capi allevati e ne difenda l'autonomia verso il settore industriale. Occorre sostenere gli allevatori per aiutarli a uscire da una sudditanza verso il settore industriale che nei fatti, e in un clima generale di deregolamentazione, attualmente finisce con l'imporre le proprie regole, costringendo la condizione agricola in una posizione subalterna e cercando di scaricare su di essa i costi.

Punti da assicurare sono: la certezza del contenuto dei cartellini che accompagnano i mangimi in maniera che sia chiara l'intera serie dei componenti e delle quantità percentuali; l'eliminazione totale e definitiva degli elementi di origine animale e di quelli vegetali con componenti transgenici nelle diete alimentari per animali da allevamento; la realizzazione urgente dell'anagrafe bovina in modo da consentire la realizzazione del piano di abbattimento previsto dalle norme comunitarie e nazionali (altrimenti impraticabile per l'impossibilità di realizzare i contributi previsti) e come base indispensabile per assicurare l'effettiva "tracciabilità" dei prodotti alimentari; la realizzazione di misure economiche integrative al contributo comunitario previsto per l'abbattimento, orientate alla riconversione verso metodi di tipo non industriale e alla ricostruzione del patrimonio zootecnico da realizzarsi con il recupero delle razze autoctone; il superamento del regime delle quote latte, fino a raggiungere l'autoapproviggionamento, in modo da garantire la ridistribuzione sull'intero territorio nazionale della pratica dell'allevamento bovino, contribuendo, così, a realizzare il corretto equilibrio fra quantità di animali allevati e terra utilizzata e una gestione corretta di intere aree montane e interne adesso inutilizzate.

Gli incentivi ed il sostegno alle altre parti della filiera, in particolare a quella di trasformazione, devono essere erogati in modo che: sia escluso da ogni provvidenza pubblica chi non abbia rispettato leggi e contratti, provocando la non trasparenza delle retribuzioni e ricorrendo al lavoro nero; si realizzi la fuoriuscita dai processi di destrutturazione avvenuti in questi anni con le pratiche dell'esternalizzazione e degli appalti illeciti, che hanno prodotto concorrenza sleale fra le imprese e disarticolazione del sistema di tutele e di diritti (contrattuali e di legge) dei lavoratori occupati; sia assicurato il funzionamento e il potenziamento della funzione della rete dei macelli pubblici per combattere le pratiche illegali o legate a scarsi controlli e, al tempo stesso, sia agevolato il processo di contrasto alla polverizzazione della macellazione potenziando la funzionalità e le garanzie di quelli già operanti; siano assicurate ai lavoratori, che rischiano per gli effetti della crisi la propria condizione di lavoro, misure di protezione.

In definitiva, puntare a realizzare trasparenza nei processi economici produttivi e un modello di agricoltura alternativo è la garanzia vera per la tutela della salute dei cittadini cui va assicurato, ad ogni modo, la certezza del potenziamento dei controlli sul piano sanitario e di un'organizzazione della produzione che garantisca, non come misura straordinaria ma come normale pratica, la tracciabilità dei prodotti e la sicurezza e la qualità degli alimenti.

(revisionato il 27 aprile 2001)

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